Laboratori sul giallo – I vincitori

Si legge e si scrive il giallo con i ragazzi dell’Istituto Cavalieri di Milano.   Entusiasmo, creatività, ingegno e fantasia sono gli ingredienti con cui nascono piccoli pezzi di storie ogni volta rielaborati e sorprendenti. Sono tutti bravi, ma qualcuno ha una penna magica! E’ per questo che i lavori migliori meritano un posto nel nostro blog.

Riscrittura del finale del romanzo: Jackpot di Stephan Knosel.

Terza Media- Istituto Cavalieri – Milano
Lisa Curelli, Elena Benzoni, Elisa Conciato.  Terza Media B.

Sabrina guidava sicura perché la strada non era più ghiacciata. Ora doveva pensare in fretta: “Che faccio?”
Per distrarmi dai miei pensieri in subbuglio alzo il volume della radio: “Il vincitore dei 100 euro della lotteria di oggi è il numero 301!”
Cento euro…ricordo la busta anonima con i soldi lasciata in fretta e furia sul bancone della posta.
3 gennaio, sterzo di colpo sulla strada deserta. Rivedo la faccia di Chris e Phil dopo aver recuperato il bottino, quella è stata l’ultima volta che li ho visti. Faccio un respiro profondo e continuo il viaggio verso la periferia di Parigi. Dopo dieci ore di viaggio arrivo davanti allo squallido hotel dove alloggerò finché sarà necessario.  La porta della mia stanza si apre lentamente, cigolando. Noto le crepe sul muro, il tappeto macchiato e i cuscini mangiati dalle tarme. Sfinita mi butto sul letto e mi addormento.
Mi sveglio affamata e guardo l’orologio, le 11.00. Scendo le scale mezza addormentata e arrivo al tavolo della colazione. Prendo un succo d’arancia e una brioches. Vedo avvicinarsi un ragazzo carino sulla ventina che si siede accanto a me: “Ciao! Mi chiamo Luis e tu?” “Sabrina”, rispondo seccamente. Do un morso alla brioches per non continuare il discorso.
Lui non sembra turbato e continua a parlare amichevolmente: “La periferia di Parigi è noiosa, ti va di venire con me in centro?” Sorpresa e sconcertata rispondo:”Ok, perché no?”
Dopo poche fermate di metro arriviamo nel cuore di Parigi. Passeggiamo per qualche ora sugli Champs Elysees e nei parchi affollati. Verso le 13.30 andiamo a mangiare un croque monsieur in un bar accanto alla Tour Eiffel. Mentre cerco i soldi per pagare appoggio le chiavi della camera sul tavolo. Luis si offre di pagare il pranzo, quindi rimetto la chiave nella borsa. Arrivati all’hotel provo ad aprire la porta della mia camera ma mi accorgo che la chiave non è la mia. Pensando di averla scambiata con luis salgo le scale e apro la porta della sua camera. Una volta entrata rimango scioccata: le pareti sono ricoperte di foto mie. Sul comodino vedo un telefono con due chiamate perse da Katrin Menshick. Presa dal panico corro via, sfondo la porta mezza rotta della mia stanza, prendo i soldi e corro in macchina.
“Sabrina sei una cogliona! Ti sei fatta ingannare!” grido ad alta voce a me stessa. Con il cervello annebbiato dalla rabbia perdo il controllo dell’auto e vado a sbattere contro il guardrail. Sbatto violentemente la testa sul vetro del veicolo. Rimango impietrita per qualche minuto, giusto il tempo per sentire le sirene dell’ambulanza in lontananza. La vista mi si appanna e all’improvviso tutto diventa nero.

Riscrittura del finale del romanzo: La Macchina Tigre.

Prima Media- Istituto Cavalieri – Milano
Amalia Bellavita.  Prima Media B.

Didi non era preoccupato, nessuno l’aveva visto salire sul traghetto, quindi nessuno l’avrebbe cercato per tutto il pomeriggio, così decise di scappare, di andare via, lontano da tutti, da Milton. Mentre cercava un posto per sedersi notò la presenza di Giacomo, un suo compagno di classe.
“Ehi Giacomo che ci fai qua?”
“I miei genitori mi hanno permesso di farmi un giro e tu piuttosto, non vieni mai qui!” Didi gli raccontò la sua storia e Giacomo, come al solito, volle indagare.
“No, davvero, me ne voglio andare, non ne posso più di questa storia” disse Didi.
“Ma dai, ti prego, sarà divertente!” lo incoraggiò l’amico.
“Divertente sicuro no, ma okay proviamoci!”
Così quando arrivarono a Pella ripresero il traghetto che li riportò indietro. Giunti a destinazione: “E ora? Io ho una fame!” disse scettico Didi.
“Stai tranquillo! Hai qualche soldo? Passiamo dal panettiere”.E dopo una bella scorpacciata ritornarono in missione. Decisero che la prima persona da interrogare fosse il nonno: lui sa tutto come dice Didi.“Ma mi avevi detto che non ama gli ospiti”.“Tranquillo, basta che non parli e di te non si accorgerà nemmeno”.
La casa del nonno era vuota, non c’era nessuno ma quando andarono nel giardino sul retro trovarono la nonna: “Ehi cara nonnina dove è il nonno? Devo mostrargli una cosa”.“E’ all’osteria, Didi, ma credo che sia molto occupato”.“Grazie!” gridò Didi correndo verso il ristorante. All’osteria c’era un rumore assordante ma il nonno non badava ai clienti, era seduto a un tavolo sotto la finestra tutto solo.“Nonno, che ci fai qui tutto solo? Devi darmi delle spiegazioni, vieni andiamo fuori” strillò Didi per farsi sentire.
“Arrivo, ma hai portato un amico vero?” disse il nonno che ormai aveva sviluppato un udito impeccabile.
“Beccato!” rispose il ragazzo.La giornata era nuvolosa e il cielo grigio prometteva pioggia.
“Allora, sto per farti una domanda che non avrei mai pensato di farti. Tu giura che mi dirai la verità”.“Lo giuro”.
“Benissimo”. Didi fece un respiro profondo. “Nonno come è morta la Veronica?”
“Beh, ecco… tua mamma, un giorno, dopo una bruttissima litigata con tua zia è…è…”. Il nonno aveva la voce rotta e una lacrima gli bagnò la guancia.
“E’ scappata, nessuno l’ha più vista e dopo i tre giorni più brutti della mia vita è arrivato il più brutto in assoluto, il giorno in cui mi hanno detto che tua madre aveva fatto in incidente stradale ed era morta”.
L’ultima parola la disse così piano che neanche si sentiva. Didi abbracciò forte il nonno.“Grazie” sussurrò il ragazzo. Quella notte Didi non riuscì a dormire. “Ecco perché la chiamano la pazza, perché è scappata, che cattivi…”. Ma i suoi pensieri furono interrotti da dei rumori che venivano dal giardino.
“Vado a vedere, tanto non riesco a dormire” pensò. Si mise le pantofole e uscì. Fuori trovò Milton che sembrava fuori di sé.
“Milton, Milton che fai?” chiese Didi.
Milton si mise a correre e Didi dietro di lui. Il padre si fermò solo nella foresta a riprendere fiato. Tirò fuori una pistola e disse: io-io devo uccidere la B-Betta come lei ha fat-to con Veronica”.Didi, terrorizzato, lo fissava in silenzio.
“T-tu sei un po’ stanco forse non s-s-sai quello che davvero vuoi fare” disse Didi mentre però pensava: “Macché sei solo ubriaco, ma vai a dormire!”“No, gridò Milton, No! Non le permetterò di fare questo a me!”
Esattamente in quel preciso momento arrivò una macchina della polizia. Milton cercò di fuggire ma l’agente lo acciuffò. Milton gridò di mollarlo ma il poliziotto affermò: “No, signore, lei è ubriaco e non sa quello che fa, mi segua e tu ragazzo torna a casa, avviseremo noi tutti quanti”.
Didi passò una notte in bianco e la mattina dopo tutti sapevano la notizia.
“Beh” pensò Didi “ora so la verità e non vedrò più Milton. Ovvio odierò ancora di più la zia frigo, ma questo finale non mi dispiace per niente!”

 

 

 

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