- Trama
- Incipit
(età 11+)
Torino, 20 novembre 1942. All’allarme antiaereo, invece di scendere in cantina con i compagni, Emanuele approfitta della confusione e si nasconde sotto il letto. Rimasto solo, si avvicina alla finestra e guarda fuori. Vuole vedere i caccia in azione, con il loro carico di bombe e spezzoni incendiari. Non sa che quello che si sta abbattendo sulla città è uno dei più devastanti bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Bisogna scappare, non c’è alternativa. Dopo un frettoloso trasferimento in collina, Emanuele trova rifugio insieme ai compagni alla sinagoga di Casale Monferrato. Lontano dalle bombe, si sente finalmente al sicuro. Ma la sua è un’illusione: quando l’esercito nazista occupa la cittadina, l’incubo ricomincia, ed è più nero che mai.
Liberamente ispirato alle vicende dell’orfanotrofio “Enrichetta Sacerdote” di Torino e della signora Giuseppina Gusmano, Giusto tra le Nazioni.
Rimasto solo nella camerata al secondo piano, Emanuele attende che i rumori sulle scale si smorzino, poi sguscia fuori dal nascondiglio sotto il letto, si stiracchia, stende le dita dei piedi sulle mattonelle gelide e rabbrividisce. Dove sono finiti i calzettoni delle benefattrici? A tastoni esplora materasso e lenzuola. Niente. Si accuccia di nuovo, dal pavimento recupera la coperta, fruga tra le pieghe. Avvoltolate dentro, ecco la prima calza, poi la seconda. Le infila saltellando su un piede alla volta e si butta sul letto, la testa sul cuscino, le mani intrecciate dietro la nuca.
Al buio, le pupille si adattano all’oscurità. Riconosce le sagome delle altre brande, vuote, gli appendiabiti lungo le pareti, le camicie, i calzoni, le giacche, le cassettiere alte e strette, il bagliore delle etichette coi nomi e sulle mensole, in ordine alfabetico, i cappellini neri che completano la divisa, con la visiera rigida e luccicante. Di fronte ha i finestroni. I vetri sono ricoperti con fogli di carta blu che non aderiscono perfettamente al telaio di legno e lasciano filtrare lame di luce. «La luna…» bisbiglia incantato, e d’un tratto il posto che più detesta gli pare quasi bello. E poi nessuno che russa o sbuffa. Che pace. Niente fruscii, colpi di tosse, scoregge. Nessuno che sogna e parla. Nessuno che ha gli incubi e piange. Niente di niente.
