SCUOLA SANTA GEMMA MILANO

Con le classi 2A e 2B  della Scuola Santa Gemma di Milano abbiamo condiviso un percorso sul genere giallo, dalla struttura agli elementi che lo caratterizzano.

I ragazzi e le ragazze, in gruppo,  hanno lavorato sulla scrittura di un racconto breve e questi sono i racconti che abbiamo scelto per la pubblicazione.

SE MUORI AMEN (al di fuori del padrenostro)  di Davide di Rienzo, Edoardo Trotta, Matteo Longo – 2A

Prima pagina: “ Michele Corleone, capomafia, fa saltare in aria una palazzina nella periferia di Palermo, trovati tre collaboratori, catturati e processati . Sette ergastoli ciascuno. Il vero obiettivo: i politici Franco Aquila e Andrea Marsupi famosi esponenti antimafia.”

“Lo vuoi con le gocce di cioccolato o con la scorza d’arancia”.
“Ma lo sai Mario, solo con le gocce di cioccolata lo mangio”
“Certo, te lo incarto e poi te lo mangi”
Ecco Carmelo il vecchio poliziotto oramai in pensione, non capisci mai se i suoi baffi sono veri o di ricotta dolce.
“Carmelo è pronto il cannolo”
Dal suo ritiro da poliziotto la sua routine è sempre la stessa: la sveglia suona alle 10:00 e lui si alza alle 10:30, primo obiettivo adocchiare il cannolo più ripieno, rimasto dalla sera prima in frigo, proprio per lui. Successivamente si trova a giocare a carte col suo ex collega, tenente Franco Colomba, poi merenda con un bell’arancino. A fine giornata si ritrova sul divano a guardare (secondo lui, il suo collega) Montalbano con una cassatella piena di ricotta in mano. La sua filosofia di vita è “il dolce far niente” e secondo lui: “Si sta bene di testa, di core e di panza”. Uscito dal bar si dirige verso la sua maggiolino del’58, dove trova sui tergicristalli un volantino della chiesa che annuncia l’arrivo di un nuovo sacerdote. Un suo difetto sono gli appuntamenti; se devi rilassarti non puoi arrivare in tempo. Inoltre, Carmelo è germofobico e per lavarsi le mani impiega almeno due minuti. Il giorno dopo, la messa è già iniziata da venti minuti, ma di Carmelo non c’è traccia, era ancora a casa a lavarsi le mani. Dopo aver parcheggiato, andò verso il bar di Mario, quando si ricordò che doveva andare a messa, non a mangiare un cannolo. Prima di lui entrarono i due politici Aquila e Marsupi, scampati all’attentato due mesi fa. Secondo Carmelo era strano che andassero da soli per strade comuni. Una volta entrati in chiesa, segno della croce e poi a sedersi sulle prime panche libere. Al momento dello scambio del “segno di pace” il nuovo prete passa tra le panche consegnando delle candele, per presentarsi ai fedeli, ed il suo assistente aiuta alcuni ad accenderle. Carmelo vista la sua ossessione per l’igiene non la tocca, preferiva mantenere le mani pulite per la comunione. Poco dopo l’Eucarestia, mentre tutti si alzano per la comunione, prima Aquila e poi Marsupi cadono a terra, come sacchi di patate. Paura. Tutti erano spaventati, non erano semplicemente svenuti, erano morti stecchiti; avevano gli occhi gialli e la pella grigia. Carmelo non esitò e subito chiamò la polizia, l’unica cosa che poteva fare era tranquillizzare gli animi: “Gente! State tutti calmi, che nessuno esca e aspettate l’arrivo della polizia”
Dopo che gli agenti furono entrati in chiesa, dopo che ebbero registrato tutti i presenti, Carmelo capì di essere andato in pensione troppo presto. La sera stessa, dopo aver parlato con il Questore, si ritrova ad indossare la stessa divisa di quattro anni prima, due chili in più e la pistola non entrava più nella fondina. Il giorno dopo il suo arrivo in caserma è accolto con gioia dagli ex colleghi che, naturalmente, gli fanno trovare un bel vassoio di cannoli sulla sua vecchia scrivania. Anche se aveva la mente offuscata dalla dolcezza dei cannoli, Carmelo capì subito che la calorosa accoglienza era dovuta al fatto che lui era l’unico che avrebbe potuto risolvere quell’omicidio a porte chiuse. Le indagini iniziano la mattina presto, ma Carmelo è meno sveglio di un orso in letargo, prima un sopralluogo in chiesa per cercare indizi sulla scena del crimine, poi un salto nella sala d’autopsia per avere informazioni sulla loro morte e poi alle 10 iniziano gli interrogatori, ma prima pausa cannolo e caffè al bar di Mario. Peccato sia la quinta pausa che fa. Pian piano le pagine del suo taccuino si riempiono di appunti e di testimonianze. Ma già dopo i primi dieci interrogati non si regge più in piedi. Non era più abituato alla sua vita da poliziotto detective. Alla sera si ritrova a decidere i maggior sospettati mentre guarda Sherlock Holmes (Montalbano lo danno solo nel fine settimana), dopo aver finito i suoi intensi ragionamenti e le sue innumerevoli brioche col tuppo se ne esce con la frase: “elementare Watson”, fuori tempo dal programma in TV.
Gente, a chi mi trova questi tre sospettati, offro una colazione completa!” Urlò Carmelo il giorno dopo. In caserma rimbombava solo il silenzio. “Ok, qualcuno potrebbe portarmi questi sospettati?”
Su, andate!” urlò di nuovo Carmelo con una escalation di rabbia. In un attimo la caserma si attivò. Trenta minuti dopo e cinque cannoli più tardi, davanti all’ufficio di Carmelo sedevano sulle poltrone d’attesa i tre sospettati. Il guardiano della chiesa, Calogero. Un corista, fratello di Aquila, Salvatore. Il prete che celebrava la messa, Rosario, più un agente stremato dalla corsa che aveva fatto per arrivare primo, sdraiato per terra. Dopo tre lunghi interrogatori e una rianimazione a suon di sberle ad un collega mezzo morto, il nostro detective aveva trovato un motivo valido per ognuno.Il guardiano non aveva una grande ragione, tranne quella di essere di un partito opposto, però lui aveva accesso a molti posti, anche quelli più remoti della chiesa. Salvatore, essendo il fratello di Franco Aquila, poteva aver ucciso per ottenere l’intera eredità della famiglia. Ma perché Marsupi? Ma perché proprio in chiesa? Rosario invece non aveva grossi motivi, però a Carmelo “puzzava” molto la figura del suo fedele chierichetto Vito. Dopo uno stretto viaggio nella sua maggiolino del ’58, Carmelo ed il collega arrivarono davanti al bar di Mario. Mentre l’affezionato cliente narrava l’affidabilità e la squisitezza dei dolci di Mario, si trovarono di fronte ad una saracinesca chiusa con sopra un biglietto di scuse: “CHIUSO PER NON INTRALCIARE LE INDAGINI DELLA POLIZIA” firmato Mario.
Lei è un imbroglione! Mi ha fatto quasi morire per nulla!” Si lamentò il poliziotto che aveva vinto la colazione offerta da Carmelo. “A chi lo dici! Ora dove li trovo dei cannoli decenti per il mio quinto spuntino!”
“Lei fa cinque spuntini al giorno? Ma le sembra normale? Io me ne torno in centrale, ma quando Mario riapre, non tardi a chiamarmi”. In ansia per non aver fatto il suo quinto spuntino Carmelo si affrettò a trovare un altro bar che poteva essere all’altezza di quello di fiducia. Poco più lontano ne trovò uno molto più grande e conosciuto, però per Carmelo: “Il vino buono sta nella botte più piccola”, un po’ titubante decise di entrare e di ordinare tre cannoli, quattro cassatelle e una brioche col tuppo, come se lui fosse un critico enogastronomico.
Nell’ attesa di assaggiare le prelibatezze, Carmelo per ammazzare il tempo lesse il giornale che un postino aveva appena consegnato al bar: NOTIZA DELL’ ULTIMO MINUTO: Un tratto dell’ autostrada A29 vicino a Capaci esplode causando molti morti, tra i pochi riconosciuti un guardiano della chiesa del quartiere centro -est di Palermo. Sui due piedi, più quattro di quelli della sedia, Carmelo rimane un po’ spiazzato, ma capisce che con la sua morte il caso è risolto. Aveva capito che il colpevole era stato Salvatore Aquila, per ricevere l’intera eredità. Salvatore aveva avvelenato i due politici prima dell’inizio della messa e poi per non destare sospetti li aveva fatti morire in chiesa, davanti a tutti, facendo pensare che fossero morti per cause naturali o per la mafia che di certo in qualche modo li voleva morti. Mentre stava finendo l’ ultimo grandissimo e super ripieno cornetto col tuppo vide dall’altra parte del bar una persona vestita in giacca e cravatta neri con un sigaro in bocca che passava una valigetta a un uomo che conosceva. Carmelo con calma dopo aver finito di mangiare si avvicinò senza farsi notare troppo, anche se con tutti quegli spuntini era difficile. E quando ormai era abbastanza vicino, capì che quell’uomo gli era familiare: era il prete Rosario.Il “mangiatore di cannoli” così soprannominato da Mario fece subito una foto per avere prove valide per arrestare i colpevoli e nello stesso istante capì tutto. Non era stato Salvatore, per avere l’eredità del fratello, ma era stato Rosario a ucciderli per avere dei soldi dalla mafia. Pensò che fosse stata l’acqua santa ad avvelenarli, infatti erano entrati entrambi in chiesa in ritardo, dando così tempo al prete di cambiare l’acqua santa da quella normale a quella avvelenata che Carmelo non toccò perché non era sua abitudine. Con la bocca ancora sporca, Carmelo si affretta a tornare in caserma per consegnare le prove e concludere il caso. Quando era tutto pronto per sventare il piano della mafia, gli venne in mente che non aveva riguardato la foto, grande errore! Solo dopo si rese conto che la foto era uscita mossa. L’unica prova che aveva era svanita. Il giovedì dopo quando la messa era già terminata, Carmelo si palesò in chiesa e iniziò subito a cercare il chierichetto.
Salve Vito, cosa ci fa ancora qui. Non ha finito il suo “turno”?”
“Dio decide il mio turno” rispose.
Ah sì?” chiese Carmelo con tono sarcastico.
La verità è che da quando è morto Calogero sono praticamente diventato il guardiano”
“Non ti dispiace se mi fai da guida, per guardare un po’ in giro?” disse Carmelo per cambiare argomento
“No di certo” rispose Vito. Dopo un breve giro della chiesa entrarono dentro la Sacrestia, “va bene se controllo questi armadi?”
“Certo, quello a destra e di Rosario e quello a sinistra è il mio” rispose a Carmelo. Perciò senza aspettare mezzo secondo spalancò le ante di quello di sinistra, era tutto in ordine e tutte le vesti erano ripiegate normalmente. Quello di destra era invece un po’ diverso, l’ordine di quello di sinistra in questo non esisteva, qualcosa non andava, ma cosa? Perché questa trascuratezza verso vestiti ed oggetti sacri? Ad un certo punto Carmelo tirò fuori dalla tasca interna del suo giubbotto due guanti di lattice e se li infilò. Nonostante non avesse trovato niente di stano nei piani più bassi decise, comunque,di controllare nell’ultimo ripiano sotto i vestiti, andando a tentoni riuscì a toccare una sorta di bottiglietta, che il prete bevesse in chiesa? Carmelo non lo pensava. Lì per lì non la prese subito. Ma proprio quando si rivolse verso Vito per chiederli di fargli strada, notò in un angolo la stessa ventiquattrore che aveva visto durante lo scambio avvenuto martedì fuori dal bar.
Scusa Vito sai di chi è quella valigia?” chiese Carmelo curioso.
No, penso sia del don, perché?”
Non è che me la potresti passare
Sicuro?” chiese il chierichetto.
Certo” rispose soddisfatto. E mentre Vito si voltò per prendere la valigia con un movimento furtivo, Carmelo rubò la bottiglietta perché aveva capito che si trattava di una prova schiacciante. Mentre stava per prendere anche la valigetta, entrò di colpo Rosario. Per lo spavento, Vito ritirò il braccio.
Tutto a posto qui? Che succede?” domandò impetuoso Rosario.
Sì, certo padre, un controllo di routine” disse Carmelo, salutando frettolosamente.
Vito, mi devi aiutare a spostare l’ostaggio, da solo non riesco” sussurrò Rosario “e nascondi la valigia, non vogliamo certo che quel piedipiatti panciatonda, scopra chi siamo davvero” Carmelo intanto aveva ricevuto la telefonata del medico legale, che aveva eseguito l’autopsia e stava ritornando in caserma. Arrivarono anche gli esami sulla soluzione trovata nella bottiglietta e scoprirono che si trattava dello stesso veleno che aveva ucciso i due politici.Dello stesso liquido si ritrovarono tracce non nell’acquasantiera, ma sulle candele che, accese, avevano intossicato i due poveri politici che le avevano in mano, mentre sui vicini avevano causato solo una leggera nausea. La sera stessa gli agenti speciali irruppero nella sagrestia, dove trovarono il finto prete intento alla fuga ed il vero parroco legato e tenuto in ostaggio dietro l’altare Nonostante tutti i cannoli mangiati quella notte, a Carmelo rimase l’amaro in bocca per la mancata cattura di Vito.

1 settimana dopo

Mario sai che sarei potuto morire?”
Sì Carmelo me lo hai ripetuto almeno altre tre volte oggi
Così la vita di Palermo tornò la solita, con Carmelo che faceva almeno cinque merende al giorno, ma con un assassino in meno.

 

L’APPELLO MORTALE di Davide Rossoni,  Martina Marra,  Sebastian Barilli – 2B

Mi chiamo Pier Baptist e sono di origine francese: mia mamma è nata a Parigi, ma si è trasferita a Milano per motivi economici. Sono una persona molto particolare: piuttosto silenzioso ma, allo stesso tempo, un vero combina guai. Quando mi metto in testa di fare una cosa, che sia giusta o sbagliata, nessuno riesce a fermarmi. Oggi è mercoledì, il giorno più brutto di tutti perché ho due ore di letteratura e due ore di matematica. Al solo pensarci mi passa la fame! Per fortuna, alla prima ora c’è la lezione di informatica. L’aula si trova all’ultimo piano della scuola e stiamo facendo lezione con il professor Renato Del Piede. Ad un certo punto la preside, la signora Lucia, entra in classe per chiedere al professore di parlare in privato. Il suo volto è spaventato e la cosa mi incuriosisce parecchio. Quando il professore rientra, anche lui sembra terrorizzato. Gli chiedo il permesso di andare in bagno, ma non mi lascia uscire. Poco dopo, la preside e il prof si allontanano di nuovo, raccomandando a tutta la classe di non muoversi per motivi di sicurezza.
La mia curiosità, però, è troppo forte per rispettare le regole. Li seguo di nascosto mentre si dirigono verso l’Aula Bianca, una piccola stanza situata nel salone. Davanti alla porta ci sono due poliziotti che annotano tutto ciò che dice la preside. Non appena si allontanano, ne approfitto per dare una sbirciatina all’interno dell’aula.
Lì vedo la professoressa di inglese, Marisa Pedrocchi, distesa a terra: ha un po’ di bava alla bocca, la pelle grigiastra e gli occhi leggermente rossi. Sento che qualcuno sta rientrando nel salone, così mi nascondo in fretta dentro un armadio. Qualcuno si avvicina silenziosamente al corpo; quando finalmente esco dal nascondiglio, mi accorgo che i libri e gli appunti della professoressa, prima appoggiati sulla scrivania al centro dell’aula, sono spariti. Molto preoccupato, corro verso le scale per tornare in classe. Lungo i gradini incrocio la professoressa di italiano, Isabel Barca, che cammina verso l’atrio con passo rapido e determinato.
In quel momento non riesco a darmi una spiegazione, ma spero di trovarla l’indomani. Intanto la giornata scolastica viene interrotta e i docenti invitano gli studenti a uscire: l’atrio si riempie di alunni che corrono verso l’uscita, incuriositi e preoccupati per l’accaduto. Il giorno dopo, giovedì, alla prima ora dovremmo avere inglese con la Pedrocchi. Al suo posto compare Zoe, un’educatrice della scuola che da poche settimane assiste alle lezioni. Mentre lei spiega, io non faccio altro che pensare al delitto. Durante l’intervallo mi separo dai miei amici, Michael e Filippo, e vado dritto in presidenza. Una volta lì, dico alla preside di voler collaborare al caso dell’omicidio. Lei mi risponde con un’aria menefreghista, senza dare peso alle mie parole. Per attirare la sua attenzione, sbatto la mano sulla scrivania ed esclamo: «Sono appassionato di queste cose e non mi lascio scappare un’occasione simile!» Lei mi guarda con aria schifata e ribatte: «A queste cose ci pensa la polizia, non di certo un ragazzino francese come te». Capisco che l’aiuto degli adulti è inutile: farò da solo. Sfruttando i pochi minuti di intervallo rimasti, vado da Giorgio della 2ªA, il figlio della professoressa Barca. Ricordando la fretta con cui sua madre scappava il giorno prima, gli chiedo se lei avesse mai avuto dei litigi con la Pedrocchi, ma lui non ne sa nulla. La mattina seguente alla prima ora abbiamo italiano con la professoressa Barca.
Arrivo in anticipo e noto la sua borsa appoggiata sulla cattedra. L’istinto mi dice di frugare all’interno. Vedo la professoressa rientrare ma, per fortuna, il professor Del Piede la ferma nei corridoi per parlarle. Mi fiondo sulla borsa: dentro c’è una busta con cento euro e una spilla molto pregiata con incise le iniziali “M.P.” Sento che la professoressa sta tornando, così mi allontano di scatto e raggiungo Filippo e Michael, che mi hanno visto sbirciare. Durante la lezione continuo a riflettere su quelle iniziali. Ad un certo punto, sfogliando il diario per controllare l’orario, leggo: Lunedì, 4ª ora, Marisa Pedrocchi.
Mi si accende la lampadina: “M.P.” sta per Marisa Pedrocchi! Cerco nello zaino la foto di classe dello scorso anno e noto che la professoressa indossa proprio quella spilla sul maglione. La vera domanda è: la professoressa Barca l’ha rubata o le è stata regalata? Comincio a dubitare che sia stata la Barca a ucciderla, anche perché non hanno mai litigato e si scambiano sempre splendidi sorrisi. Il giorno successivo, la professoressa di musica, Maria Alba, entra in classe con sguardo severo durante l’ora di italiano. Interrompe la lezione per dieci minuti per consegnarci un avviso. Si nota lontano un miglio che la Barca la guarda malissimo, cercando di trattenere la rabbia. Nei giorni seguenti, la scena si ripete: la professoressa Alba entra continuamente nelle ore di italiano con una scusa diversa, che sia per un avviso, per le verifiche o per le autorizzazioni.
Alla fine, la Barca perde la pazienza e sbotta davanti a tutti: «Scusa Maria, ma non è possibile che tu entri ogni volta a disturbare le mie ore per cose che potresti dire durante le tue lezioni!»
La professoressa Alba esce sbattendo la porta e la Barca la manda silenziosamente a quel paese. Da quel momento in poi, tra le due è guerra aperta. Sabato 23 aprile, mentre sono a casa tranquillo, analizzo mentalmente i dettagli della spilla della Pedrocchi trovata nella borsa della Barca per cercare un indizio nascosto, ma non trovonulla. Il lunedì successivo, durante l’intervallo, la professoressa Alba sale sul piccolo palco del cortile, prende il microfono e annuncia a tutta la scuola: «Ad uccidere la professoressa Pedrocchi è stata Isabel Barca! Aveva avuto dei litigi con lei e io stessa l’ho vista rubarle dei soldi. La vittima è stata avvelenata, provate a controllare cosa nasconde nella borsa!» I docenti verificano e trovano un flacone di farmaci nella borsa della Barca, che viene immediatamente licenziata e arrestata. Io, però, non sono ancora convinto della sua colpevolezza. Il giorno dopo, avendo un’ora di supplenza al posto di italiano, chiedo il permesso di andare in bagno. Invece di andarci, mi dirigo verso l’aula di musica. Lì dentro scopro la professoressa Alba e l’educatrice Zoe mentre si scambiano una scatola di farmaci e la spilla della Pedrocchi. Rifletto: Zoe ha sempre desiderato fare l’insegnante, e se fosse lei la vera colpevole? All’intervallo decido di affrontarla e le chiedo se le piaccia il suo nuovo ruolo da supplente. Lei mi risponde che, secondo lei, la Pedrocchi non insegnava affatto bene.
La mia ipotesi si fa sempre più concreta. Chiedo aiuto a Michael, che va matto per queste avventure, proponendogli di intrufolarci a scuola di notte per controllare i filmati delle telecamere di sicurezza; lui accetta subito. Dico a mia mamma che passerò la notte a fare un pigiama party da Filippo. Alle 22:00 mi incontro con Michael davanti all’edificio, entriamo da una finestra e ci intrufoliamo in segreteria. Accendiamo il computer e analizziamo i filmati delle telecamere: scopriamo che la professoressa Alba si è introdotta nell’aula professori per infilare i farmaci nella borsa della Barca e incastrarla. Mandando i video ancora più indietro nel tempo, fino al giorno del delitto, vediamo Zoe prendere quei medesimi farmaci e dirigersi verso l’Aula Bianca. All’improvviso sentiamo dei rumori nei corridoi della scuola e scappiamoall’istante.
Il mattino seguente, consapevole della verità, salgo senza alcuna timidezza sul palco del cortile e, davanti a tutti, dichiaro al microfono: «L’omicidio della professoressa Pedrocchi ci ha spaventati tutti, ma finalmente ho risolto il caso. Nei filmati delle telecamere della scuola si vede chiaramente una persona che prende dei farmaci per recarsi sul luogo del delitto: quella persona è Zoe. Ha sempre sognato di fare la professoressa e nelle ultime settimane non siperdeva una lezione di inglese. Inoltre, so che la professoressa Alba ha nascosto i farmaci nella borsa della collega Barca per far ricadere la colpa su di lei, sfruttando i loro vecchi rancori. Il colpevole è Zoe, con la complicità della professoressa Alba!»
In quel preciso momento sento di aver preso un botto di aura. Mentre Zoe e Alba vengono scortate via dalla polizia, salgo in classe e incontro la preside. Lei mi guarda e mi dice:«Scusami, ho dubitato di te. Da oggi sarai la mia arma segreta». Finalmente mi sento forte, e non più lo sfigato della classe. In fondo, tutta questa fatica non l’ho fatta solo per scovare il colpevole, ma anche per attirare l’attenzione e smettere di essere invisibile.