Scrivere gialli non è un gioco per ragazzi ma le classi seconde del IC Bastia Umbra hanno dimostrato di saper utilizzare tutti gli ingredienti del genereper realizzare una serie di racconti da paura davvero ben fatti.
Questi sono i selezionati:
Lucrezia Berzellini – 2F
Omicidio sotto il tappeto
La luce dell’appartamento del terzo piano in via Broadway 49 si accendeva sempre nel tardo pomeriggio. Ogni giorno. Quella sera stranamente era spenta. Soltanto l’elegante lampada in pietra bianca e nera del comodino lasciava intravedere la sagoma scura di un uomo armato. Quello era l’appartamento di Stefano Corsi. Un uomo slanciato e minuto, dai capelli rossi come il fuoco ardente, gli occhi verde smeraldo, le labbra carnose e il naso aquilino. Aveva sempre i capelli ben pettinati e un aspetto curato. Le lentiggini sparse sul viso disegnavano minute formiche. Il suo carattere ansioso e poco affidabile lo trascinava sovente in litigi furiosi. In casa custodiva un pianoforte scintillante a coda, nero come l’inchiostro con il quale si sfogava per placare la rabbia e far penetrare nel suo animo un pò di calma. Non si era mai sposato.
Stefano il 27 febbraio intorno alle ore 20:00 è stato ucciso. Stefano era il mio migliore amico. Il delitto è stato scoperto dalla vicina di casa Benedetta Lucantoni che aveva bussato ripetutamente alla sua porta per chiedergli se avesse della farina perché le era finita. Non avendo ricevuto alcuna risposta, preoccupata aveva chiamato la polizia. Gli agenti avevano sfondato la porta blindata e avevano trovato il corpo della vittima supino sul sofà. Gli occhi della vittima erano spalancati, la pelle era anemica con sfumature grigiastre e la bocca era socchiusa come se l’uomo avesse voluto dire qualcosa prima di morire. Non ne aveva avuto il tempo. Sul parquet in rovere un coltello frettolosamente dimenticato. L’assassino di sicuro non era un killer di professione. Il medico legale dott. Marco Pellizzi aveva confermato che era morto da circa quattro ore. La causa del decesso era scritta nero su bianco: si tratta di morte dovuta a soffocamento e avvenuta presumibilmente intorno alle ore 20:00. In seguito la vittima è stata colpita mortalmente a pochi centimetri dal cuore con un coltello da cucina.
La scena del crimine era stata completamente isolata e sigillata. Nessuno poteva accedervi. Da lontano scorgevo solo i nastri gialli con la scritta in grassetto: POLIZIA SCIENTIFICA. I reperti individuati erano stati documentati e contrassegnati da lettere e numeri.
E’ trascorso un giorno dalla scoperta del crimine. Sono seduta sulla mia poltrona cigolante nell’ufficio dell’investigatore Aldo Basettoni. Un uomo di alta statura, dai capelli castano scuri, gli occhi vivi sempre attenti ai minimi dettagli, i baffi poco curati e il naso aquilino. Ha un neo sul collo e la capacità eccezionale di intuire il colpevole di un delitto grazie a pochi ma significativi indizi. Fortunatamente io non mi sento sotto pressione perché non sono una testimone seduta davanti a lui. Mi chiamo Alessia Angeli e sono la sua assistente personale. Trascorro gran parte della mia giornata in questo ufficio maleodorante di tabacco e caffè. Le sue pareti giallo canarino lo rendono ancora di più un luogo ristretto e soffocante; i tasti dei computer si muovono ininterrottamente come delle ballerine, mentre il ticchettio dell’orologio batte ogni secondo. Il ventilatore, ormai malfunzionante, è immobile su un angolo della scrivania colmo di ragnatele e polvere. Sugli scaffali poggiano i numerosi libri di diritto penale studiati dal commissario insieme ai suoi riconoscimenti. Qua e là qualche mozzicone di sigaretta. Il mio lavoro consiste nel riesaminare le testimonianze che i principali sospettati hanno riferito in queste ultime ore. Come prassi sto osservando diligentemente anche le foto scattate dagli agenti sulla scena del crimine. Il caso si presenta molto difficile. Non riesco a concentrarmi come vorrei perché conoscevo Stefano da tanti anni. Dopo aver frequentato la stessa università, eravamo usciti insieme per un breve periodo. Poi le nostre strade si sono separate ma solo sentimentalmente, in realtà siamo rimasti sempre uniti e affiatati.
ESTRATTI DEGLI INTERROGATORI DEL 28/02
Il primo sospettato è Ling Xiao, un uomo cinese di media statura, dalla carnagione chiara, gli occhi a mandorla color nocciola, i capelli lisci castano scuro. Leggere rughe accarezzano la sua fronte. Il tono della sua voce è freddo. Il modo di atteggiarsi è quello di un uomo dal carattere scorbutico, severo e poco gentile. Il pomeriggio del 27 febbraio si è recato a casa di Stefano Corsi alle ore 18:00 per la consueta lezione privata di lingua cinese. Come al suo solito, Stefano non aveva studiato e Ling lo aveva apostrofato duramente perché “con lui é solo tempo perso“. Il commissario: “Cosa hai fatto la sera del 27 febbraio?”. Lui con tono deciso: “Dopo il lavoro ho festeggiato il capodanno cinese e l’inizio dell’anno del Drago. Secondo la tradizione, il Drago è simbolo di forza, intelligenza e prosperità. Per tutti noi sarà quindi un 2025 ricco di grandi cambiamenti, opportunità e ricchezza”. Le domande si fanno via via sempre più incalzanti: “Dove eri? Qualcuno può confermare il tuo alibi?”.Ling con un’espressione scontrosa: “Ero in via Bombay 45 a casa dei miei genitori insieme ai miei fratelli Yan Yan e Mei Shanghai. Lo possono confermare. Le ripeto, non avevo alcun interesse a uccidere il sig. Corsi. Le lezioni mi consentivano di guadagnare denaro con il minimo sforzo”.
Il secondo sospettato si chiama Alessio Rossi, un uomo di alta statura, dal fisico atletico, gli occhi esigui e nerissimi come la pece. Una piccola gobba rende il suo naso poco gradevole. “Che rapporto aveva con la vittima? chiede il commissario. “Beh, io e Stefano eravamo in perfetta sintonia. Ero il suo personal trainer, si allenava nella mia palestra tre volte alla settimana. Era un tipo burbero, poco propenso a stringere amicizie. Si impegnava negli esercizi con costanza e determinazione, purtroppo spesso tardava a pagare quanto stabilito per la lezione privata. Lo ammetto, questo mi faceva saltare i nervi ma lo giuro, io non l’ho ucciso!”.
“Dove si trovava la sera del 27 febbraio?”
“Ho trascorso l’intera serata da solo a casa, ho cenato e ho visto un film su Amazon Prime”.
Alessio Rossi è un uomo sposato ma stranamente non indossa la fede. Sul dito anulare della mano sinistra è visibile solo il segno del cerchio dorato esaltato dall’abbronzatura da culturista. A me e al commissario quel dettaglio insolito non può sfuggire. Alessio in modo asciutto ammette: “Purtroppo io e mia moglie Livia stiamo vivendo un periodo di crisi. Abbiamo deciso di comune accordo di prenderci una pausa di riflessione per qualche mese. Farà bene ad entrambi. Sono molto dispiaciuto”. A un certo punto lacrime amare rigano il suo volto provato. Sembra sincero. Il commissario, che non sopporta queste scene sentimentali, lo congeda in modo brusco: “Rimanga in città a disposizione perché sarà chiamato nelle prossime ore per approfondire l’accaduto”. A queste parole, l’uomo si alza con aria quasi sollevata.
Il terzo sospettato è Lorenzo Bianchi, un uomo robusto come una quercia piantata in terra, con profondi occhi azzurri come il cielo, guance paffute e labbra carnose. Viene descritto come un uomo dal carattere gentile, premuroso e comprensivo. É uno psicologo molto stimato da tutti i suoi pazienti. La vittima si recava nel suo studio ogni mercoledì per risolvere i problemi legati all’ansia e allo stress. La maggior parte delle volte Stefano Corsi annullava l’appuntamento all’ultimo minuto. Il dottor Bianchi, nonostante la sua rinomata disponibilità, puntualmente si irritava con lui perché gli “faceva perdere tempo prezioso”. Il commissario ripete la medesima domanda che aveva rivolto precedentemente ai primi due sospettati. Lo psicologo puntualizza con nonchalance: “Ho passato l’intera serata nel mio studio davanti al computer per redigere un importante relazione clinica. Il giorno successivo dovevo partecipare a una riunione cruciale per la mia carriera. La mia segretaria purtroppo non può confermare le mie parole perché ha preso un giorno di ferie. Io sono innocente. In ogni modo, preferirei contattare immediatamente il mio avvocato”. “Ne ha la facoltà”.
L’INDAGINE 01/03/2025
Questa mattina presto ci siamo recati sulla scena del crimine per verificare con attenzione gli alibi riferiti dai tre sospettati e per esaminare gli indizi. Ricostruiamo mentalmente la scena e annotiamo con scrupolo le nostre congetture su un grosso block notes a righe che portiamo sempre con noi. Alla fredda tecnologia preferiamo le tradizionali carta e penna. Sul coltello non ci sono impronte digitali. Probabilmente l’assassino indossava i guanti in lattice. Il cuscino è macchiato solo del sangue della vittima. Nessuna impronta e nessuna altra traccia di DNA. La polizia scientifica ha inutilmente esaminato l’interruttore della luce alla ricerca di impronte digitali. Le finestre dell’appartamento sono integre. Nessuno apparentemente le ha aperte oppure chiuse. L’allarme e le telecamere sono state disattivate da Stefano rientrato a casa intorno alle 17:50. Dopo la lezione di cinese, la vittima ha cominciato a preparare la cena. Lo dimostrano le carote e le zucchine tagliate alla julienne e lasciate in bella vista sul lavabo della cucina. Quasi certamente è stato interrotto da una visita inaspettata. Chi aveva suonato?
“L’assassino è entrato in casa con tranquillità perché conosceva bene Stefano. I due hanno prima sorseggiato un whisky, come provano i due bicchieri sul tavolino del salotto. Poi hanno iniziato a discutere” osserva con aria vincente il commissario Basettoni. Frughiamo nei cassetti, negli armadi e nello sgabuzzino. Non scorgiamo nulla di interessante. Solo oggetti privi di valore e poco significativi per la nostra indagine. Sul terrazzo panoramico il commissario cammina nervosamente andando avanti e indietro, avanti e indietro…mille dubbi frullano nella sua testa. Mentre scruta ogni minimo dettaglio, appoggia il piede su una mattonella a forma triangolare con ghirigori dorati. In quel momento avverto un tintinnio quasi impercettibile provenire dalla lastra in ceramica. La sollevo fiduciosa. Solo il gancio di un insignificante portachiavi dimenticato lì da anni. Delusi e amareggiati saliamo in macchina e ci precipitiamo in ufficio. Ordiniamo due caffè bollenti e una pizza. Ci attende una lunghissima notte. Mentre cerco di appuntare qualcosa sul block notes sento ululare il vento in lontananza e la pioggia cadere goccia dopo goccia sul tetto. Oggi non riesco a concentrarmi, forse perché il caso mi ha colpito sentimentalmente o forse per un po’ di stanchezza. Gli occhi si chiudono lentamente ma non posso farmi avvolgere dal sonno, devo solo usare il cervello e immaginare la scena. Dopo aver ragionato per ore e ore, il commissario mi chiede di visionare nuovamente le telecamere con cui sono stati registrati gli interrogatori. Riavvolgiamo decine di volte i nastri fino a quando la nostra attenzione si concentra sulla scena che ha come protagonista Alessio Rossi.
“Commissario perc…”
“Aspetta e osserva” mi rimprovera bonariamente.
La casa della vittima porta ancora i segni dell’indagine. Tutto è stato cristallizzato. Un dettaglio ancora ci sfugge. A un certo punto un tappeto persiano quasi dimenticato in un angolo del corridoio cattura il mio sguardo. Lo srotolo con trepidazione. Un minuscolo frammento dorato scintilla alla luce del nuovo giorno. Tutto avviene nella frazione di un secondo. Una sottile e luccicante fede nuziale riecheggia sul pavimento. Nel suo interno una data e un nome: 29 marzo 2009 Livia.
“Quindi la prova regina è sempre stata qui” dico in un’esplosione di gioia.
“Si, questo piccolo pezzo d’oro è sempre stato sotto i nostri occhi!”
Il commissario ha il telefono in mano, tra poco gli agenti andranno ad arrestare il colpevole. Sono appagata del lavoro che abbiamo svolto ma nello stesso tempo ho il cuore a brandelli. Certo, Stefano aveva un caratteraccio ma non meritava di morire in quel modo. Mi affaccio dalla finestra e l’aria fresca scompiglia i miei lunghi capelli dorati. I fari della macchina si infrangono contro il muro portante del commissariato mentre continua a piovere a dirotto.
Ecco arrivare Alessio Rossi.
“Buonasera commissario. Per quale motivo sono stato convocato?”
“Quando si è sposato con sua moglie?”. Silenzio assordante.
“Il 29 marzo 2009, ricordo nitidamente quel giorno”. Gli occhi si abbassano per un istante infinito.
“Nell’abitazione di Stefano Corsi abbiamo notato un dettaglio che prima ci era sfuggito. Una fede nuziale su cui è inciso il nome di sua moglie Livia e la data che ci ha appena riferito”. Le luci del soffitto illuminano il volto sconvolto e inerme di Alessio. Immobile è incerto su cosa rispondere.
“Glielo chiederò per l’ultima volta. Ha ucciso lei Stefano Corsi?”
“Non volevo porre fine alla sua vita. Quando ho scoperto che amava mia moglie, la rabbia ha avuto il sopravvento. Si, lo confesso. L’ho ucciso io. Non potevo sopportare che la persona più importante della mia vita potesse tradirmi con un tipo inaffidabile come Stefano”. Le lacrime rigano il suo volto trasfigurato dal dolore. Le sue labbra balbettano. Non ha tempo di dire altro. Gli agenti di polizia lo ammanettano. Lo vedo allontanarsi sempre di più fino a scomparire nella macchina dai vetri oscurati. Il caso è chiuso.
EPILOGO
Nonostante siano passati sei mesi dalla morte di Stefano il dolore ancora mi affligge. Anche oggi ho lasciato un fascio di rose accanto alla sua lapide. Se fossi stata maggiormente al suo fianco, forse tutto questo non sarebbe accaduto. Apro la finestra, respiro profondamente mentre il vento accarezza leggermente i miei capelli. La nostra canzone preferita risuona nella stanza. Un pò di pace nel silenzio eterno.
Alberto Baldassarri, Matilde Cesarini, Ester Kaca, Alessandro Nasini, Giordano Ricci, Linda Ridolfi, Giuseppe Rossi – 2D
Il coltello rosso sangue
Nella cucina si era già sparso l’odore di tartufo, un aroma intenso e familiare che Massimiliano conosceva bene. Non riusciva a resistere ai piatti ricchi di gusto, anche se in quel momento aveva un piattino di carote crude accanto a sé, il suo snack preferito. Era concentrato sulla preparazione di una cena speciale per Martina e Alessandra, le sue amiche, ma qualcosa sembrava turbarlo. Il campanello della porta d’ingresso trillò improvvisamente. Massimiliano, sorpreso, si pulì le mani sul grembiule e andò ad aprire. Davanti a lui c’era Alessandra, alta e maestosa, con i suoi capelli rossi e ondulati che sembravano riflettere la luce del tramonto. Gli occhi verdi di Alessandra brillavano, ma c’era una tensione nel suo volto che non passò inosservata.
“Sono in ritardo, scusa, ma c’è qualcosa che devo assolutamente raccontarvi,” disse Alessandra entrando, e subito il labrador marrone del ragazzo, Kim, le corse incontro scodinzolando. “Massimiliano, è successo qualcosa di strano… al mercatino in piazza.” La sua voce tradiva agitazione e preoccupazione. Massimiliano guardò Alessandra perplesso, mentre Martina, che era già nella sala da pranzo, li raggiunse. Martina, con i suoi capelli neri e ricci e gli occhi blu penetranti, cercò di nascondere il sorriso che le era spuntato quando vide Massimiliano, ma quando sentì le parole di Alessandra si fece subito seria.
“Cosa è successo, Alessandra?” chiese Martina, mentre Kim, con il suo solito entusiasmo, si piazzava tra tutti loro come se volesse essere parte della conversazione. Alessandra prese fiato e iniziò: “Stavo comprando alcune spezie al mercatino quando ho notato una bancarella insolita, gestita da un uomo che indossava un cappotto lungo e un cappello a cilindro, davvero stravagante. Sembrava quasi fuori luogo. Aveva oggetti in vendita, tra questi c’era un coltello da cucina che ha attirato la mia attenzione. Aveva un manico sferico con un diametro di circa un centimetro e mezzo e una lunghezza di cinque, fatto di bosso. Quando gli ho chiesto il prezzo, ha osservato il coltello, poi mi ha guardata con un sorriso ambiguo e mi ha detto: “Sei un amante di lame affilate?” Io un po’ imbarazzata gli ho risposto “Veramente avevo solo voglia di cucinare.” Poi mi ha detto il prezzo, costava quindici euro. Sapevo che costava decisamente troppo per un coltello ma l’ho preso lo stesso”.
Martina e Massimiliano si scambiarono uno sguardo perplesso mentre Alessandra continuò: “Quando sono tornata a casa l’ho usato per tagliare della carne ma mi è caduto e ho visto che la lama si stava sgretolando come se avesse un rivestimento.”
Gli altri due amici cominciavano ad essere preoccupati. Kim abbaiò, sembrava che la storia avesse turbato anche lui. Massimiliano si passò una mano tra i capelli biondi, riflettendo su come fosse possibile una cosa del genere. “E non è tutto! Quando l’ho raccolto ho notato che era fatto di un materiale molto pregiato, ma era macchiato di rosso. All’inizio mi sembrava colore ma poi ho visto che non era un qualcosa di artificiale: era del sangue!” I due amici risposero subito in coro “Beh, che aspettiamo, portiamolo ad esaminare. Mi sembra strano che sia del semplice sangue lasciato lì per caso.” Allora Alessandra rispose: “Ma a quest’ora secondo voi chi sarebbe disposto ad esaminarlo, andiamo? È meglio aspettare.”
Ad un certo punto i tre sentirono Kim abbaiare verso un quadro che era in casa proprio sopra il divano: quello del matrimonio dello zio Giovanni
“Ma certo!” esclamò Massimiliano “Lo zio Giovanni può aiutarci, ama fare queste cose ed ha un kit apposito per farlo. Bravo Kim!”
“Ottima idea!” intervenne Martina “Ora però vorrei cenare e filare a letto. Non ne posso più, questa giornata è stata davvero pesante. Ci mancava anche il coltello!”
“Hai ragione, andiamo a mangiare e a tutta questa storia assurda penseremo domani, tu intanto Alessandra puoi sistemarti nella camera degli ospiti e poi raggiungerci a cena” aggiunse Massimiliano. La mattina seguente i tre ragazzi si svegliarono presto per raggiungere lo zio di Massimiliano in modo tale da fargli esaminare la macchia di sangue presente nel coltello. Una volta arrivati a casa dello zio, Massimiliano, che conosceva bene la casa, alzò il tappeto davanti all’ingresso, prese la chiave che c’era sotto e aprì la porta. Poi chiamò lo zio a gran voce ma non rispose nessuno. Intanto Kim stava perlustrando la casa. Al piano terra era tutto tranquillo ma, quando il labrador raggiunse il piano superiore, improvvisamente iniziò ad abbaiare. Massimiliano, Alessandra e Martina si scambiarono uno sguardo intenso e penetrante e non esitarono a salire di sopra: nella stanza c’era il corpo senza vita dello zio sopra il letto e Kim accasciato accanto a lui. Massimiliano si appoggiò alla porta incapace di muoversi, voleva piangere e tentare di fare qualcosa ma ricacciò giù le lacrime a forza: quella non era una morte naturale e qualsiasi cosa avesse fatto rischiava di compromettere il luogo del delitto. In tutta la schiena dello zio, infatti, c’erano segni di coltellate e la sua camicia preferita era sporca di sangue. I tre amici erano incapaci di stare un minuto in più di fronte a quella scena e di fare qualsiasi cosa. L’unico che sembrava aver voglia di fare alcunché era Kim che, abbaiando e sgrufolando al piano di sotto nelle tasche del cappotto di Massimiliano, prese il telefono del padrone e glielo depositò tra le mani. Ancora sconcertato dalla piega degli eventi, il giovane si affrettò a digitare e chiamare il 112. L’agente che rispose però non gli volle dare ascolto dicendo che era il classico scherzo da ragazzi. Massimiliano, preso da un impeto d’ira, tirò un calcio al comodino da dove cadde un biglietto.
“Cos’è!?” disse Alessandra. “Dammi qua!” esclamò Martina stizzita iniziando a leggerlo: “Non continuate a indagare. La vostra famiglia farà la stessa fine di quest’uomo. Sento tutto quello che dite, ogni singola parola, ogni singolo giorno da quando da quella bancarella è stato preso il coltello.” A queste parole i tre amici rabbrividirono e, abbandonando il corpo riverso dell’uomo, subito si precipitarono al mercato alla ricerca della bancarella in cui Alessandra aveva comprato il coltello. Lo strano venditore era ancora lì, Massimiliano disse: “Per quale motivo ha fatto tutto ciò? Cosa le ha fatto di male mio zio?”. Il venditore parve cadere dalla nuvole e rispose stupito: “Zio!? Ma cosa sta dicendo? Io non ne so niente di tutta questa storia. Sono qui solo per rivendere a buon prezzo oggetti usati. Cosa vuoi che c’entri con suo zio? Nemmeno lo conosco”.
Allora Massimiliano, memore del biglietto, prese un foglio, iniziò a scrivere poche parole per non farsi scoprire dal vero assassino: “Oggetti usati. Omicidio. Microfono nascosto. Polizia non collabora. Assassino ci ascolta.” E concludendo il biglietto con una domanda: “Chi gli ha venduto questo coltello?” lo porse al venditore. Di nuovo il labrador Kim aiutò i ragazzi prendendo dalla borsa di Alessandra il coltello avvolto in un panno di stoffa bianca e con il suo musetto lo porse all’ambulante che si ricordò di averlo venduto esattamente un giorno prima ad una signora, quella signora era stata proprio Alessandra, che confermò con un cenno del capo. Continuarono a parlarsi con quella specie di linguaggio morse a cui lo strano esercente rispose: “Cerco nome”. Prese un computer da una vecchia borsa e ricercò subito la chat con il presunto assassino. I suoni del mercato che circondava i ragazzi non riuscivano a dissipare la tensione che si tagliava con un coltello e i minuti scorrevano sempre più lentamente. All’improvviso l’ambulante girò di scatto lo schermo del pc verso i ragazzi che riuscirono solo a vedere una serie alfanumerica che caratterizzava la chat: ve.19205611415.
“E questo cosa è, adesso?” esclamò Massimiliano.
“Penso sia un codice” rispose Martina che, da sempre, amava creare nomi in codice e rebus. “Mi dia carta e penna”. Il sole era alto e il mercato cominciava ad essere in piena attività tra rumori sempre più pressanti ma Martina sembrava essere persa in un mondo tutto suo. “Ecco! Fatto” e porse il foglio su cui aveva scribacchiato a Massimiliano. C’era scritto: “ve sta per venditore e i numeri stanno per le lettere del suo vero nome che secondo i miei calcoli è Stefano”. Quando Alessandra, Massimiliano e il venditore lessero quello che aveva scritto rimasero a bocca aperta per due cose. La prima era la bravura di Martina per essere riuscita a decifrare il nickname in così poco tempo e la seconda perché, nel piccolo borgo dove vivevano, c’erano solo due persone con quel nome: un bambino e un uomo di circa 50 anni. Difficile pensare che un bambino potesse fare tutto quello che i tre avevano visto e quindi era molto plausibile che la colpa potesse ricadere sul secondo Stefano, un uomo che, nel piccolo borgo, tutti dicevano essere “un uomo taciturno e riservato che però sa il fatto suo”.
Dopo essersi messi d’accordo con l’ambulante per tenere al sicuro il coltello i tre si incamminarono verso la casa dell’uomo che secondo Martina si celava dietro al nickname. La casa era sempre stata trasandata ma, ora che Massimiliano, Alessandra e Martina, oltrepassavano il giardino antistante con il cuore pesante, sembrava ancora più lugubre. Bussarono alla porta e la voce di un uomo riecheggiò dall’altra parte dell’uscio apostrofandoli su chi fossero. Inventandosi una bugia su due piedi: “Buonasera signore, siamo qui per raccogliere delle informazioni sui diversi paesani del borgo per una ricerca universitaria, dato che noi veniamo da fuori, potrebbe aiutarci?” Dopo un momento di silenzio in cui i ragazzi credettero di essere stati scoperti, fatto strano perchè in teoria l’assassino non aveva più loro notizie da quando avevano lasciato il coltello in custodia dell’ambulante, il rumore di una maniglia cigolante riempì l’aria e Stefano li accolse in casa sua, mostrandogli tutte le stanze tranne una che diceva essere riservata e nella quale nessuno poteva entrare. Allora Martina chiese: “Mi scusi se mi intrometto ma dentro quella stanza ci sono oggetti personali oppure qualcosa che non vuole far sapere ai suoi conoscenti? Sa, dobbiamo fare sempre domande precise a chi intervistiamo e, molto spesso, nei piccoli paesi, c’è sempre qualcuno che attira l’attenzione. Non se ne abbia a male ma ho sentito dire che girano alcune voci su di lei…non vorrei ritrovarmi in una situazione spiacevole”. Nonostante potesse rivelarsi una mossa azzardata, Martina riuscì a rendere la domanda meno pericolosa di quello che effettivamente era grazie al suo modo di fare sornione. Ciononostante Stefano non abboccò e gli disse: “Siete sicuri che volete solo conoscere gente del posto? Perché a me da ciò che chiedete non sembra proprio.” I ragazzi risposero in coro: “Ah, ci scusi volevamo solo conoscerla meglio”. Dopo vari altri botta e risposta finalmente i tre ragazzi uscirono da quella casa. Erano spaventati e confusi perché secondo loro un uomo così riservato non poteva essere in grado di uccidere ben due persone, una con il coltello che aveva acquistato Alessandra e l’altra, ovvero lo zio di Massimiliano, con un altro coltello.
“Magari non è stato lui” disse Alessandra “Ma a me quella stanza segreta fa venire i brividi!”
“Dobbiamo riuscire ad entrarci” le fece eco Massimiliano. “Chissà cosa potremmo trovare?” chiosò Martina. I tre ragazzi allora corsero a casa del giovane ed escogitarono un piano per entrare nella stanza segreta di Stefano credendo che potesse nascondere il cadavere della prima vittima. I ragazzi erano stati informati dal venditore, che conosceva le abitudini di Stefano, che si sarebbe recato il giorno successivo al mercato e quindi loro avrebbero avuto casa libera e un’occasione per poter entrare e scoprire cosa ci fosse in quella stanza. La notte passò agitata. La mattina successiva si appostarono in un parchetto vicino alla casa di Stefano aspettando che uscisse: e così accadde! I ragazzi entrarono nella casa scassinando la porta “Fai piano!” esclamò Martina mentre Alessandra apriva la porta. Camminando in punta di piedi ispezionarono qualsiasi angolo per essere sicuri di essere soli e trovando la porta della stanza a loro disposizione decisero di provare il tutto per tutto. Gocce di sudore solcavano la fronte dei ragazzi e quando Massimiliano mise la mano sopra la maniglia tutti trattennero il respiro. Aprirono la porta e…nulla. La stanza era piccola, spartana ed estremamente semplice. Nulla a che fare con omicidi e cadaveri. C’erano solo foto e cimeli di famiglia, in particolar modo una foto in cui era presente Stefano con una donna, presumibilmente la moglie ormai defunta. I ragazzi capirono quindi di essere stati truffati. L’unica persona che avrebbe potuto ingannarli era proprio il venditore di oggetti usati, ma non da qualcun altro bensì da lui stesso! I ragazzi però avrebbero potuto accusarlo di nulla perché quest’ultimo poteva ricattarli o addirittura scappare e la cosa peggiore era gli avevano persino lasciato il coltello. Perciò i ragazzi questa volta si riunirono a casa di Alessandra “Ragazzi silenzio!” disse Martina, Kim le saltò in braccio e le leccò una mano, Massimiliano approfittò del silenzio per tentare di tirare le fila di quella storia assurda: “Sappiamo chi è stato ma non sappiamo il perché abbia fatto tutto questo.” Dopo una discussione interminabile giunsero alla conclusione che l’unica soluzione possibile fosse quella di andare al mercato per prendere il laptop del rivenditore. La mattina seguente mentre quest’ultimo era andato a fare una commissione lasciando un suo sostituto al banco, i ragazzi, senza farsi vedere, presero il laptop e corsero subito in un parco lì vicino nella speranza di trovare qualcosa che potesse aiutarli.
“Oramai al pc si scrive di tutto, magari saremo fortunati” disse Martina.
Cercarono tra i documenti privati e ne trovarono uno con scritto: PIANO PER L’OMICIDIO, c’era un problema però: serviva una password. Alessandra esclamò con astuzia “Ma certo! Il numero del nickname” Con mani tremanti digitarono la password e il documento si aprì. Vi era appuntata una lunga descrizione della prima vittima, un certo Tommaso Armadi e, in basso, era allegata un’immagine da cui faceva capolino un uomo dai capelli neri, statura bassa e fisico ben curato. Seguiva una breve descrizione: pregevole uomo, non merita di vivere per quello che ha fatto. Si è portato via l’amore della mia vita, tutti i miei soldi, la mia casa e mi ha messo in cattiva luce, finalmente riuscirò a vendicarmi. “Ma certo ora si spiega tutto! Ha ucciso il primo uomo per vendetta” disse Alessandra e Kim abbagliò come segno di approvazione. “Ma mio zio cosa c’entra?” gli fece eco Massimiliano.“…è probabile che abbia acquistato il coltello prima di Alessandra e, notando le tracce di sangue, avesse iniziato a fare domande” rispose Martina. “Non c’è un elenco di vendita da poter controllare? Dai qui.” Martina cominciò a cercare tra i file fino a che non riuscì a trovarne uno, non criptato, in cui vi erano effettivamente inserite le vendite dell’ultimo mese e in cui compariva il nome di zio Giovanni. “Eccolo” e girò il pc verso Massimiliano “Tuo zio si è trovato nel momento giusto nel posto sbagliato, mi dispiace”.
Con una lacrima che finalmente gli cadeva sulla guancia Massimiliano rispose “Cercava sempre la giustizia. È morto per inseguirla.” Ora non gli restava che scoprire dove si trovasse il corpo della prima vittima e Martina disse “Magari se controlliamo meglio potremmo trovare indizi anche su quello”. Cercando approfonditamente ne videro uno con su scritto: MORITURI, anche quello era un documento privato. Dopo alcuni tentativi infruttuosi provarono a scriverla invertendo qualche numero e, bingo, riuscirono ad aprirlo trovando una mappa. I ragazzi si guardarono negli occhi lucidi. Ce l’avevano fatta! Non gli restava che portare quel laptop e il coltello, che nel frattempo Kim aveva ripreso, alla polizia. Correndo per paura che il rivenditore potesse trovarli e inseguirli, arrivarono alla caserma di polizia. Anche se con un po’ di esitazione il poliziotto osservò il laptop con tutti i documenti e il coltello che Massimiliano gli aveva dato. Il poliziotto mandò alcuni agenti a fare un sopralluogo nel posto designato dalla mappa e alla casa di Giovanni e altri ad arrestare il presunto assassino. I ragazzi intanto gli raccontano com’era andata tutta la storia. “Ragazzi, state calmi, una volta che il rivenditore sarà in prigione voi potrete stare tranquilli.” Pochi giorni dopo arrivò ai tre ragazzi una e-mail che confermava che il rivenditore era un assassino e che il suo vero nome era Marco Specchi. Finalmente i ragazzi potevano stare tranquilli. A loro e a Kim fu assegnato un riconoscimento per aver risolto un caso e aver fatto giustizia per i due defunti.
Debora Capi, Ikram Chigri, Francesca Maria Mantovani, Federica Meazzi, Kristofer Passeri, Andrea Scutigliani – 2G
IL MISTERO DELLA PORTA CHIUSA
Era una mattina nuvolosa di novembre quando Marco e Alice si trovarono davanti alla vecchia scuola elementare di San Giovanni. Il cielo grigio sembrava riflettere l’atmosfera strana che aleggiava nell’aria. Un vento leggero faceva frusciare le foglie secche lungo il marciapiede, e le finestre polverose dell’edificio sembravano occhi ciechi puntati sul mondo esterno. Marco aveva appena compiuto undici anni e da sempre amava risolvere misteri. Aveva una collezione di libri gialli nella sua cameretta e un taccuino dove annotava ogni cosa sospetta accaduta nel quartiere. Alice, la sua migliore amica, era più riflessiva e cauta, ma condivideva la stessa passione per l’avventura. La scuola era ormai chiusa da giorni per le vacanze, ma i due ragazzi avevano deciso di dare un’occhiata al vecchio edificio. “Ti ricordi quella porta che non si è mai aperta?” chiese Alice, curiosa. “Sì, quella del piano di sopra. Hanno sempre detto che è bloccata,” rispose Marco, ma non sembrava convinto. “Beh, forse è il momento di scoprire perché.” Alice sorrideva con uno sguardo intrigante. I due si avvicinarono all’ingresso della scuola. Marco spinse la porta principale, che scricchiolò come se fosse stata chiusa da secoli. All’interno, l’edificio era immerso nel silenzio. Le pareti erano coperte di vecchi manifesti scolastici sbiaditi e il pavimento di legno scricchiolava sotto i loro passi. Salirono al piano superiore, dove si trovava la misteriosa porta. Arrivarono davanti alla porta chiusa da sempre. Era di legno scuro, con delle vecchie maniglie in ottone che sembravano quasi corrose dal tempo. Sopra la porta, una targa scolorita portava un numero cancellato dal tempo. Marco provò a girare la maniglia, ma la porta non si mosse nemmeno di un millimetro. “Strano,” disse Marco. “Non dovrebbe essere così difficile aprirla.”
Alice si avvicinò al muro accanto alla porta e notò qualcosa di curioso. Un piccolo graffio sulla parete, come se qualcuno avesse cercato di forzare la porta in passato. “E se qualcuno ha provato a entrare prima di noi?” suggerì Alice. “Potrebbe essere,” rispose Marco, “ma cosa ci sarà dietro? Non credo che sia solo un magazzino.” Ad un tratto, un rumore sordo provenne dal corridoio, come un leggero passo. I due ragazzi si voltarono all’istante, ma non c’era nessuno. Solo l’eco del loro stesso respiro riempiva l’aria.
“Chi è?” chiamò Marco, ma la sua voce rimbombò nel vuoto. Nessuna risposta. I ragazzi si scambiarono uno sguardo preoccupato. Decisero di proseguire con cautela, ma stavano per girarsi verso la porta quando, improvvisamente, sentirono un altro rumore. Questa volta, un oggetto cadde a terra con un tonfo. “Vieni, andiamo a vedere!” disse Marco, correndo verso la fonte del rumore. Alice lo seguì, anche se sentiva una strana sensazione di freddo lungo la schiena. Si fermarono davanti a una finestra aperta. Una vecchia carta ingiallita era caduta dal tavolo vicino al muro. Marco la raccolse e si accorse che era una mappa della scuola, con alcuni segni strani e annotazioni scritte a mano. “Guardate!” esclamò Marco, indicando una parte della mappa. “C’è scritto ‘dietro la porta, il segreto’.” “Un segreto?” disse Alice con un filo di voce. “Ma cosa può esserci dietro quella porta?” “Non lo so, ma penso che dovremmo scoprirlo,” rispose Marco, deciso. Marco e Alice tornarono alla porta chiusa. Questa volta, però, avevano una nuova determinazione. Marco si inginocchiò e guardò attentamente la base della porta, cercando qualsiasi cosa che potesse aiutarli. All’improvviso, notò una piccola fessura sul lato destro. Con un po’ di pazienza, riuscì a infilare una lama di plastica nella fessura e a fare leva. “Dobbiamo essere veloci,” disse Marco, mentre la porta si muoveva lentamente. Alla fine, con un ultimo sforzo, la porta si aprì con un rumore secco. I due ragazzi entrarono in una stanza buia, e un odore di polvere e vecchie candele li investì subito. La stanza sembrava abbandonata da anni. Le pareti erano tappezzate di scaffali vuoti, e al centro c’era una vecchia cassa di legno. “Guarda!” esclamò Alice, indicando la cassa. “Chissà cosa c’è dentro.” Marco si avvicinò con cautela e, con una certa apprensione, aprì il coperchio. Dentro, c’era un vecchio libro, con la copertura rovinata e le pagine ingiallite dal tempo. “Un diario?” disse Alice, curiosa. Marco lo sfogliò velocemente, trovando alcune pagine con scritte strane e simboli misteriosi. Una delle pagine attirò la sua attenzione: “Se apri la porta, il segreto ti sarà rivelato, ma attento a non perdere la via.”“Cos’è questo?” chiese Marco, mostrandolo ad Alice. “Sembra una specie di avvertimento.” Alice guardò il libro con attenzione. “Penso che ci sia qualcosa di più in questa scuola di quanto sembri,” disse con un’espressione seria. Improvvisamente, sentirono dei passi nel corridoio. Qualcuno si stava avvicinando rapidamente. Marco chiuse il libro e lo nascose sotto la giacca. “Sveliamo il mistero,” disse Marco con un sorriso misterioso. “Ma dobbiamo farlo in fretta.” I due ragazzi scesero di corsa le scale, ma prima di uscire, Alice si fermò un attimo. Guardò di nuovo la porta chiusa e sussurrò: “Questo è solo l’inizio.”
Dopo aver scoperto il diario e il messaggio criptico, Marco e Alice decisero di continuare a indagare. Erano convinti che la chiave per risolvere il mistero si trovasse nel diario. Dopo aver esaminato attentamente le pagine, trovarono un indizio che li portò a una vecchia stanza dei professori. Lì, nascosto dietro una libreria, trovarono un vecchio registro delle presenze che sembrava essere stato volutamente occultato. Mentre lo esaminavano, notarono un nome cerchiato più volte: “Prof. Giovanni Rossi”. Aveva saltato diversi giorni di lezione proprio nel periodo in cui la porta fu chiusa per sempre. “Dobbiamo trovarlo,” disse Marco. Dopo alcune ricerche, scoprirono che il signor Rossi viveva in un piccolo appartamento nel centro città. Quando bussarono alla porta, fu lui stesso ad aprire. Era un uomo anziano, dai capelli bianchi e lo sguardo stanco. “Cosa volete?” chiese con voce dura. “Vogliamo sapere cosa c’era dietro la porta al secondo piano della scuola,” disse Alice con coraggio. Il signor Rossi sembrò sbiancare. “Come fate a saperlo?” mormorò. Marco gli mostrò il diario. Dopo un lungo silenzio, l’uomo li fece entrare. “La porta era stata chiusa per nascondere un segreto,” disse. “Un segreto che poteva rovinare la reputazione della scuola.” Marco e Alice erano curiosi. “Cosa c’era dietro la porta?” Il signor Rossi esitò. “Una stanza segreta dove erano conservati documenti contabili. Prove che alcuni fondi destinati alla scuola erano stati dirottati.”
“E perché hai tenuto il segreto?” chiese Alice. “Ero spaventato. Avevo una famiglia da mantenere. Ma ora, forse, è giunto il momento di rimediare.” Marco e Alice tornarono alla scuola e parlarono con il preside, portando con sé il diario e le prove. Marco e Alice, dopo aver portato a termine l’indagine, si trovarono nel piccolo ufficio del preside, il quale, sebbene avesse mostrato un atteggiamento inizialmente risoluto e un po’ distaccato, stava ora ascoltando con attenzione ogni parola che i ragazzi pronunciavano. Marco aveva appena finito di raccontare di come avevano trovato il diario e come avevano parlato con il signor Rossi, e ora il preside sembrava incerto, quasi nervoso. “Quindi, secondo quanto mi dite, il professor Rossi ha confermato che la porta era stata chiusa per nascondere un segreto legato a delle irregolarità nei fondi scolastici?” chiese il preside, cercando di mantenere la calma, ma con un’ombra di preoccupazione nella voce. Marco e Alice annuirono. “Esatto, ma la cosa più strana è che il signor Rossi ha ammesso di aver saputo di tutto fin dal principio,” rispose Marco. Il preside fece una pausa e si passò una mano tra i capelli. “Perché, Rossi?” mormorò, come se stesse parlando più a se stesso che ai ragazzi. Poi, guardandoli di nuovo, aggiunse: “Siete sicuri che vi abbia detto tutto? Non è una cosa semplice, ragazzi. Quello che avete scoperto potrebbe avere ripercussioni ben più gravi di quanto pensiate.”
“Rossi sapeva che qualcosa non andava sin dall’inizio,” spiegò Alice, con un tono che tradiva la sua confusione. “Ma perché ha aspettato così tanto per parlarne? Perché non ha mai agito prima?” Il preside sembrò riflettere per un momento, come se stesse cercando di mettere insieme i pezzi del puzzle. “Il professor Rossi ha sempre avuto una vita difficile. La sua carriera è stata segnata da molte sfide. Ma non è solo un uomo qualunque. Un tempo, lui era uno dei principali consiglieri del consiglio scolastico. Aveva accesso a documenti e informazioni che nessun altro aveva,” spiegò il preside. “E anche se sapeva delle frodi, ha scelto di rimanere in silenzio.” Alice lo guardò incredula. “Ma perché? Come ha potuto fare una cosa del genere?” Il preside sospirò pesantemente, come se stesse per rivelare qualcosa di personale. “Il signor Rossi aveva una famiglia da mantenere, e alcuni dei membri più influenti del consiglio avevano le mani nei conti scolastici. Per lui, parlare significava rischiare tutto: il suo lavoro, la sua famiglia, il suo stesso futuro. Ma, soprattutto, c’era qualcosa di più: temeva le ritorsioni.”“Ritorsioni?” chiese Marco, incuriosito. Il preside annuì, e il suo volto si fece serio. “Sì. Le persone coinvolte nella frode non erano semplici amministratori, ma individui con legami molto forti. La scuola, all’epoca, aveva dei finanziamenti da una fondazione esterna, e alcune persone all’interno del consiglio avevano creato un sistema per dirottare quei fondi a fini personali. Se Rossi avesse parlato, avrebbe messo in pericolo non solo la sua carriera, ma la sicurezza della sua famiglia.” Marco rifletté su quelle parole. “Quindi, Rossi aveva paura. Ma perché ha deciso di parlarci ora, a distanza di anni?” Il preside si alzò e si avvicinò alla finestra, guardando fuori come se cercasse di vedere un segreto che si nascondeva dietro il mondo esterno. “Perché è stato il tempo a convincerlo. Quando una persona porta dentro di sé un segreto per tanto tempo, quel segreto diventa un peso che non può più portare. Rossi ha visto troppe cose, e le sue convinzioni morali non gli permettevano più di rimanere in silenzio. Vi ha raccontato tutto perché aveva bisogno di fare la cosa giusta, anche se ormai era troppo tardi per lui. Non voleva che il suo silenzio, un tempo comprensibile, fosse complice di un sistema che continuava a sfruttare la scuola e i suoi fondi. Il vostro coraggio, ragazzi, è stato fondamentale”.
Maria Romoli, Elena Masci, Filippo Boriosi, Veronica Betti 2H
Il rivale
Era una notte gelida a Brusson, un piccolo paese ai piedi delle montagne valdostane, che si stendeva nel cuore di un paesaggio innevato e incontaminato. Il cielo, limpido e senza nuvole, era cosparso di stelle che brillavano come diamanti lontani, mentre il vento sibilava tra i rami degli alberi, quasi come se la natura stessa stesse trattenendo il respiro. La neve, fresca e compatta, copriva ogni cosa, conferendo al paesaggio un aspetto ovattato e irreale, come se il mondo fosse sospeso nel tempo. In quel silenzio assoluto, una figura solitaria si muoveva con passo deciso sulla superficie bianca, tracciando una scia perfetta. Era Sofia, una ragazza di sedici anni, che praticava con passione lo sci di fondo. Amava uscire di notte, quando il mondo sembrava addormentato, e la solitudine della montagna le dava quella sensazione di pace che non riusciva mai a trovare altrove. Quella sera, però, qualcosa di strano accadde. Sofia non tornò a casa. Il giorno seguente, il cielo sopra Brusson si tinse di un grigio opaco, che sembrava riflettere la tristezza e il turbamento che si erano abbattuti sulla piccola comunità. La madre di Sofia, preoccupata, chiamò subito Jasmine Moretti, la sua insegnante di sci, una donna dai capelli scuri e dallo sguardo penetrante, che aveva conosciuto Sofia sin da quando era una bambina. Non era solo la sua istruttrice, ma anche un’amica fidata, una figura di riferimento che Sofia rispettava profondamente. Jasmine sapeva quanto Sofia amasse passare il tempo all’aria aperta, eppure, quando il cane di Sofia, un meticcio dal pelo nero e folto, cominciò a frugare nel giardino e ad abbaiare furiosamente, la madre di Sofia temette il peggio. La ragazza non era tornata dalla sua passeggiata serale.
«Jasmine, non so più cosa fare. Deve essere successo qualcosa,» disse la madre, la voce tremante. Senza perdere tempo, Jasmine si recò immediatamente al lago di Brusson, uno dei luoghi più suggestivi, ma anche più pericolosi del paese, specialmente in inverno. Il lago ghiacciato attirava i residenti per passeggiate e attività sportive, ma quando il ghiaccio non era abbastanza spesso, poteva trasformarsi in una trappola mortale. Quando arrivò sulla riva, un brivido percorse la sua schiena. Il cane di Sofia la stava guidando, scodinzolando nervosamente, ad un punto preciso. Jasmine si inginocchiò accanto al corpo della ragazza, con il cuore che sembrava fermarsi nel petto. Sofia giaceva immobile sulla superficie ghiacciata, il volto pallido come la neve che la circondava. Una smorfia di terrore distorceva le sue labbra, e gli occhi erano fissi nel vuoto. Il ghiaccio sotto di lei era rotto, e l’acqua del lago stava gocciolando dai suoi vestiti. Un rivolo di sangue marcava il punto esatto in cui la ragazza era caduta, come un segno indelebile del suo passaggio. Jasmine non riusciva a staccare lo sguardo dal corpo di Sofia, ma la sua mente cominciava a razionalizzare. Non era solo un incidente. Non poteva esserlo.
«Sofia, no…» mormorò, con la voce che le si spezzava in gola. Poi, si rialzò, il suo sguardo si fece più acuto. Il buco nel ghiaccio era troppo grande per essere stato causato da una caduta accidentale. C’era un’altra spiegazione. Qualcuno l’aveva spinta, l’aveva fatta cadere intenzionalmente in un punto in cui il ghiaccio era più fragile. Chiamò subito la polizia. Un’ambulanza e due agenti arrivarono poco dopo, ma Jasmine era già convinta che non si trattasse di un incidente. Non solo Sofia era morta, ma qualcuno l’aveva uccisa. Le indagini dovevano essere approfondite, e Jasmine non avrebbe lasciato nulla al caso. Esaminando il luogo del delitto, Jasmine trovò un dettaglio che la fece accapponare. Accanto al buco nel ghiaccio, c’erano delle impronte. Non appartenevano a Sofia. Sembravano di qualcuno che aveva camminato nel gelo con passo deciso, ma molto più pesante di quello di una ragazza. Le impronte conducevano lontano dalla riva, verso una zona dove erano ancora visibili paletti colorati utilizzati per segnare il percorso dello sci di fondo. Jasmine si chinò e osservò meglio il terreno, trovando ulteriori tracce che sembravano non appartenere a nessun altro. C’erano segni nel ghiaccio, come se una figura pesante si fosse mossa con urgenza. Ma non era tutto. Guardando più da vicino il giacchetto di Sofia, Jasmine notò che la cerniera era stranamente rotta. La ragazza l’aveva tirata giù in un modo troppo deciso, come se cercasse di liberarsi da qualcosa o da qualcuno. Era come se Sofia fosse stata coinvolta in una lotta, una lotta che avrebbe potuto costarle la vita. Qualcosa non tornava, e Jasmine sapeva che le risposte dovevano essere in quei dettagli. L’indagine continuò nei giorni successivi, e Jasmine, parlando con alcuni amici della ragazza, riuscì a scoprire che Sofia aveva avuto un litigio con un’altra ragazza della scuola, Valeria, una giovane sciatrice con cui si era confrontata più volte. La tensione tra le due era palpabile, e le voci nel paese parlavano di invidie e rivalità. Ma Valeria aveva un alibi solido: era stata vista al bar del paese con alcuni amici la stessa sera, e non poteva essere stata al lago. Questo sollevò alcuni dubbi nella mente di Jasmine, ma lei non si accontentava di risposte facili. La verità, pensava, era ancora nascosta in quei frammenti evidenti, tra le impronte nel ghiaccio e i segni lasciati da Sofia. Un altro indizio emerse quando una delle amiche di Sofia rivelò che la ragazza aveva ricevuto un messaggio misterioso da un numero sconosciuto poco prima della sua morte. Il messaggio diceva: «Ti sto osservando. Non ti fidare di nessuno.» Quella frase fece gelare il sangue nelle vene di Jasmine. Era evidente che Sofia fosse stata sotto minaccia, qualcuno l’aveva fatta sentire insicura, spaventata. Ma chi era stato? E perché?
Le indagini portarono Jasmine a interrogare nuovamente gli amici e le persone più vicine a Sofia. Poi, durante una visita a casa della ragazza, il padre di Sofia le raccontò un particolare interessante: una settimana prima della sua morte, Sofia aveva ricevuto una telefonata da un numero sconosciuto, ma non gli aveva mai rivelato di chi fosse. La famiglia non aveva mai pensato che fosse qualcosa di grave, ma il padre si ricordò di aver notato un’espressione preoccupata sulla faccia di Sofia dopo quella telefonata. Jasmine decise di approfondire la cosa. Dopo aver esaminato il telefono di Sofia, riuscì a recuperare il numero da cui erano partiti quei messaggi. Si trattava di un numero che non apparteneva a nessuno che Sofia conoscesse. Chi c’era dietro quella comunicazione? E cosa voleva da lei? Poi, un incontro inaspettato la colse di sorpresa. Era il fratello maggiore di Sofia, Johnny, che stava camminando lungo la riva del lago. Il suo atteggiamento sembrava distratto, come se fosse perso nei suoi pensieri. Jasmine si avvicinò e lo interrogò.
«Johnny, cosa stai facendo qui?» chiese, studiandolo con attenzione. C’era qualcosa in lui che non la convinceva.
«Mi manca tanto, Jasmine,» rispose lui, con la voce triste e distante. «Avevo bisogno di stare da solo.»
Jasmine non riusciva a credere completamente alla sua risposta. Nonostante il tono di voce, qualcosa nel comportamento di Johnny la insospettiva. Decise di metterlo sotto pressione. Lo interrogò su ciò che sapeva riguardo la cerniera del cappotto di Sofia. Johnny vacillò per un attimo, poi ammise di essere stato lui a romperla, ma cercò di giustificarsi. “Era un gesto di rabbia, non pensavo che fosse così grave,” spiegò. Johnny non sapeva ancora di aver commesso un errore fatale. Poi Jasmine, scavando ancora più a fondo, scoprì qualcosa di sconcertante. Johnny aveva passato parecchio tempo vicino al lago la notte prima, ma non aveva mai voluto rivelare esattamente dove fosse stato. La sua versione degli eventi cambiò più volte, e quando Jasmine cominciò a metterlo di fronte alle sue contraddizioni, il ragazzo crollò. Fu allora che Jasmine capì la verità. Johnny, incapace di sopportare l’idea di essere messo in ombra dalla sorella, aveva cercato di fermarla in un eccesso di gelosia. La sua rabbia per il suo successo nelle gare di sci di fondo l’aveva spinto a compiere un atto irreparabile: l’aveva spinta nel lago, senza pietà, senza pensare a ciò che stava facendo. Quando Jasmine finalmente chiamò la polizia e rivelò la verità, la piccola comunità di Brusson rimase scioccata. La morte di Sofia non era stata un incidente, ma il risultato di una gelosia fraterna incontrollabile. Johnny venne arrestato, e la verità emerse lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a comporre l’intero puzzle. Il lago di Brusson, ora rimasto silenzioso, sembrava custodire un segreto che avrebbe turbato per sempre la memoria di tutti. Ma nel cuore di Jasmine, il dolore per la vita persa e per la terribile verità che aveva scoperto non sarebbe mai svanito.
Ilaria Belli, Ginevra Scardazza e Miriam Tessini 2B
La pianta omicida
CAPITOLO 1 – Il primo sospettato
“Cosa ha preparato per il tavolo numero 7 quella sera?” domandò la donna con tono pacato, sistemandosi gli occhiali e svelando l’occhio danneggiato, segno del suo passato. Nella piccola stanza l’aria era appiccicosa. La donna si rimboccò le maniche della camicetta che indossava sempre, per provare a respingere l’umidità estiva. Lo chef, Ernesto, rispose sospirando: “Per quei due, quella sera, ho preparato un risotto ai funghi con un pizzico di erbe aromatiche da me personalmente coltivate.”
La detective Annette Dantes aggrottò la fronte e continuò a guardare negli occhi l’uomo. “Quali erbe ha aggiunto precisamente al risotto?” chiese con forza. Senza dare tempo allo chef di aprire bocca, incalzò con un’altra domanda: “E come fa a ricordarsi con precisione cosa ha cucinato per loro, considerando quanti piatti prepara ogni sera?” L’uomo sobbalzò leggermente e con le mani tremanti, provò a formulare una risposta che non insospettisse il detective. Dopo qualche secondo di silenzio a riflettere rispose: “Le erbe aromatiche che usai furono menta, timo e un pizzico di origano giusto per dare un tocco di sapore. È il piatto migliore e anche il più costoso che abbia mai preparato. Come potrei dimenticarlo?”
Annette osservò con cura i suoi gesti. Seppure non fosse pienamente convinta con un cenno della testa, gli fece cenno di uscire. Per il momento.
CAPITOLO 2 – La scena del delitto
Situato nella città di Dubai, era un luogo macabro e malaugurante. Appena varcata l’entrata, si veniva travolti da un odore acre e soffocante che faceva rabbrividire chiunque entrasse. Davanti agli occhi di Annette si presentò un immenso acquario, con un’impensabile quantità di pesci di pregiati, destinati ad essere cucinati. Il soffitto era ornato da decorazioni dorate, così come il pavimento, la cui lucentezza rifletteva l’atmosfera lussuosa di quell’ambiente. Ogni tavolo era stato attentamente vestito con massima cura: dettagliate tovaglie blu, che ricordavano il fondale marino, le posate d’oro, ciascuna posizionata con estrema precisione sui tovaglioli di stoffa decorati da un bordino di pizzo. Al centro di ogni tavolo, una candela era perfettamente abbinata al colore delle tovaglie. Annette avanzò con decisione verso il tavolo numero 7. Là, era avvenuto il delitto del suo caro amico, cantante di fama mondiale, Jonathan. Il suo corpo giaceva a terra, senza respiro, accanto al tavolo dove, solo poche ore prima, aveva cenato con Amira, anche lei una cantante molto famosa, incontrata durante una competizione. Il corpo immobile non presentava ferite visibili. Nessun taglio, nessuna lesione che facesse pensare ad una aggressione.
CAPITOLO 3 – Le indagini
La detective chiamò il medico legale, che giunse sul luogo del delitto nel minor tempo possibile. Quando arrivò, Annette gli raccontò i dettagli della storia che le erano stati riferiti. Dopo meticolose analisi e accertamenti in laboratorio, il medico legale affermò con certezza che la morte era stata causata da un avvelenamento, per gli effetti tossici di una pianta velenosa. In quel laboratorio la detective aveva percepito un odore dolciastro, un particolare che l’aiutò a riconoscere la pianta velenosa con cui Jonathan era stato avvelenato quella sera: la Belladonna. Annette iniziò ad indagare dalla cucina, ma lì non sembravano esserci indizi utili. Senza scoraggiarsi, decise di convocare i camerieri del ristorante per un interrogatorio. Il primo con cui parlò fu Erasmo, il cameriere assunto proprio la sera del delitto. Dopo averlo sottoposto ad un lungo ed stancante interrogatorio, Annette gli domando: ““Per quale ragione ha preso servizio in questo ristorante proprio quella sera?” Erasmo, in modo molto pacato, rispose che si era recato a trovare la sua famiglia e che era stata solo una coincidenza che fosse arrivato proprio il giorno della morte del cliente. L’interrogato aggiunse poi con noncuranza: “Quella sera la vittima si trovava insieme ad Amira, lei l’ha già interrogata?”
La detective lo fissò con occhi ostili: “Lei sa qualcosa su Amira che io ancora ignoro?” chiese con fare indagatorio. Il ragazzo si strinse nelle spalle e, mostrandosi insensibile, replicò: “Amira, a quanto mi è stato riferito, è una cliente abituale, ma quella sera … non era la stessa. Si comportava in modo strano, come se fosse accecata dall’ira.” Annette lo guardò in cerca di una risposta ai dubbi che le ronzavano in testa. Qualcosa in lui non la convinceva. La detective incalzò con un’altra domanda: “Quella sera, in che modo Amira si comportava nei confronti della vittima?”
Erasmo, rimase per un attimo in silenzio, poi rispose: “Amira mi sembrava … falsa quella sera. Gli sorrideva con sufficienza e gli parlava con tono scocciato. Poi, quando i piatti arrivarono un sorriso malefico si stampò sul suo viso.”
CAPITOLO 4 – L’ interrogatorio con Amira
La ragazza dalla bellezza innaturale era seduta di fronte ad Annette, mostrando un lieve sorriso. La detective invece, la scrutava con cura, insospettita. La Dantes spezzò il silenzio con una domanda secca: “Signorina, la vedo così tranquilla. Forse lo è perché la persona che lei desiderava morta si trova ora all’obitorio?” Amira rispose con molta calma, per niente turbata: “Cara Annette come può pormi una domanda simile? Ogni persona saprebbe che la mia risposta sarebbe no, come infatti lo è. Sono triste per la scomparsa di Jonathan, ma non così tanto”. La detective lasciò che Amira concludesse la frase lasciata in sospeso: “… d’altronde il concorso tra i cantanti sta per cominciare, devo essere in forma.” Questa dichiarazione fece insospettire Annette così le fece subito un’altra domanda: “Jonathan avrebbe partecipato a questo concorso?” Silenzio. La giovane cantante, riprese il filo del discorso: “Sì, Jonathan avrebbe partecipato al concorso.” Amira ora parlava con serietà, non era più la stessa ragazza distesa che era entrata per la prima volta in quella stanza, sua voce aveva perso la superficialità iniziale Le due donne si guardarono intensamente: Annette aveva le idee molto chiare mentre Amira aveva una preoccupazione crescente: forse la detective aveva risolto il caso. I suoi occhi non mentivano. Dopo un breve silenzio Amira venne fatta uscire. Si alzò tremante e si avviò verso la porta con passi lenti e incerti.
CAPITOLO 5 – La serata al ristorante
Annette stava salendo in macchina, dopo aver completato l’analisi del corpo insieme al medico legale, quando fu fermata da Ernesto, che, con un’espressione pesante, la pregò di parlargli in privato. La detective, senza esitazioni, lo fece salire sulla sua Audi, di color bianco latte. Una volta arrivati a casa di Annette, lei gli offrì una tisana calda, e si sedettero sul divano in pelle bordò. Con uno sguardo deciso, la detective gli chiese cosa fosse successo ed Ernesto iniziò a raccontare con una voce fioca i fatti: “Durante l’interrogatorio non ho detto tutto quello che sapevo… sono stato minacciato da Amira di riverarlo, ma lei, per risolvere il caso, ha bisogno di questa informazione.” Annette incitò Ernesto a continuare. Dopo una breve pausa, proseguì: “Ho visto Amira parlare con Erasmo prima che si sedesse al tavolo. Non so cosa si stessero dicendo, ma ho notato che lei diede al nuovo cameriere una piccola busta-frigo di plastica. Dentro c’era una polvere scura che mi fece rabbrividire appena la vidi.”
La detective lo guardò intrigata facendogli segno di continuare: “Durante la serata, ricevetti la comanda del tavolo 7. I due clienti avevano ordinato risotto ai funghi, ed avevano esplicitamente richiesto l’aggiunta di erbe aromatiche. Quando Erasmo prese il piatto, lo vidi aggiungere il contenuto della bustina che gli era stata data da Amira.” Annette ascoltava con attenzione ogni singola parola. Ernesto continuò: “Concluso il turno di servizio, chiesi spiegazioni a Erasmo. Lui inizialmente non rispose, ma poi chiamò Amira, che era seduta al tavolo con Jonathan che stava ancora mangiando il suo piatto. Quando Amira arrivò da me, mi minacciò con un coltellino svizzero ed io, temendo la pazzia di quella donna, le dissi che non avrei mai aperto bocca su quanto visto”. Con la voce disperata riprese: “Quando ritornai al tavolo, Jonathan era steso a terra senza vita”.
CAPITOLO 6 – La risoluzione del caso
Annette chiamò i due sospettati, Erasmo e Amira, e li convocò nella stessa stanza in cui si era tenuto l’ultimo interrogatorio. I due entrarono con il timore di essere accusati: le mani erano sudate, gli tremavano le gambe e nei loro occhi si rifletteva l’ombra della colpevolezza. La stanza era fredda, come una mattina d’inverno e l’unica luce che illuminava era quella della luna, seppure offuscata dalle nuvole. La porta, dietro di loro, tentennò poco prima di sbattere producendo un rombo assordante. Annette, improvvisamente, accese la luce della abat-jour e i due sobbalzarono. La Dantes li fissò con uno sguardo cupo: “Erasmo, Amira, siete in arresto per l’omicidio di Jonathan Vernard”. I due complici rimasero paralizzati, privi di parole. Amira si sentì soffocare, ma poi scoppiò in un pianto ininterrotto: “Non volevamo! È stato un incidente! Dovevamo solo evitare che partecipasse al concorso!”
“Cosa vorrebbe dire?” chiese la detective.
“Jonathan avrebbe ricevuto un contratto da un’ importante casa discografica se avesse vinto il concorso, ma lo volevo io, più di ogni altra cosa e così, ho corrotto Erasmo dandogli una enorme somma di denaro. Io volevo solamente provocargli un’infiammazione alle corde vocali, con una piccola quantità del contenuto della busta”. Riprese lei. “No, ma come?! Io ho versato nel risotto l’intera confezione!” Ribatté Erasmo. La detective ascoltava con attenzione, ma niente avrebbe ora cambiato la situazione: “Siete comunque in arresto e la giustizia farà il suo corso!”
Julia Ebagua, Abdellah El Haddad, Ilaria Longetti, Jacopo Santoni, Agnese Verducci – 2C
La fine dei giochi
Londra, 13 novembre 1950
Il signor Rowler era un uomo di mezza età, con i capelli ben pettinati all’indietro. Il suo viso era severo, segnato da una vita trascorsa tra numeri e interessi, e i suoi occhi chiari, freddi come il ghiaccio, sembravano non provare alcuna emozione, se non forse disprezzo. Vestiva con estrema eleganza: un completo scuro, perfettamente stirato, un cappotto lungo e costoso, e guanti di pelle nera che nascondevano mani curate, mai abituate al lavoro manuale. Mentre camminava con passo svelto lungo le strade di Londra, il suo respiro si faceva affannoso. Stringeva una valigetta di pelle scura con un’intensità quasi ossessiva, come se al suo interno vi fosse il più prezioso dei gioielli inglesi. Rowler non era mai stato un uomo che si mescolava alla folla; disprezzava il popolo, la plebe, la sporcizia delle strade affollate. Ma quel giorno era diverso. Era ansioso, aveva paura e, soprattutto, non aveva scelta. Le luci fioche dei lampioni tremolavano nella nebbia, creando ombre indistinte tra i vicoli. Da uno di questi, quasi fossero spuntati dal nulla, emersero due uomini. Vestiti di scuro, i loro abiti erano logori ma abbastanza anonimi da non destare sospetti. Si muovevano con passo felpato, come predatori che studiano la preda, e iniziarono a seguire il banchiere senza che lui se ne accorgesse. Per un quarto d’ora rimasero nell’ombra, aspettando il momento giusto. Solo allora Rowler avvertì una strana sensazione, una presenza. Il battito del cuore accelerò, il respiro si fece ancora più corto. Poi, all’improvviso, sentì una mano posarsi sulla sua spalla. Si voltò di scatto e li riconobbe subito. Erano loro. Quelli che cercava. Ma prima che potesse dire una parola, vide una pistola puntata dritta alla sua fronte. Gli occhi di Rowler si spalancarono, il volto si fece pallido come un lenzuolo. Tutto accadde in un istante. Un colpo secco squarciò il silenzio della notte. Il suono rimbombò per le strade vuote. Gli uccelli sui cornicioni si alzarono in volo, impauriti. I cani abbaiarono furiosamente. I gatti si nascosero. Poi, il nulla. Un silenzio assordante avvolse la scena. I due uomini non si mossero subito. Osservarono per un istante il corpo immobile di Rowler, poi si voltarono con calma e ripresero il cammino nel vicolo da cui erano venuti. Nessuna fretta. Nessun tentativo di nascondere le tracce. Il caos avrebbe pensato al resto, come sempre. In fondo la morte di Rowler era solo un tassello di un gioco più grande.Capelli biondi, occhi color smeraldo, sguardo traverso per natura, corpo snello e alto, tipico delle modelle di fine Ottocento: si credeva superiore al popolo, più o meno come il marito. Vestiva abiti lussuosi e profumava di narciso. Era Katerine, la moglie del banchiere ucciso, che si era sposata con lui solo per il vile denaro ed era arrivata a destinazione soltanto per riscuotere tutto ciò che si trovava nel conto di Rowler. La polizia, subito dopo l’omicidio, aveva bloccato tutti i conti intestati a Rowler, poiché temeva che la vittima fosse implicata in traffici illegali. Katerine, solita spendere ogni giorno somme considerevoli, era disperata. Non poteva utilizzare nemmeno un centesimo dei soldi del marito, fintanto che le indagini non fossero concluse. Era quindi pronta a tutto per riuscire a velocizzare la cattura del colpevole e per far sì che Rowler risultasse estraneo a qualunque traffico illecito. Ovviamente non per amore del marito…ma solo per mero interesse. Appena conclusa la vicenda, il suo desiderio più grande era fare un lungo viaggio negli Stati Uniti, godendosi l’eredità e, soprattutto, la sua libertà. Ma si sa, le indagini in questi casi sono lunghe ed incerte. Possono trascorrere settimane, mesi, nei casi peggiori anni! Forte e determinata, Katerine decise di rivolgersi a un investigatore privato, anzi, all’investigatore privato per eccellenza: Sir Edison. A Londra era una leggenda! Acuto, spregiudicato, cinico, instancabile, scaltro. Con lui, non c’era caso che rimanesse irrisolto. Ovviamente, Sir Edison si faceva pagare a peso d’oro; poche persone potevano permettersi di ingaggiarlo. Katherine, purtroppo, non era una di quelle. Infatti, Edison pretendeva un grosso anticipo per iniziare il suo lavoro, anticipo che lei però non era in grado di versare, avendo tutti i conti bloccati. Ma Katerine non voleva darsi per vinta. Un suo caro amico le suggerì di contattare un giovane investigatore privato: Winston Greaves. Era alle prime armi, ma aveva già dimostrato grandi doti. Animato da grande passione e ambizione, desideroso di farsi conoscere nel settore, accettò l’incarico senza pretendere alcun anticipo. Era sicuro che, se avesse risolto il caso, ne avrebbe ricavato grande pubblicità. La prima cosa che fece fu recarsi sul luogo del delitto. La polizia aveva già esplorato i vicoli da cima a fondo, ma lui sperava ugualmente di trovare una traccia, un qualsiasi elemento che potesse aiutarlo nelle indagini. Non si fidava ciecamente della polizia,sospettando che fosse corrotta da qualche associazione malavitosa. Girò per i vicoli in lungo e in largo per tutta la notte, finché, stanco, esausto e scoraggiato, proprio mentre stava per desistere, vide dietro un cassonetto dell’immondizia qualcosa… Era la valigetta di pelle nera di Rowler, che era sparita la sera dell’omicidio. Il viso di Winston si illuminò immediatamente, perché capì che il ritrovamento lo avrebbe facilitato nella risoluzione del caso. La valigetta aveva un lucchetto a combinazione. La prese e corse velocemente verso il suo studio. Avrebbe trovato il modo di aprire il lucchetto; sicuramente la valigia conteneva elementi utili alla svolta delle indagini. Winston allora salì silenziosamente, come un felino, la rampa di scale che portava al suo studio. Aprì la porta tenendo stretta la valigetta, come se temesse che qualcuno potesse sottrargliela. Si sentiva felice, ansioso, ma allo stesso tempo anche timoroso. E se dentro la valigetta non ci fosse stato alcun elemento rilevante per le indagini? Come avrebbe potuto proseguire il suo lavoro? Non aveva altre piste da seguire. Mille pensieri affollavano la sua mente, avvolti da un velo di incertezza…Ma era il momento di agire senza lasciarsi sopraffare da paure e ansie. Pensò che sarebbe stato difficile trovare il codice per aprire il lucchetto, ma si sbagliava. Click. La valigetta si aprì al primo tentativo. Con grande stupore, però, vide che la valigia era vuota. Completamente vuota. Immediatamente impallidì in volto e sentì gelarsi il sangue. Com’ era possibile che non ci fosse nulla all’interno? Quale sarebbe stata la sua prossima mossa? La sensazione di impotenza fu rapida e intensa, un nodo di frustrazione gli strinse lo stomaco. Winston pensò che l’omicidio sicuramente era legato a qualche traffico illecito. Ma chi avrebbe avuto interesse ad eliminare Rowler? Quella del banchiere era solo una copertura per nascondere loschi affari? Tra l’altro, nell’ambiente della malavita si vociferava che Rowler si fosse rivolto a degli strozzini per ottenere il denaro necessario ad avviare la sua attività. Ma questo presunto prestito gli sarebbe stato concesso ad interessi elevatissimi. Ormai stava albeggiando. Era stata una notte lunga e faticosa. Winston si avvicinò allora al divano per sdraiarsi e recuperare un po’ di forze. Lo attendeva una giornata intensa. Riuscì a dormicchiare però solo per una mezz’ora, ma nel sonno mille immagini affollavano la sua mente: sangue, pistole, valigette, assassini… Alla fine fu costretto adalzarsi. Era sudato e tutt’altro che riposato, ossessionato dal desiderio di chiudere il caso senza lasciarlo irrisolto. Era ancora presto. Fuori non si sentiva alcun rumore; nella stanza risuonava solo il ticchettio dell’orologio a muro. Si diresse in bagno, si sciacquò il viso con un po’ di acqua gelata e si preparò un caffè. Aveva bisogno di raccogliere le idee. Ma mentre teneva tra le mani la tazza con il caffè bollente, fissando quella maledetta valigetta, si accorse, con suo grande stupore, che accanto al manico c’era un piccolo pulsante. Di nuovo si riaccesero le speranze… Premuto con forza il pulsante, Winston scoprì, infatti, che c’era un doppio fondo e all’interno dello scomparto nascosto trovò alcune banconote ed una piccola agenda marrone. La afferrò e cominciò a sfogliarla con le mani tremanti. Su ogni foglio c’erano appunti, nomi, numeri di telefono; ma a lui interessava soprattutto la pagina corrispondente al 13 novembre, il giorno dell’omicidio. Eccola! C’era un appunto scritto a matita con la calligrafia di Rowler: “Ore 21 – Neal Street n. 17”. Veloce come un lampo, Winston si precipitò giù dalle scale, salì su un taxi e si fece portare a tutta velocità verso Neal Street 17. Era nervoso ma colmo di speranza. Arrivato a destinazione si trovò di fronte alla porta di un locale. Dall’insegna sembrava trattarsi di un vecchio pub malandato, ma Winston ebbe come l’impressione che ci fosse qualcosa di più. Era convinto che all’interno si svolgessero affari loschi. Temendo di cacciarsi in qualche grosso guaio, si fermò a riflettere e alla fine entrò in una cabina telefonica, che si trovava a pochi metri dal locale, e fece una rapida telefonata. La strada era ancora vuota, silenziosa, le saracinesche dei negozi abbassate. A poco a poco, però, iniziavano ad accendersi le prime luci nelle abitazioni. Presto la strada si sarebbe riempita nuovamente di gente. Winston si guardò un po’ intorno e poi tornò al pub. Accanto alla porta c’era un campanello, che non esitò a suonare, nonostante fosse ancora mattina presto. Dopo qualche minuto venne ad aprire un uomo dall’aspetto poco rassicurante. Sembrava infastidito dalla presenza del detective. Rimase qualche istante a fissarlo dritto negliocchi, poi gli chiese cosa volesse. Winston fece appello a tutto il suo coraggio e, fingendo una sicurezza che non aveva, rispose semplicemente: “So tutto di Rowler”. Ovviamente, non sapeva nulla di concreto, ma quella fu la prima frase che gli venne in mente in quel momento… L’uomo rimase stupito nel sentire quelle parole. Non rispose nulla, le sue labbra rimaseroincollate, ma dal suo viso traspariva una certa inquietudine. Si girò di spalle e fece un cenno con la mano per invitarlo a seguirlo dentro il locale. All’interno, le finestre erano completamente chiuse e la sala d’ingresso era illuminata solo dalla flebile luce di una lampada. Si respirava un’aria di chiuso, mescolata ad un forte odore di tabacco. Percorsero un corridoio stretto e lungo fino ad arrivare a una porta. L’uomo disse a Winston di attendere fuori ed entrò nella stanza. Da fuori, si avvertivano debolmente le voci di due persone. Era però impossibile decifrare le parole. Chi era il secondo uomo? Di cosa stavano parlando? Non sapeva se sarebbe uscito vivo da quella situazione, ma in ogni caso nell’attesa si ricordò di azionare il piccolo registratore tascabile che aveva portato con sé e che teneva nascosto nella tasca della giacca. L’uomo ricomparve dopo una decina di minuti. Quei dieci minuti per l’investigatore erano stati interminabili. Fu invitato ad entrare. La stanza era ampia e ricca degli oggetti più svariati, che le conferivano un aspetto disordinato e bizzarro. Sembrava un magazzino o una soffitta piuttosto che una stanza. Al centro, seduto ad una grande scrivania di legno scuro, c’era un uomo di mezz’età, mai visto prima. L’uomo misterioso guardava Winston con sguardo minaccioso. La tensione fra i due era palpabile. Il silenzio pesava come un macigno. Ad un tratto, l’uomo disse a Winston: “Non mi piacciono le persone che ficcano il naso nei miei affari… Perché sei venuto qui? E soprattutto cosa vuoi da me?” “So tutto, vengo per conto della signora Katerine”, rispose l’investigatore. “Allora sai che fine fanno le persone che si mettono contro di me. Rowler era una di quelle. Erano mesi che mi doveva restituire una grossa somma di denaro. Ad ogni appuntamento rimandava con mille scuse. Ma io non mi faccio prendere in giro da nessuno, ho una reputazione da difendere nel mio ambiente. E così, quella sera, i miei uomini sono andati all’appuntamento e lo hanno fatto fuori. Ironia della sorte… nella valigetta c’era il denaro per saldare il debito! Ma non importa, Rowler è solo l’ultimo di una lunga serie di persone che ho fatto ammazzare perché hanno tentato di fregarmi. Poi, dopo avergli sparato, hanno preso il denaro e l’hanno lasciato stecchito sulla strada”. Ci fu un momento di silenzio; l’uomo indugiò per qualche altro secondo e poi aprì un cassetto nascosto posto nella parte inferiore della scrivania. Ne tirò fuori una pistola, di dimensioni relativamente piccole, e la puntò rapidamente alla fronte di Winston, che sentì un brivido percorrergli tutta la schiena. Chiuse gli occhi,rassegnato, certo che ormai non aveva più scampo… o quasi. Iniziò a comportarsi in modo strano, a parlare, cercando di guadagnare anche il più breve degli attimi. Ma perché? Ad un tratto, infatti, si sentì un rumore assordante nella stanza accanto e, contemporaneamente, il suono della sirena della polizia. L’investigatore era salvo… quella telefonata, fatta poco prima di entrare nel locale, era stata provvidenziale. E poi era anche riuscito a far confessare l’uomo misterioso. Lui e tutta la sua organizzazione malavitosa sarebbero finiti a marcire in carcere per il resto dei loro giorni. E tutto questo grazie a lui, che era riuscito a raccogliere le prove. Tutto era impresso sul nastro del registratore che ancora continuava a girare… Il caso era chiuso, ma l’alone della criminalità continuava a macchiare il buon nome di Londra…
25 dicembre 1950
Katerine era ormai partita da un paio di giorni per New York, i funerali di Rowler erano stati celebrati pochi giorni dopo la risoluzione del caso. La mattina di Natale, prima di andare dai suoi parenti, Winston decise di fare un salto al suo studio, per mettere ordine a quello stanzino, che presto sarebbe stato rimpiazzato da un bel bilocale nel centro di Londra. Ma quando aprì la porta, trovò un piccolo pacchetto rosso con su scritto…