IC COLORNI MILANO

Un bellissimo percorso di gruppo sulla scrittura e riscrittura accompagnato dalla realizzazione di cover e illustrazioni per ogni racconto. Questo è quello che hanno fatto le classi prime e seconde del IC Colorni di Milano. Mentre le classi prime si sono confrontate con la riscrittura del finale del romanzo I ragazzi della fossa di Cristina Brambilla, i ragazzi e le ragazze delle seconde hanno scritto un breve racconto giallo totalmente inedito. Tutti i lavori sono stati completati con cover e illustrazioni. Questi sono i racconti e le cover selezionati:

Cover di Lilley, De Pascali, Di Napoli, Rodriquez, Serna

Racconto di Beatrice Pezzali, Sofia Lilley, Eva Nappini, Beatrice Botta – 1E

Tolomeo, senza dire una parola, recuperò dal cassetto della sua scrivania una chiave in ottone fin troppo grande per una chiave qualunque; si alzò e aprì un armadio posto dietro le nostre spalle ed estrasse un gigantesco baule di legno rivestito in pelle nera e borchie di acciaio lungo i lati che ricoprivano le cuciture. Lo appoggiò sulla sua scrivania e riprese in mano la chiave che aveva momentaneamente appoggiato sul tavolo accanto alla scrivania per poi inserirla con uno scatto improvviso nella toppa e, dopo sei giri, il coperchio del baule si aprì magicamente. Noi tutti pensammo che lì dentro ci fossero milioni e milioni di euro ma non fu così, dal baule uscirono solo quattro banconote da cinque euro ciascuna.
“Ecco ragazzi, vi ho accontentati e ora lasciatemi in pace e non mandate a fuoco più niente per favore.” Sistemò con cura le quattro banconote sulla scrivania e aspettò che noi le prendessimo con un sorriso stampato sul volto ma noi esitammo a prenderle. Avevamo le banconote in mano ma nessuno di noi era felice: Zed per la rabbia di un tesoro perso si alzò e uscì dallo studio senza proferire una singola parola; Lorant fissò le banconote come se fossero di un valore inestimabile, Rhym fece una faccia estremamente delusa e al tempo stesso imbronciata ed io non seppi proprio che cosa dire o fare, ma decisi di seguire Zed per tirarlo un po’ su di morale. Riuscii a trovarlo affacciato al balcone dello studio con la schiena rivolta verso di me, ma non riuscii a capire che emozioni stesse provando in quel momento. Decisi però di avvicinarmi a lui per rallegrarlo e, con mia grande sorpresa, appena lo raggiunsi lui mi guardò con la coda dell’occhio e scappò via senza dire una parola o un gesto. Sentii con chiarezza i miei occhi stracolmi di lacrime per aver appena visto il mio migliore amico scappare via da me, ma sentii immediatamente anche il dolce profumo di Lorant alle mie spalle e mi girai di scatto appena in tempo per asciugarmi le lacrime che mi erano appena cadute dai miei occhi. Lui, appena capì la situazione, mi si avvicinò con passi lenti ma decisi e determinati e mi si avvicinò talmente tanto che potei sentire con regolarità il suo battito del cuore eccessivamente accelerato. Dopo pochi secondi, sentii la sua mano toccarmi delicatamente la guancia e mi ritrovai ben presto ad avanzare verso di lui, senza capire cosa stesse succedendo. Quando chiusi gli occhi e lo abbracciai sentii una brezza leggera accarezzarmi il volto e quando aprii gli occhi per capire da dove provenisse capii immediatamente di stare correndo verso Zed, forse perché è il mio migliore amico o forse per le troppe emozioni provate in quel momento, ma mi sentii molto sollevata nel correre via lontano da Lorant. Immaginai la sua faccia delusa ma non mi voltai per incrociare il suo sguardo. Continuai a correre senza mai fermarmi e lo raggiunsi sulla riva di uno stagno acquitrinoso dall’acqua di un verde molto scuro, quasi come il pesto. Per farmi spazio, Zed mosse inavvertitamente la banconota in direzione del sole e in controluce la carta rivelò una scritta: “Dove volevo andare da”. Lui si voltò verso di me con sguardo implorante e io gli cedetti la mia banconota che rivelò un’altra scritta: “Tanto tempo, solo”. Ci guardammo in faccia e in coro dicemmo: “Dobbiamo trovare Lorant e Rhym!” Iniziammo a correre attraverso le vie con le case completamente uguali e, per un momento, ci parve di esserci persi, ma riuscimmo a trovarli dopo poco tempo, nonostante non avessimo la più pallida idea di dove potessero essere. Prendemmo direttamente le banconote dalle loro mani e probabilmente credettero che fossimo dei ladri; infatti, provarono a metterci le mani addosso, ma si fermarono subito dopo averci riconosciuti. Sulla banconota di Lorant c’era scritto: “Zed sa di”, ed in quella di Rhym: “che cosa sto parlando”. Rimanemmo in quella via per più di un’ora, ma non mi importò assolutamente niente, cercai solo di risolvere l’ultimo indovinello. “Da dove volevo andare da tanto tempo, solo Zed sa di che cosa sto parlando” continuavamo a ripetere senza sosta guardando prima le banconote e poi i nostri volti per capire se qualcuno avesse afferrato il concetto. Dopo ore ed ore finalmente Zed si alzò e scappò via correndo a tutta velocità urlando a squarciagola:
“Seguitemi!”
E noi non potemmo fare altro che rincorrerlo cercando di stargli dietro. Superammo un capannone in ferro arrugginito, probabilmente abbandonato. Superammo alcune vecchie case ed entrammo in un altro capannone buio e sporco uguale al primo. Salimmo delle scale a chiocciola situate in un angolo ed entrammo in uno studio dalle pareti con la tappezzeria strappata e al centro della stanza anche una troneggiante scrivania in legno d’ebano, con almeno dieci piccoli cassettini dalla forma schiacciata. Siccome era molto buio andai a tentoni fino a schiacciare l’interruttore della luce e feci una scoperta terrificante; appoggiato al muro c’era uno scheletro umano dalla posizione implorante, su uno scaffale c’era appoggiata una mano insanguinata che indicava un cassetto della scrivania e di fianco un barattolo che all’interno aveva uno strano liquido verdastro. Per lo spavento caddi a terra e Zed mi disse con uno sguardo molto frustrato: “Non toccare gli oggetti di scena, servivano per i film e sono molto fragili”. Fu allora che capii che quello strano posto era soltanto il dietro le quinte di un vecchio studio di registrazione abbandonato. Comunque nessuno sembrò spaventato e quindi mi ricomposi immediatamente per non sembrare una fifona e intanto Zed riuscì ad individuare il cassetto che indicava la mano e lo aprì. All’interno c’era una busta contenente un milione di euro, iniziammo a cantare e a danzare senza accorgerci che nel cassetto c’era ancora qualcosa e a riportarci nella realtà fu Lorant, che ci lesse un’altra lettera: “Cari ragazzi, sono Boaz che scrive. Se state leggendo questa lettera vuol dire che ce l’avete fatta! Complimenti! Vi volevo ringraziare tutti per i sorrisi, le risate e tutti quegli indovinelli! Grazie veramente di tutto, Boaz”. Ci mostrò anche una foto di Boaz che ci sorrideva dolcemente e dietro leggemmo: “Vi voglio bene, sempre e per sempre”. Da maggiorenni con tutti i soldi fondammo una società per tutte quelle persone bisognose di un posto dove rifugiarsi e con i soldi rimanenti comprammo dei biglietti per le Maldive, dove trascorremmo quattro mesi davvero fantastici. Quando tornammo alla Fossa eravamo diventati abbastanza famosi e riuscimmo a farci accettare tutti nella stessa classe all’università. Zed trovò una passione fantastica: il calcio. Noi lo andiamo a vedere sempre ad ogni singola partita, e qualche volta ci porta a conoscere la sua squadra. Rhym è molto famosa a scuola e nel weekend frequenta una gettonatissima scuola di pianoforte per professionisti. Invece io e Lorant ci frequentiamo sempre più spesso e penso che ci sia moltissimo di più che di una grande amicizia. Tutte le ragazze della scuola mi adorano e faccio pigiama-party in continuazione e mi invitano ad ogni festa. Mio fratello è nato e ora ha due anni, lo abbiamo chiamato Andrea e lo adoro con tutto il mio cuore. Ci siamo accorti che avanzavano dei soldi e li abbiamo dati alla mia famiglia così che mio padre potesse fare un lavoro più dignitoso e Zed è andato in quella fantastica scuola per militari, ma ovviamente può uscire quando gli pare e continuiamo a vederci tutti e quattro. Tolomeo ci ha mandato una lettera in cui diceva che sarebbe andato in trasferta in Australia e non l’avremmo mai più visto, ma non mi importava più di tanto. Insomma, dopo questa caccia al tesoro la mia vita è diventata mille volte migliore e ringrazio Boaz per questa opportunità enorme.

Cover di Matilde Molteni

Racconto di Matilde Molteni, Giuseppe D’Antonio, Issabel Fajardo, Youssef Abdrabou, Saif Habah – 1C

“Ci penseremo domani” disse Rhym. Stavamo per andarcene quando Tolomeo ci diede una lettera. “E’ da parte di Boaz,apritela solo domani,a casa sua”.
Arrivammo alla casa di Boaz.
“Chi deve aprire la lettera?” Chiese Rhym emozionata. Zed fece un passo. “La apro io” disse. Zed prese la lettera e la aprì. Lesse a voce alta: Sono ancora vivo. Ora il vero tesoro è trovarmi. Avete 48 ore per farlo. Sono dovuto andare via per una questione che vi spiegherò quando mi troverete. Se allo scadere del tempo non mi avete ancora trovato me ne andrò via e non mi vedrete più. Dovrete lavorare sodo, perché non sarà facile. Ci fu un momento di silenzio. Non ci credevo quasi, Boaz era ancora vivo. Il silenzio fu rotto da Zed: “Aspetta… c’è qualcos’altro qui, c’è scritto: Sono sotto terra”. Ci siamo messi subito a cercare altri indizi in casa, ma nessuna speranza.
“Non abbiamo ancora controllato la soffitta” disse Lorant. “Allora? Andiamo!” dissi. Ci dirigemmo verso la soffitta: guardammo dappertutto, proprio quando ci stavamo per arrendere, Rhym trovò in un vaso un bigliettino: “Ho trovato qualcosa!” urlò. Lo aprì:
Tra mura spesse io mi nascondo. Né il sole, il vento mai rispondo. Sotto i tuoi piedi, ma non lo sai segreti e storie con me troverai. Cercami dove il mondo tace, lontano dal chiasso, al sicuro e in pace.
!Ma che indovinello è?” domandò Zed un po’ innervosito.”E’un indizio su dove è nascoso Boaz” dissi. “Sicuramente in un posto sottoterra…” continuò Rhym pensierosa. “In cantina?” chiese Lorant.
“Ci siamo andati ieri… non c’era niente” disse Zed. “Non è che c’è qualche altra stanza nascosta sotto terra… tipo un bunker?” domandò Rhym. “Non mi sembra” rispose Zed. Poi mi venne in mente. “Dobbiamo andare in cantina, mi sono ricordata di qualcosa!”
Andammo in cantina, onestamente non ci volevo tornare ma dovevamo trovare Boaz, dovevamo. Spostai il contenitore dei vecchi giocattoli di Zed e tutti insieme riaprimmo la lastra di marmo premendo sulla “nostra” stella. “Fatemi luce”. Lorant mi mise involontariamente la luce in faccia “Scusa”. Ancora mezza accecata, misi la mano dentro la buca e poi trovai quello che stavo cercando: un piccolo bottoncino che non si vedeva quasi.
“Sei sicura?” disse Zed  “Conoscendo mio nonno potrebbe esplodere qualcosa”. Feci un respiro profondo e schiacciai il bottone: il fondo della buca si aprì, mi aspettavo una scala che andava giù nell’oscurità,invece c’era un altro strato, di metallo sopra un piccolo schermino con una scritta rossa:

                              AVETE 3 POSSIBILITA’

Sotto alla scritta c’era una tastiera con i numeri sopra. Il numero 4 si illuminò, poi altri numeri. “Credo che dobbiamo rifare la sequenza dei numeri” disse Lorant. “Ma io non me la ricordo” piagnucolai. “Abbiamo ancora 2 possibilità” mi tranquilizzò Zed. Rhym tirò fuori un foglietto di carta e una penna. “Me li scrivo”. Si illuminò il 5 9 3 1 0 3 Riuscimmo ad aprirlo. C’era una lunga scala che andava giù, ma non nell’oscurità, c’era una luce, andammo giù e lì ad aspettarci c’era Boaz. Non credevo quasi ai miei occhi. Ci spiegò che aveva finto la sua morte per fare riunire la famiglia e che tutti quelli del quartiere della fossa lo sapevano tranne le loro famiglie; i soldi li aveva restituiti al gioielliere e quelli dentro gli zainetti erano un regalo da parte sua, così che potevano realizzare i loro sogni. Alla fine ci dividemmo i soldi e io riuscii a far crescere il mio fratellino, Lorant prese il suo nuovo cavallo, Rhym comprò un pianoforte tutto suo e Zed li salva per andare in collegio . La famiglia si è unita proprio come voleva Boaz,andiamo tutti e quattro nella stessa scuola e abbiamo trovato nuovi amici.

Cover di Vilei, Ribotti, Salerno, Irfan,
Da Silva

Racconto di Silva Barile Gabriel, Irfan Hiba, Ribotti Marco, Salerno Alice, Vilei Gaia – 1D

“E ora sei soddisfatto, Zed?”
“No, sono soldi sporchi. Dobbiamo riconsegnarli al proprietario.” Appena Zed scandì quelle parole, pensai: “Non posso ridare i miei soldi, ho faticato così tanto per tenere mio fratello, non può svanire tutto per questo!”. Gridai allora: “Assolutamente no!”. Tolomeo intervenne subito, dicendo: “Smettetela immediatamente, vi do un solo giorno per pensare a cosa volete fare con questi soldi.” Mentre tornavamo a casa, Rhym disse: “Io li voglio ridare a Tolomeo, quel pianoforte in fondo non mi serve così tanto.” Appena sentii quella frase, pensai che non era la stessa Rhym che avevo conosciuto, egoista e che pensa solo a sé stessa. Avendo deciso di restituire i soldi, aveva dimostrato di essere altruista. Ero arrivata a casa, quando sentii la chiave entrare nella serratura della porta. Mi fiondai allora all’ingresso, aspettandomi che la mamma entrasse con le foto dell’ecografia pronte per essere mostrate, invece entrò prima il papà con un’espressione insolita e disse: ”Vado in bagno a lavarmi le mani”. Pronunciò queste parole con un tono arrabbiato, sbattendo la porta del bagno. Io non dissi nulla, ma iniziò a insinuarsi in me il dubbio che fosse successo qualcosa di grave. Entrò poi la mamma e sul suo volto non trovai il solito sorriso che mi rivolgeva. Le chiesi quindi cosa fosse successo e lei rispose tristemente: “Stai tranquilla, va tutto bene.” cercando di non farmi preoccupare. Dopo qualche ora che riflettevo sull’insolito comportamento di mamma e papà, li sentii bisbigliare in cucina. Mi diressi da loro e mi dissero di sedermi al tavolo.“Mel, dobbiamo parlarti di una cosa importante. Abbiamo scoperto che purtroppo tuo fratello ha una grave malattia al cuore che si chiama cardiopatia.” Scioccata e molto preoccupata da quello che mi avevano detto corsi in camera piangendo e non ne uscii nemmeno per cenare. Avevo timore per la salute di Kos. Il giorno seguente arrivammo da Tolomeo, in anticipo. Durante il tragitto io, Zed, Rhym e Lorant non parlammo neanche un secondo. Quando aprimmo la porta, trovammo Tolomeo in piedi ad aspettarci, ovviamente in giacca e cravatta, con il suo anello da serpente al dito. Il suo studio era stranamente in ordine, con i mobili lucidi e con un colore più acceso del solito. C’era un odore di pulito persistente, quasi nauseabondo. Accanto a Tolomeo c’era qualcun altro, non ricordavo chi fosse fino a quando Rhym non disse: “Papà.” Tolomeo ci chiese: ”Avete deciso?” Zed molto convinto rispose di sì, io ribattei subito dicendo che volevo tenere i soldi perchè erano indispensabili alla mia famiglia per curare il mio fratellino, nell’ultima ecografia avevamo infatti scoperto che aveva una grave malattia al cuore. Continuammo così per un po’ a discutere rispetto a cosa fare con i soldi finchè Tolomeo gridò: ”Ora basta! Il papà di Rhym e Lorant è qui per questo, i soldi andranno a lui perché avevo previsto che non vi sareste messi d’accordo.” Aprii la porta con violenza e corsi più veloce che potei, non ci potevo credere che tutta quella fatica non fosse servita a niente. Rhym, Lorant e Zed mi rincorsero, urlandomi che quella era la decisione giusta e dicendo che non eravamo ladri e che non potevamo tenere quei soldi sporchi. Arrivata a casa lo riferii alla mamma, anche se con molta fatica, visto che non le parlavo dalla mattina a causa della notizia che mi aveva rattristato. La mamma, pallida e con le lacrime agli occhi, mi disse che ce l’avremmo fatta comunque. Passò una settimana. Era una domenica come le altre, il papà stava dormendo e la mamma era sul divano, quando a un certo punto qualcuno bussò alla porta. Io corsi ad aprire ed era ancora quell’uomo, il papà di Rhym e Lorant. Gli domandai perché fosse a casa mia e lui rispose che doveva vedere la mamma, perciò lo feci accomodare e la chiamai. Lei arrivò e mi invitò ad andare in camera, mi voltai e me ne andai subito. Ebbi la tentazione di origliare ma in questa occasione, per rispetto della mamma, non cedetti. Ad un certo punto dovetti però andare in bagno, quindi aprii la porta e la mamma mi disse: “Giusto in tempo, saluta Nicodemo.” Io salutai e ringraziai, ma dopo corsi dalla mamma e le domandai curiosa cosa fosse successo e lei mi rispose: “Tesoro, il papà di Rhym e Lorant ha deciso di aiutarci per curare Kos appena nato.” All’inizio non capivo, ma poi mi resi conto che forse non era stato tutto inutile. Qualche giorno dopo mi ritrovai con Rhym, Lorant e Zed per decidere in che liceo andare. Io seguendo i consigli della professoressa decisi di iscrivermi al liceo che mi aveva suggerito. Zed decise di iscriversi all’accademia militare, Lorant vista la sua passione per i cavalli si iscrisse ad un liceo vicino al maneggio per potersi allenare tutti i pomeriggi e Rhym decise di frequentare il liceo musicale per continuare a studiare pianoforte. Iniziammo la nuova esperienza scolastica e, anche se avevamo preso strade diverse, rimanemmo molto amici cercando di vederci spesso durante i fine settimana. Ogni giorno aspettavo con emozione la nascita di Kos, finché un assolato giorno rientrando da scuola, mi accolse mio papà e mi disse: “Mel, è nato Kos, corriamo in ospedale, lo stanno operando”.
Arrivati in clinica ci recammo subito nella stanza dove si trovava la mamma. La vidi un po’ stanca, preoccupata ma speranzosa di avere presto buone notizie dai chirurghi che stavano operando Kos. Dopo un’attesa che mi sembrò infinita, si affacciò alla stanza il chirurgo che con soddisfazione ci annunciò che l’operazione era andata per il meglio. Oltre alla gioia di sapere Kos fuori pericolo provai tanto orgoglio perché i miei sforzi nell’ottenere i soldi erano serviti per aiutare mio fratello. Io, mamma e papà ci abbracciammo, lacrime di gioia scesero dai nostri volti. Non vedevo l’ora di conoscere il mio piccolo fratellino che desideravo da molto tempo. Questo desiderio si avverò dopo qualche giorno quando, andando a trovare la mamma in ospedale, mi accolse con in braccio Kos, il mio piccolo eroe.

Cover di Marta Baronio

Racconto di Camilla Risplendente, Marta Baronio, Olivia Petazzi, Alice Baj e Wijdan Haoufadi – 1F

Era giunto il momento di ritrovarci tutti insieme per decidere che cosa farne dei soldi. Ci incontrammo così a casa di Boaz nel suo salotto con la poltrona di pelle screpolata e il tappeto vecchio chissà di quanti anni. Iniziammo a discutere dei nostri desideri: Rhym voleva avviare una scuola di musica con l’aiuto del padre, Lorant voleva aprire un maneggio, Zed voleva usare tutto per l’accademia militare, invece io volevo andare a Londra per seguire il costosissimo corso di una scrittrice molto famosa. Dopo una lunga discussione decidemmo di andare all’ aperto per prendere una boccata d’aria. Ci sdraiammo per terra a parlare sempre di cosa farne dei soldi, guardammo il cielo e… vedemmo quattro stelle cadenti sfrecciare nel cielo notturno; per noi era un segnale da parte di Boaz che ci diceva di restare uniti e di non separarci mai. Il giorno dopo ci trovammo di nuovo a casa di Boaz; decidemmo che una parte dei soldi doveva andare al gioielliere. Così trovammo un medico cubano che aveva una cura sperimentale e che poteva potenzialmente funzionare (Rhym dice che a Cuba sono molto avanti con la medicina) e lo pagammo attraverso Satispay e poi, grazie ad un amico di Tolomeo, riuscimmo a trovare il suo indirizzo per spedirgli altri soldi, insieme al biglietto da visita del dottore e l’appuntamento per una visita prenotata da lì a poco. Dopo essere riusciti a organizzare tutto, era già molto tardi. Tornai a casa dopo una giornata stancante e trovai mia mamma e mio papà che avevano stampato in faccia un sorriso che andava da un orecchio all’ altro. Poi notai una culla, che dai vecchi album di famiglia sembrava la mia; anzi, ne sono sicura, era la mia! La mamma mi disse: “Tesoro, è nato il tuo fratellino!” Non sapevo cosa provare, non sapevo se ero più felice o sorpresa, perché la data di nascita stabilita dai medici era tra più o meno dieci giorni. Dopo che mia mamma finì la frase, mi feci contagiare da quel sorriso radioso. Corsi verso la culla e guardai il mio fratellino; era stupendo. In quel momento pensai almeno ad una ventina di nomi, ma prima di poterne dire qualcuno la mamma disse: “Si chiama Kos, come il tuo vero papà” Non ci feci molto caso, mi andava benissimo così. Andai a letto molto felice ma anche molto stanca; il giorno dopo avremmo dovuto definire come utilizzare i soldi. Mi svegliai e andai subito a casa di Boaz. Lì trovai già Zed, Lorant e Rhym che discutevano per i soldi. Arrivai da loro e dissi: “Ragazzi, è nato il mio fratellino!” Tutti si congratularono con me e mi dissero di fare gli auguri alla mia famiglia. Poi Rhym disse: “Non voglio fare la guastafeste, ma dobbiamo pensare a cosa fare con i soldi.” Ci rimasi un pò male per la poca sensibilità, ma capivo il punto di vista di Rhym. A Zed venne di colpo un’idea fantastica: “Potremmo usarli per recuperare la Fossa!” Ci girammo tutti di scatto, era un’idea geniale! Io ero totalmente d’accordo con questo progetto, per dare la possibilità a tutti, anche ai bambini, di vivere in un posto più sicuro e migliore. Dopo aver pensato alla suddivisione dei soldi, Lorant disse: “Secondo me però non è giusto. Mel dovrebbe avere una parte dei soldi, perchè io Rhym e Zed siamo a posto con la situazione economica, mentre Mel e la sua famiglia sono in difficoltà con l’arrivo del fratellino.” Io per un momento non capii; dopo aver realizzato cosa aveva detto Lorant, mi commossi. Tutti annuirono alla sua idea e in quel momento non avrei voluto nessun altro al mio fianco. La nostra idea, per recuperare la Fossa, era quella di creare un centro per aiutare le persone: un parco giochi, un centro di aiuto al lavoro e un’associazione per le donazioni ai più sfortunati. Dopo aver fatto il punto della situazione, iniziammo il nostro progetto. Così dopo aver assegnato il mandato ai vari professionisti, aspettammo ansiosi e speranzosi che il nostro progetto avesse un buon esito. Dopo alcuni mesi il nostro progetto venne completato e fu un successo tale che nel quartiere si parlava solo di noi. Qualcuno creò anche un’associazione chiamata “Le Quattro Stelle Più luminose ” in onore delle quattro stelle che Boaz ci assegnò: Ankaa, Deneb, Glenah e Phact.

Emma Sino, Pietro Gatti, Yara Sharara – 2B

La decisione sbagliata

Drinnnnn!
<<Salve, scusi il disturbo. Volevo chiedere conferma per la stanza affittata per il 15 novembre.>>
<<Certo, nessun disturbo. La nostra casa è pronta per ospitarla>>.<<Perfetto, arrivederci>>.
Susan arrivò con 5 minuti di anticipo quella fredda giornata di novembre. Il naso congelato fino alla punta, rosso come il fuoco, si arricciò quando sorrise alla vista dei due anziani usciti ad accoglierla. La casa in legno era al margine del bosco, poco più lontano dal paese. Dalle finestre intravedeva il fuoco scoppiettante e danzante della stufa. Non vedeva l’ora di entrare. Subito, Endy e Robert, marito e moglie, la fecero entrare e le indicarono la camera, che si trovava di sopra. Inizialmente alla vista delle scale, che si perdevano in una profonda oscurità, Susan si intimorì un po’, ma cercò di non darlo a vedere per non recare dispiacere ai due vecchietti, che la guardavano dolcemente. Accompagnata dallo scricchiolio del legno consumato salì fino in soffitta, dove avrebbe dormito. Era rimasta vedova qualche anno prima e aveva lasciato Melory sola a casa per quel breve viaggio di lavoro. Poco male, se la sarebbe cavata, da brava adolescente ribelle. Del resto meglio sola che con Martin, che prima di morire non era certo stato l’emblema del padre perfetto e amorevole. Al centro della stanza troneggiava un letto, che aveva tutta l’aria di essere molto morbido, e i muri erano addobbati da lampadine calde e natalizie. La luce filtrava da un’unica finestra che dava su una folta foresta di pini. Dopo aver sistemato i bagagli scese in sala da pranzo e si sedette a tavola con i due vecchietti per la cena.<<Grazie, sembra tutto così buono>>.
<<Non devi ringraziare, da quando i nostri vecchi amici non ci sono più, abbiamo tutto il tempo dedicato ai nostri nuovi amici>>. Mentre Endy diceva questa frase teneva il cucchiaio della zuppa tremando. Abbattendo le sue paure per la seconda volta, Susan, salì le scale per andare a dormire. Stranamente ad ogni gradino si sentiva sempre più stanca, le palpebre le pesavano come non mai. Arrivò al letto barcollando come l’ubriaco che vedeva nella metro ogni sabato sera che rientrava dall’uscita con le amiche. Nonostante il torpore, avvolta nelle lenzuola calde il sonno tardava ad arrivare. Sentì una  tazza di ceramica tremolare con un tintinnio di campanella al piano di sotto. Probabilmente Endy con il suo debole braccio stava portando una tazza di tè al marito. Sentì lo scricchiolio delle scale sempre più vicino. Qualcuno stava salendo a grandi passi fino alla sua camera da letto. Era paralizzata dalla paura, non riusciva a muovere un muscolo. Si sentiva confusa, stanca, la testa le girava, la stanza si muoveva. Involontariamente cadde nel mondo dei sogni e nessun rumore la inquietò più. Jennifer era la nuova arrivata in casa. Finalmente si era concessa  due o tre giorni lontano dalla stressante e rumorosa città, dal suo stretto e angusto monolocale. Mentre saliva le scale per andare in camera facendo attenzione a non cadere, lo sguardo le cadde sul terzo gradino, dove notò delle macchie rosse, profonde e piccole. Non disse niente, in fondo facendo il medico aveva visto cose peggiori. Avrebbero potuto essere qualunque cosa, in ogni caso decise di rimanere all’erta.  Anche lei si accomodò nella camera e con gran languorino scese per la cena. Consumò la zuppa fumante, si sentì stanca, come se dormisse in piedi, andò nella camera. Sentì strani rumori di porcellana e passi che lentamente salivano le scale, tutto tacque, si addormentò.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 Due settimane più tardi
Toc toc. La ragazza spalancò gli occhi azzurro cielo e si alzò dal letto insieme a una cascata di boccoli lunghi e biondi. Corse più veloce che poté, giro la manovella d’oro della grande porta blindata, pronta ad esclamare: <<MAMMA!>>. Erano giorni che non si faceva sentire. Il congresso si sarebbe dovuto concludere da un pezzo e non l’aveva mai lasciata sola così a lungo. Non riusciva a ricordare per quanto le avesse detto che sarebbe mancata – diamine, era al telefono con Deb quando glielo aveva detto e aveva ascoltato a metà. Per giunta per l’ennesima volta aveva dimenticato a casa il caricatore del cellulare. Il sorriso che le percorreva tutta la faccia si spense di delusione, quando vide il postino con una pila di cartacce tra le mani.  Con poca voglia prese il plico e senza pronunciare parola gli chiuse la porta in faccia. Bollette, bollette e ancora bollette: Seduta sul sofà azzurro apriva svogliata le buste in cerca di un indizio, un segno che le facesse ricordare quando sarebbe tornata sua madre che, doveva ammetterlo, le mancava ogni giorno di più. Ad un tratto una lettera attirò la sua attenzione: un B&B a lei sconosciuto ringraziava per il soggiorno trascorso. Ora ricordava! Sua madre le aveva detto che si sarebbe fermata a dormire lì l’ultima notte prima di rincasare. Invece era scomparsa nel nulla, proprio come un nuvola di fumo. La faccia le si allungò in una smorfia piena di angoscia, che aveva tutta l’aria di non comprendere fino in fondo cosa stava accadendo. Improvvisamente si risvegliò dallo stato di trance in cui l’aveva gettata il biglietto. Doveva assolutamente capire cos’era successo. Ricordò la morte del padre e tutti i minuti in cui l’aveva pianto. Non era il padre perfetto, ma era pur sempre suo padre. Non poteva lasciare che la storia si ripetesse ancora. Susan la guerriera, che aveva lottato contro le mani e le ingiustizie del padre, che troppo spesso si erano trasformate in lividi sulla sua pelle. Susan, che era rimasta orfana di padre prima ancora che il padre morisse. Lei, Susan, non poteva perdere anche sua madre, la sua unica famiglia. Prese una borsa di vestiti. Accese il motore della macchina.Si aggrappò al volante. Partì alla ricerca della madre scomparsa, doveva capire cosa fosse successo in quella maledetta casa, e più sentiva lo sfrigolio della rabbia più teneva saldo il volante. Non aveva paura, era determinata a comprendere, nessun ostacolo avrebbe potuto impedirle di raggiungere la meta, tranne la morte. Flash del passato le allucinavano la mente. Forse qualcuno l’aveva rapita e uccisa? E se non fosse riuscita a scoprirlo? Se fosse stata rapita anche lei? Se si stava sbagliando? Avrebbe dovuto chiamare la polizia? Se ci fosse stata dietro molto più di una semplice sparizione? E se non fosse tornata più? Chi si sarebbe ricordato di lei? I follower? Le persone che aveva sempre amato? Chi si sarebbe ricordato dell’orfanella Melory? Una lacrima le tracciò una riga dritta sulla guancia. Se la asciugò, ripetendosi di essere forte. Parcheggiò ai piedi della casa. Era assai grande, in legno. La luce calda delle finestrelle le scaldava il cuore, nonostante tutto. Era veramente la scelta giusta? La porta si aprì con un cigolio acuto e arrugginito. Un’anziana signora, maglione porpora, pantofole grigie e una montagna di capelli bianchi, aprì la porta: <<Benvenuta. Forza, entra!>> disse. La forza era l’unica cosa che le mancava. Deglutì cercando di respingere il cuore, che le era arrivato alla gola, ed entrò. All’interno della casa l’aspettava un anziano, molto alto con una polo e dei jeans. Stava guardando il baseball in TV. Appena la vide la salutò dolcemente e le prese di mano la sacca per portarla in soffitta, dove avrebbe dormito la notte. Con passi pesanti salì le scale strette, piegando il legno consumato sotto il suo peso. Melory arricciò il naso. Ora toccava a lei salire le scale. Le mettevano una strana ansia, era così buio dopo il quinto scalino. Quel quinto gradino poi le sembrava lontano e irraggiungibile…la paura le giocava un brutto scherzo. Lo scricchiolio la risvegliò da quelle ipnotiche visioni e facendosi coraggio salì.
La soffitta era molto carina, carina come i due che ci abitavano e l’avevano accolta. Il pensiero della madre la spinse a lasciarsi cadere sul  morbido materasso, dove ideò il piano per la serata che l’aspettava. Ormai era sicura che la madre fosse sparita lì: quella coppia, la camera, le scale, il caldo, niente più poteva convincerla a pensare al contrario. Si promise di stare attenta e notare ogni singolo particolare. Un brivido le percorse la schiena. Si affacciò alla piccola finestra guardando i primi alberi dell’immensa foresta che si intravedeva dietro i vetri, con i suoi misteri e la sua oscurità che la facevano rabbrividire. Da sempre odiava la foresta, i campeggi, le gite. Era strano. Le sembrava sempre che qualcuno la stesse fissando intensamente, una presenza invisibile, ma vicina, reale. Distolse lo sguardo. Notò le piccole lucine natalizie sopra il letto, le accese. Per quanto piccole riuscivano a illuminare la stanza intera. Una però non si era accesa. Melory curiosa si avvicinò alla piccola lampadina: non era bruciata, la luce la emetteva eccome, ma era coperta da schizzi rosso sangue. La ragazza si sentì uscire il cuore dal petto. Improvvisamente la porta si aprì. Con un balzo si sistemò a sedere sul letto. Robert con fare circospetto si fermò in silenzio per qualche istante sulla soglia, era salito per avvisarla: la cena era pronta. Si sedette su una sedia scricchiolante. In effetti in quella casa ogni cosa scricchiolava. La zuppa era molto invitante, ne usciva un fumo ipnotico che nascondeva il volto dell’anziana signora, censurandole per qualche istante il sorriso sgargiante. L’uomo invece la guardava con occhi arrostiti e scavati da profonde occhiaie, indecisi se andare d’accordo con la sua bocca contenta e sorridente, pur sempre inquietante.
<< La zuppa cosa contiene?>> chiese la ragazza con finta curiosità. Non ne aveva assaggiato nemmeno un sorso. La donna disse: << Solamente verdura e una spolverata gustosa di parmigiano>>. <<Oh, che peccato. Sono allergica ai latticini>> replicò mortificata la ragazza, recitando al suo meglio. L’uomo la guardò quasi irritato, ma non fiatò. Lasciava sempre parlare la moglie, significava qualcosa? L’anziana sorrise e rapidamente si alzò per toglierle il piatto da davanti e le diede un’insalata.
<<Spero tu mi possa perdonare, non avevo altro>>
<<Non c’è alcun problema, va più che bene! Parlatemi un po’ di voi, avete nipoti?>>
<< Sì, un nipote che non vediamo da tempi remoti. Non ci invita mai da lui>>.
<<Ha i suoi motivi e tu li sai, Endy. Non ha vissuto una grande infanzia>> intervenne finalmente il marito con voce gelida. <<Diciamo che aveva un padre orribile e tutto il resto>>. Melory trasalì: <<Oh, non me l’aspettavo. È orribile!>> << Questo appartiene al passato, il nostro Billy, non è come lui>>. Parlarono molto fino a tarda sera. Melory aveva il talento di ascoltare. Questa era una dote essenziale per lei, perché nei suoi video sui social, quando intervistava, riusciva sempre ad andare a fondo nelle persone, nel loro cuore. Proprio per questo la gente la seguiva, era assetata di vere emozioni, di autenticità. <<Buona notte>>. Nelle stanze le luci si spensero. Melory non dormiva. Fissava il muro, che nel buio della notte sembrava il cielo di una serata senza stelle. Era arrotolata con le lenzuola fino alla bocca. Niente la riscaldava di più che pensare che in quelle calde coperte non le potesse accadere niente. Pensò di nuovo allo strano discorso a cena, si ricordò di quando anche lei da piccola vedeva il padre lanciare cose addosso alla mamma per divertimento. Un brivido le percorse la schiena. Si sentiva nuovamente osservata. Accese le lucine sopra il letto, non c’era nessuno. In ogni caso non sarebbe riuscita a chiudere occhio. Venne attirata dalla scrivania. Si alzò e aprì il cassetto del tavolo.
Dei fogli. Li prese e iniziò a sfogliarli. Mano a mano che leggeva veniva risucchiata dalle carte. Non erano semplici fogli, erano lettere. Il cuore le si fermò.
15/11/2024
Caro papà,  oggi sono al mio quinto omicidio. E’ divertente come dicevi: “La comicità è soggettiva”, solo ora l’ho capito. Non riesco a fermarmi, è come un impulso. Il sangue che gocciola, cola come la cera di una candela. Le urla di terrore. Penso che, se tu fossi qui, saresti fiero di me.
Billy
15/11/2024, era quel giorno! Si alzò di scatto, prese la borsa e iniziò a buttarci dentro i vestiti alla rinfusa. Dove andarsene via o sarebbe stata la sesta vittima. Accese il telefono, pronta a registrare le sue scoperte appena fuori da quella casa, da quella trappola infernale. Uscì dalla stanza senza fare rumore e si ritrovò davanti agli scalini. Doveva stare attenta, o lo scricchiolio del legno sarebbe stato la sua morte. Arrivata in fondo le si sarebbe aperta di lato la porta d’uscita. Si girò un secondo dall’altro e si ritrovò davanti un’ombra ferma a fissarla. Sì paralizzò, le scese una lacrima. Era Billy. Corse verso la porta, che adesso le sembrava lontana chilometri. La stava inseguendo. Spalancò la porta e iniziò a correre. Si diresse verso la foresta tenebrosa, dove si sarebbe potuta nascondere meglio. Mentre scappava ripensava alla madre, al padre, allo sguardo della sagoma nera. Era sempre stato con lei e non  se ne era mai accorta. Correva, correva. Prese il telefono e iniziò a registrare: <<Ragazzi, sto scappando da un killer…mi sta inseguendo! Non sto scherzando, magari morirò ma dovete ascoltarmi, ora vi racconterò tutta la verità… o almeno credo>>. Tremava, la voce spezzata dal terrore e dalla corsa, le lacrime, ma c’era riuscita. Ora doveva salvarsi la vita, il cuore le strappava a morsi il petto. La stava ancora inseguendo. Quell’uomo era tutt’uno con la foresta, come se ne facesse parte, come se ogni singolo spruzzo di muschio vermiglio appartenesse a lui. Più si addentrava più il buio la rapiva, la foresta sarebbe stata la sua morte, non il pazzo che la inseguiva, non i sussulti echeggianti tra un albero e l’altro, non il fatto che se fosse vissuta sarebbe rimasta tutta la vita da sola, lo sentiva, era la foresta. Poi successe ciò che non doveva succedere. Cadde. Urlò di dolore e paura. Ormai era finita. Vide il cielo stellato. Stravolta, a terra, cercò di strisciare, non riusciva ad alzarsi. Due forti mani la trascinarono fino alla casa, fino alla morte, lo sapeva. Allora non ebbe più paura, sorrise. Tra poco avrebbe incontrato di nuovo i suoi genitori, sorrise. C’era riuscita, aveva lasciato il video acceso nel cellulare disperso nella foresta. Tutti avrebbero potuto sapere, sarebbe bastato solo che qualcuno schiacciasse “INVIO”.
Cinque mesi dopo
<<Forza Jack, manca poco e ci siamo!>>
<<Oh sono stravolto! Poi lo sai che la foresta non mi piace>>. Jack e Giorgi ammiravano la splendida natura che li circondava. Mancavano 500 metri alla casa dove avrebbero fatto sosta per la notte. Giorgi aveva prenotato da una coppia di anziani molto gentili. << Ehi Giorgi, guarda cosa ho trovato>> disse Jack che ormai faceva fatica perfino a chinarsi di << E’ un telefono. Vediamo se funziona>> Incuriosito il ragazzo raccolse il cellulare dal terriccio inumidito e scuro come il carbone. Lo spolverò e tentò di accenderlo. Nei primi cinque secondi non successe niente, la tavoletta rimase più nera del terriccio. Poi ad un tratto lo schermo si illuminò:<<Ragazzi, sto scappando da un killer…mi sta inseguendo!>> La ragazza correva nel bosco.
<<Lei l’ho già vista sui social…ah sì, si chiama Melory>> fece Giorgi. << Non mi piace questa cosa, sembra la stessa foresta in cui ci troviamo noi>>.
<< Continuiamo>> disse Jack e fece partire il video. Completato l’ultimo fotogramma Jack sussurrò con un filo di voce: <<È lì che hai prenotato, giusto?>> <<Sì. È…è incredibile>> <<No, è spaventoso. Dobbiamo andare, muoviti!>> <<Aspetta un attimo>> Con dita tremanti Giorgi premette “INVIO”: <<Così tutti sapranno cosa è successo>>.
<<Falsa>> <<Che messa in scena!>> <<Non ci crede neanche il mio cane!>> Melory era morta per le persone sbagliate. Si era sacrificata per la verità, ma la società non era pronta a riceverla. E chissà quante altre donne sarebbero morte prenotando la camera sbagliata.

Luca Beretta – Bianca Franchin – Martin Massa – 2C

Imprevisti a New York

INTRODUZIONE
New York Daily News.  – New York

Un senzatetto che dormiva su una panchina di Time Square è stato trovato morto ieri notte alle 3 e 22, con 4 coltellate all’addome. La polizia ha subito avviato le indagini.  Non ci sono ancora informazioni di rilievo. Nel seminterrato di Luke “Siamo fregati… il nonnetto è stato trovato” commentò Luke appena vide il telegiornale.
“Ma quando l’hanno trovato ??” chiese Christopher. “ Alle 3 e 22 di ieri notte” gli rispose Luke.
“Per un pelo non ci scoprivano! Meno male che abbiamo fatto velocemente. Aver trovato quella valigetta con tutti i codici è stata un’impresa ma fortunatamente ce l’abbiamo fatta”. “E comunque non hanno prove, quindi stiamo tranquilli“ disse Amy con serenità. Christopher fece una battuta per far ritornare la vivacità nel gruppo ma nessuno accennò ad  un sorriso.“Christopher ti sembra il momento di scherzare?” disse con tono serio Amy.
“Se ci scoprono sono guai seri oltre al fatto che non potremo rapinare con agilità la banca” aggiunse. “Hai controllato che ci siano tutti i codici?” chiese preoccupato Christopher. E Amy gli rispose “Stai tranquillo. Ho già aperto la valigetta e ci sono tutti quelli necessari”. Dopo quest’ ultima affermazione cadde il silenzio. Ma la televisione lo spezzò nuovamente.“Nuove notizie sul senzatetto trovato morto stanotte. A pochi metri dal corpo è stato ritrovato un guanto sporco di sangue sotto il quale è stato trovato un pezzo di intestino arrotolato e insanguinato. Si ipotizza che il guanto possa appartenere all’omicida ma non si è ancora certi. Se qualcuno ha visto o sentito qualcosa, contattateci sul nostro sito ufficiale”.
“Un guanto? Chi è che ha perso il guanto??” disse con tono arrabbiato Luke.“Puo’ essere che me ne manchi uno” esclamò con tono imbarazzato Christopher. “Siamo definitivamente spacciati” attaccò Katy.“Ma come è possibile!!! Vai subito a controllare nella giacca di ieri sera!” urlò  Luke. Christopher andò all’ingresso e controllò in tutte le tasche della giacca ma il guanto non c’era. Quando tornò aveva una faccia bianca come se avesse visto un fantasma e dai suoi occhi si capiva che la situazione era preoccupante. Tutti capirono che il guanto che era stato trovato dalla polizia era proprio il suo. “ Ragazzi, stiamo sereni. Non ci scopriranno” esclamò Christopher.

 PROGRAMMAZIONE DELLA RAPINA

Il giorno dopo si riunirono tutti a casa di Amy per iniziare a pianificare la rapina alla sede newyorkese della Federal Reserve. Era una lussuosissima villa a tre piani, con un enorme giardino curato, con alberi ben potati e un prato dall’erba fine. Per entrare in casa c’era una enorme scalinata di marmo bianco con alcune statue inquietanti raffiguranti strani esseri mitologici. Appena varcarono la porta di quella casa, tutti si sentirono inondati da una fortissima sensazione di opulenza. Entrando nella taverna tutti corsero per accaparrarsi la sedia migliore e, come sempre, lasciarono a Christopher quella rotta. Amy iniziò a spiegare proiettando su una LIM il prospetto del piano: “Ragazzi a me l’attenzione, tra pochi giorni rapineremo la banca e dobbiamo iniziare ad avere un piano, quindi se qualcuno ha idee si faccia avanti” disse Amy con serietà. Katy disse subito la sua con decisione: “Come prima cosa dobbiamo definire il ruolo di ciascuno: solo due devono aprire la cassaforte con i codici, qualcuno deve fare il palo per controllare che non arrivi la polizia e l’altro deve tenere in ostaggio le persone al momento presenti in banca”. Tutti rimasero qualche istante a pensare. Subito dopo Luke disse: “Hai perfettamente ragione, propongo di fare a votazione per chi deve fare cosa ” Christopher di fretta iniziò a parlare e dire, come un bambino, che voleva essere lui ad avere il ruolo più importante cioè quello di aprire la cassaforte. “Scordatelo, sei così imbranato che devi chiedere ancora a tua madre di farti da mangiare, al massimo potresti fare il palo” rispose sgarbatamente Luke. Katy intervenne velocemente per calmare gli animi: “Ragazzi c’è bisogno di concentrazione se vogliamo fare il colpo, mancano solo 3 giorni ”. Amy cominciò ad annunciare l’inizio delle votazioni: ”Ognuno dirà che ruolo vuole fare e insieme definiremo meglio”. Katy disse che avrebbe voluto fare lei la scassinatrice perché da piccola scassinava con delle forcine tutti i lucchetti o catene che si trovava davanti. Così decisero che il ruolo di rapinatore dovesse andare a lei. Ma bisognava avere almeno 2 persone con il ruolo di rapinatori. Dunque fu eletta anche Amy che avrebbe dovuto assistere Katy.  Christopher propose di fare quello che teneva in ostaggio dipendenti della banca ma ovviamente non gli fu affidato.
“Secondo me Luke dovrebbe fare la persona che tiene in ostaggio gli impiegati” disse Amy. “Hai ragione” rispose Luke. Christofer con il suo solito fare da bambino disse piagnucolando “Quindi a me resta da fare il palo?” “ Esatto” risposero tutti insieme. Amy propose a Katy: “Iniziamo a preparare i furgoni?” Katy annuì e andarono insieme nel garage della villa dove erano stati posteggiati in precedenza. Luke chiese: “Per entrare in banca come saranno le disposizioni?” Amy rispose subito: “Luke starà davanti, in mezzo ci saranno le scassinatrici e dietro ci sarà il palo. Ah!! Ovviamente tutti saremo con il volto coperto e armati fino ai denti per mettere ancora più paura così a nessuno verrà la malsana idea di chiamare la polizia o scappare.”
“Ben detto! Quindi dobbiamo solo organizzare i furgoni” disse Luke. Dopo aver messo a punto i mezzi di trasporto, si accorsero che mancava la valigetta con i codici segreti per aprire la porta del caveau della banca. Era rimasta nel seminterrato di Luke, così Katy e Christopher andarono a recuperarla. Uscirono e si incamminarono verso  casa di Luke ma appena arrivarono videro due pattuglie della polizia che circondavano l’abitazione : “Dici che sono qua per il senzatetto?” chiese preoccupato Christopher. “Penso di no ma nel dubbio rimaniamo distanti e aspettiamo che se ne vadano”.

 LE INDAGINI

 Rimasero lì per circa un quarto d’ora ma la polizia non aveva per nulla  intenzione di andarsene. “ Non possiamo restare qui ancora per molto” disse con decisione Katy “Dobbiamo entrare in casa prendere la valigetta e andare via velocemente”. Si avvicinarono ad un poliziotto e con tono riservato chiesero cosa stesse succedendo e che dovevano entrare in casa per recuperare alcuni importanti documenti. Naturalmente la polizia rispose negativamente  perché dovevano finire dei prelievi in merito all’omicidio di un senzatetto.
“Così rischiamo troppo Katy” disse Christopher  “Se trovano la valigetta risaliranno a noi o così tutto lo sforzo sarà stato inutile.” Decisero allora di entrare dalla porta sul retro di cui solo il gruppo sapeva l’esistenza e si intrufolarono nel seminterrato. Ma non avevano calcolato che le guardie erano già arrivate anche lì per perquisire la casa. “Allora come facciamo?” chiese Katy  “Ormai hanno visto la valigetta, è finita”. “Non ancora” disse Christopher. Allora si coprì il viso con una banda nera che teneva nella tasca dei jeans e balzò, tirando con estrema precisione un calcio alle guardie, prese la valigetta e scappò insieme a Katy. All’uscita trovarono il poliziotto di prima che li stava aspettando con il resto della pattuglia. Ovviamente riuscirono a scappare ma per poco, perché stavano  per sopraggiungere ulteriori rinforzi.arrivando tutto. Katy chiamo Amy al telefono per dirle che erano nei guai. Amy avvisò la squadra che IMMEDIATAMENTE si azionò, e per fare in fretta decisero di prendere i primi due furgoni disponibili, di color rosso fuoco e a tutta velocità si diressero verso Katy e Christopher. Ormai le pattuglie erano vicinissime, ma in quel momento Amy e Luke arrivarono e urlarono “ma siete impazziti?!” questi furgoni si notano da un miglio di distanza cosa avete nel cervello, così ci scoprono” “E’ stata una decisione di Luke”. Recuperati i ragazzi, tornarono il più velocemente possibile a casa di Amy. Accesero  la tv e per la seconda volta arrivarono brutte notizie.

NEW YORK DAILY NEWS

Una pattuglia della polizia nella zona tra la 136° e la 137° strada è stata mandata fuori strada da un furgone rosso misteriosamente scomparso. Ecco le immagini dell’inseguimento riprese da un drone……..
“ Ragazzi io non ce la faccio più, la prossima volta che facciamo una sciocchezza del genere ci beccano di sicuro” “Senza contare che adesso tutta Manhattan sarà piena di agenti dell’FBI per prevenire la prossima sciagura”. Christopher disse “Ora percolpa di questo idiota di Luke dobbiamo riformulare completanmente il nostro piano dato che ci sarà il triplo della sicurezza e non i semplici addetti alle pulizie” cercò di fare una battuta ma per l’ennesima volta non gli riuscì. “Christopher la prossima volta che provi a fare una battuta del genere ti sferro un pugno nel torace, hai capito bene?” ringhio Amy e andò in camera per il mal di testa.

FLASHBACK

 Qualche anno prima, lo stesso giorno dell’omicidio, il giornale annunciava la scomparsa in Danimarca di 5 MLN di euro in lingotti d’oro. “Caspita quel vecchio di Andrew si è preso tutti i soldi” esclamò Luke:”e noi siamo rimasti nel punto di ritrovo come degli idioti!” “Non ci credo che ci siamo fatti fregare così!”“Gliela faremo pagare”. “Andrew è riuscito pure a prendersi la valigetta con i codici per il prossimo colpo a New York ”disse Katy.
Intanto Andrew
Era stato scoperto dalla polizia mentre cercava di scappare con i lingotti, portato in tribunale e condannato a quindici anni di reclusione. Prima di entrare in prigione era riuscito a nascondere la valigetta con tutti i codici. In una notte, sotto una pioggia incessante, si intrufolò in un vecchio magazzino abbandonato e lì la nascose. Dopo un paio di mesi scoprì come scappare con facilità dalla prigione:infatti era riuscito a scavare un  buco abbastanza grande per scappare agilmente senza aver problemi di essere scoperto. Appena scappato riuscì a recuperare la valigetta e prese un volo per New York (pagato da un amico); atterrato, senza alcun soldo fu costretto a vivere come un senzatetto. La squadra dei suoi vecchi complici però riuscì a rintracciarlo e pianificarono il piano per vendicarsi e recuperare la valigetta, così da fare il colpo tanto atteso alla banca newyorkese.

FUGA SU QUATTRO RUOTE

 Dopo aver ripianificato perfettamente il piano per la rapina alla sede newyorkese della Federal Reserve,e approfittare di una giornata di sciopero indetta dal sindacato degli operatori bancari, dal garage di Amy partirono due furgoni, questa volta di colore nero. Era giunto il momento di mettere in atto il piano. Amy con la sua mente lucida e ingegnosa dava comandi via radio, controllando ogni dettaglio con precisione. Alla guida c’erano  Luke e Katy. I furgoni si muovevano silenziosi tra le strade deserte, un silenzio teso che non lasciava spazio a errori. Nonostante la tranquillità apparente, ognuno di loro era pronto a reagire a qualsiasi imprevisto. Arrivati davanti all’edificio della banca, il tempo sembrava essersi fermato. Il loro obiettivo era chiaro: non solo la rapina, ma anche la fuga senza lasciare tracce. Il traffico era quasi inesistente, grazie allo sciopero che aveva paralizzato l’intera città. La situazione era ideale. Ma c’era ancora qualcosa che li turbava: infatti in una frazione di secondo già tre pattuglie erano sul posto. In un attimo, il piano perfetto cominciò a sgretolarsi. Le tre pattuglie, apparse all’improvviso, non erano una coincidenza.Iniziò a sentirsi il cuore di Katy pulsare all’impazzata come se stesse per uscire dal torace. Amy chiese spaventata: “qual è il piano B ?” Christopher rispose nervosamente:”Non abbiamo più tempo”. Si voltò indietro e vide le ombre delle pattuglie proiettate sulle pareti degli edifici. Christopher si fermò un istante, il fiato corto. “L’unico modo per uscire da qui è creare il caos.” Katy lo guardò terrorizzata. “Che vuoi dire?”
“Lanciarsi in mezzo al traffico. Se creiamo un incidente abbastanza grosso, possiamo approfittare della confusione per scappare.” Luke schiacciò l’’acceleratore più forte che poteva per andare più veloce. A quel punto, arrivarono nella strada principale di New York. Amy disse preoccupata con il cuore che le martellava il petto: “Adesso, che cosa intendete fare? ” Dopo questa affermazione passò di colpo un camion con il rosso e Luke di conseguenza dovette sterzare bruscamente investendo una dozzina di persone. La radio interruppe il momento di paura:

New York Daily News.  – New York

Siamo sul posto in diretta, due furgoni non ben identificati, stanno facendo una strage di persone, cercando di scappare dalla nostra affidata polizia, che è stata avvertita dai vigilantes della banca che hanno capito il tentativo di rapina. Per fortuna la pattuglia era nei dintorni ed è riuscita ad intervenire subito e a chiamare rinforzi. I rapinatori, alla vista delle pattuglie, si sono dati alla fuga. Vi aggiorneremo al più presto.
Intanto la banda dopo aver sentito quello che aveva detto il telegiornale, ragionò velocemente sul da farsi , non c’era più tempo da perdere. Amy disse: “Dobbiamo decidere un luogo per nasconderci. E dovremo stare calmi per un po’ per disperdere le nostre tracce. ” Le due macchine, con una mossa strategica, si infilarono in un vicolo buio e tetro.
Katy scese insieme a Christopher dal veicolo e raggiunse l’altra coppia: “Questa volta ci siamo andati vicini…” disse Christopher ridendo. Amy lanciò a Christopher uno sguardo severo. “Non c’è niente da ridere,” sibilò, controllando nervosamente il vicolo. “Dobbiamo trovare un luogo sicuro prima che ci becchino davvero.” Luke, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, annuì. “Concordo. Ho un posto in mente, ma dobbiamo muoverci adesso.”
Le due coppie risalirono velocemente in macchina. Il motore ruggì nel silenzio della notte mentre si dirigevano verso la periferia della città. Le strade erano deserte, illuminate solo dai lampioni tremolanti. Ogni tanto, un faro in lontananza li faceva sussultare, come se fossero già braccati. “Luke , dove stiamo andando?” chiese Katy, stringendosi nel giubbotto. Luke non tolse gli occhi dalla strada. “In una vecchia fabbrica abbandonata. Nessuno ci cercherà lì.” Amy sospirò. “Speriamo solo che sia abbastanza sicura.”

LA TRAPPOLA NELLA NOTTE

 “Stiamo andando troppo piano,” mormorò Amy, guardando nervosamente l’orologio. “Deve essere tutto più veloce.”
Le due macchine sfrecciarono nell’oscurità, ignare del fatto che qualcuno li stava già osservando dal bordo della strada. Erano entrati nella fabbrica poco prima della mezzanotte. Ma il rumore di una sirena lontana li fece irrigidire. “Oh no!!” mormorò Luke, mentre i suoi occhi cercavano, tra le ombre della notte, cosa stesse succedendo.In pochi minuti erano circondati da sirene della polizia che laceravano il silenzio della notte.  La porta si spalancò improvvisamente con un colpo netto, e un agente emerse dall’oscurità, seguito da un altro, da un altro ancora e da un altro ancora. In pochi secondi erano circondati. Katy, Amy, Christopher e Luke furono subito ammanettati. “Pensavamo di farla franca”, disse Luke, con la testa bassa. Amy lo guardò sconsolata. “Siamo stati troppo sicuri di noi.” La banda fu arrestata e portata via, mentre la fabbrica si svuotava di ogni speranza di fuga.

 New York Daily News.  – New York

Ieri notte la banda che aveva provato a rapinare la banca è stata arrestata. Inoltre grazie a numerosi indizi ritrovati nelle abitazioni dei delinquenti e nelle loro auto la polizia ha scoperto che erano stati autori anche dell’omicidio di una settimana fa. Un’indagine complessa ma per fortuna durata solo 7 giorni. Per oggi è tutto a domani. Possiamo stare sereni, per ora.

Sara Cortese, Ginevra Sattin, Mahmoud Ibrahim, Jeremiah Ortega, Martina Benincasa, Giorgio Guerriero – 2D

Risoluzione al settimo giorno

Lunedì mattina, Sabrina si sveglia per andare a scuola. Accompagna prima suo fratello e poi procede per la strada verso il liceo artistico.  Come ogni lunedì, alla prima ora aveva italiano, che odiava e la maggior parte delle volte si addormentava.
“Sabrina!” urlò la prof – “Sì, mi dica” rispose Sabrina. “Le sembra il caso di addormentarsi? Adesso verrà alla lavagna”. Sabrina si alzò per svolgere degli esercizi alla lavagna e fece scena muta. Quel giorno per lei era cominciato male e l’unica cosa che poteva tirarla su di morale era recitazione, dopo scuola. Arrivò l’ultima ora, quella di scultura, che Sabrina trovava molto interessante ma voleva che la giornata finisse al più presto. Suonò la campanella dell’ultima ora e uscirono tutti da scuola ma Sabrina incontrò la preside al portone: “Ho saputo quello che è successo con la Magro in prima ora. E’ stato molto irrispettoso da parte tua”- “Sì, mi scusi. Non succederà più”- “Me lo auguro per lei”. Sabrina si avviò per andare a prendere suo fratello.
“Com’è andata andata oggi, Luca?”- “Tutto bene. Tu invece?”- “Benone, ho rischiato una nota alla prima ora”. I due fratelli pranzarono e Sabrina andò a recitazione subito dopo: “Stai attento”- “Va bene, a dopo”. Sabrina stava lavorando per un copione che si riferiva al film Titanic. Alle sette di sera, tornò a casa e aspettò suo fratello per cenare. Si fece una doccia e si mise a leggere un libro. Alle sette e mezza, Luca avrebbe dovuto finire gli allenamenti di calcio e, massimo alle otto Sabrina lo avrebbe aspettato a casa. Intorno a quell’ora, Sabrina andò a buttare la spazzatura e vide il suo vicino di casa Giovanni che agiva in modo sospetto: entrava ed usciva con velocità da casa. Sabrina non ci fece tanto caso e pensò semplicemente che Giovanni aveva i suoi problemi a cui pensare.
“Oh no! Dov’è Luca, sono le otto passate…”
Luca non si fece vivo e Sabrina decise di andare al campo dove si allenava per chiedere spiegazioni, ma ormai era tutto chiuso e non c’era nessuno- “Luca! Luca, dove sei?”. Sabrina si preoccupò tantissimo perché Luca l’avrebbe avvisata se avesse cambiato programma – “Ma certo… Che stupida!” e Sabrina lo chiamò al cellulare.
“IRRAGGIUNGIBILE”
Sabrina si stava preoccupando tantissimo per suo fratello e prese dei farmaci: “Cavolo, me ne rimangono cinque con questa…” Sabrina, per lo stress, si mise a letto e si addormentò pensando che suo fratello sarebbe tornato l’indomani. La mattina dopo, Sabrina si svegliò ancora sola a casa e, andò a scuola. Quel giorno era martedì, quindi Sabrina non aveva recitazione e al ritorno da scuola avrebbe chiamato i suoi genitori, fuori città per lavoro, per spiegargli l’accaduto. Sabrina si avviò velocemente verso casa, appena arrivata cercò di chiamare sua mamma , ma…“IRRAGGIUNGIBILE”.
Il giorno dopo Sabrina decise di saltare scuola e stranamente anche recitazione, non la saltava da almeno due anni. Rimase tutto il giorno a stampare foto di Luca per attaccarle nel loro quartiere e vicino alla sua scuola. La scomparsa, così, si venne a sapere e, perfino la cassiera del supermercato, amica e conoscente di Sabrina, le aveva chiesto cosa fosse successo ma Sabrina non diede tante informazioni e tornò a casa; dallo stress, prese i suoi farmaci: “Me ne rimangono tre, dopo questa.” Il quarto giorno dalla scomparsa di Luca, Sabrina stava impazzendo per i suoi genitori, per Luca e per quei dannati farmaci… Si alzò dal letto e proseguendo per la strada verso scuola, le parlò Giovanni: Sabrina non capiva perché dopo così tanto tempo un ragazzo come lui, depresso per la morte della madre, motivo del perché in prima liceo di finanze marketing cominciò a spacciare, le stava parlando…
“Ciao, Sabrina mi spiace per…” e indicò un volantino con la faccia di Luca attaccato a un palo – “Non fa niente”. Sabrina pensò tutto il giorno a Giovanni e per un momento pensò che centrasse qualcosa con la scomparsa di Luca. Venerdì, Sabrina sperava che passasse al più presto perché il giorno dopo sarebbero arrivati i suoi genitori. Andò a scuola e “Oh, no! Mi ero scordata della lezione di italiano.” La Magro fece fare un tema alla classe e Sabrina ne fece uno che fece piangere la professoressa; aveva parlato di tutta la sua vita e del suo amore per le recitazione. Riuscì a prendere un 8,5, non le era quasi mai capitato in italiano da quando era al liceo. Tornò a casa, prese il solito farmaco e – “Cavolo, me ne rimane una…”
La mattina del sesto giorno arrivarono i genitori di Luca e Sabrina. Sabrina, spiegò loro tutta la faccenda e chiamarono la polizia che li rassicurò: avrebbero ritrovato il ragazzo entro massimo 96 ore. I genitori davano per morto Luca ma Sabrina non mollava mai. Claudia, la madre di Sabrina, le diede i soldi per la colazione ma Sabrina sapeva già che li avrebbe spesi per i suoi farmaci. Sabrina si mise a letto, consapevole che non sarebbe riuscita a dormire. -“Mi aiuteranno i miei farmaci” pensò nella sua testa – “Oh no, non ne ho più dopo questa.”Passò un giorno e nessuno aveva notizie di Luca, nemmeno la polizia… Domenica mattina, Sabrina si sveglia; i suoi genitori non erano a casa perché la domenica, solitamente, andavano in chiesa. Sabrina era esausta dalla situazione e l’unica cosa che la poteva rendere felice era rivedere Luca. A causa dello stress, Sabrina si mette a leggere un libro. Verso il pomeriggio, Sabrina disse a sua madre che sarebbe andata a fare la spesa. Sabrina stava mentendo a sua madre e voleva andare in farmacia a comprare i suoi farmaci. Uscì di casa e si avviò verso la farmacia più vicina al suo quartiere: “Ansia Fect, grazie”. La farmacista guardò Sabrina in modo strano, e magari si stava chiedendo perché una ragazza alle sette di sera fosse in farmacia per prendere dei farmaci per ansia e stress… Uscendo dalla farmacia, Sabrina vide nuovamente Giovanni ed era convinta sempre di più che era coinvolto nella scomparsa di Luca. Le passò per la testa l’idea di seguirlo… Giovanni stava correndo e Sabrina quasi lo perse di vista, poi si vide Giovani fermarsi e decise anche lei di fermarsi. Sabrina era scioccata e non credeva ai suoi occhi. Aveva appena visto Giovanni dentro ad una casa davanti a Luca. Sabrina uscì allo scoperto e Giovanni la guardò con uno sguardo che la spaventò e le fece quasi venire paura: “Sabrina, sei venuta a fare visita?” – disse Giovanni. “Lascia in pace mio fratello o giuro che chiamerò la polizia davanti ai tuoi occhi” rispose Sabrina. – “Tu non lo farai. Anzi sono sicuro che capirai e la smetterai di tormentarmi ogni singolo giorno. Ti sei forse scordata di quello che mi hai fatto passare? Alle medie, quel ragazzo sfigato e che andava male a scuola, si era per la prima volta interessato a una ragazza…
Dopo la morte di mia madre penso di essermi come “rotto dentro” e il tuo rifiuto è stato il colpo secco per farmi uscire pazzo. Sono sicuro che capirai e mi lascerai in pace, come dei vecchi amici. Sabrina non aveva idea di che cosa dire e le uscirono di bocca le prime parole che pensò: “Certo, hai ragione. Non ti denuncerò”- “No Sabrina, non farlo!” urlò Luca. Sabrina disse a Giovanni che le dispiaceva tantissimo e che non avrebbe mai e poi mai chiamato la polizia. Un attimo dopo averlo detto, Sabrina fece uscire il suo telefono dalla tasca e Giovanni lesse “112”: Sabrina si ricordò dei suoi sette anni di recitazione che gli erano appena stati utili, aveva chiamato la polizia ancora prima di entrare in quella casa ed era tutto il tempo in linea mentre Giovanni le parlava. Giovanni scappò in lacrime e Sabrina riprese suo fratello. Giovanni venne arrestato per sequestro di persona.

Un mese dopo

La famiglia di Sabrina si trasferì fuori dalla città, Luca riprese gli allenamenti e Sabrina recitazione. “Fratellino, fai attenzione a calcio”- “Non ti preoccupare, a dopo” Otto passate… Ansia… E quello che successe dopo, potrete leggerlo in un’altra storia… forse.

Franchina Silke, Edoardo Arnone, Nikolas Istraila, Enea Manzelli – 2F

La verità nascosta

Prologo:
Ettore Ambortini era un ragazzo di tredici anni, molto magro, di media altezza, biondo e con occhi marroni. A scuola veniva bullizzato pesantemente, infatti in lui cresceva sempre di più il desiderio di suicidarsi, ma non trovava il coraggio. Una sera, però, litigò con i suoi genitori e, quando pochi giorni dopo i genitori uscirono per andare a fare un viaggio al lago, lui aveva scelto: si sarebbe buttato dalla finestra. O almeno così si pensa…

Capitolo 1

IL CADAVERE

“Oddio. Che cos’è?” mi avvicino ad un cancello chiuso. Un ragazzo sdraiato sul prato del giardino è immobile con gli occhi spalancati. Non ci vuole la mia esperienza da commissario di polizia per capire che si tratta di un cadavere. Meglio se vado direttamente in centrale. Prendo la macchina e arrivo nel mio luogo di lavoro, la stazione di polizia.
«Buongiorno a tutti».
«Buongiorno commissario Condottieri».
«C’è un’emergenza, ho trovato un cadavere sotto casa Ambortini». «È impossibile, non ci sono assassini a Fortemasso!». I commenti dei miei colleghi mi lasciano senza parole. «Come potete dire questo? Siamo o no poliziotti?! È nostro dovere occuparci di queste cose!». Prendiamo la macchina e raggiungiamo casa Ambortini ma, quando arriviamo lì, il corpo è sparito. I miei colleghi, pensandomi pazzo, mi dicono di andare a casa. Questa notte non ho pensato ad altro che a quel cadavere, non sono impazzito, io l’ho visto, l’ho visto! Adesso torno in centrale, forse dovrei parlare con i miei superiori di questa storia. In centrale mi trovo davanti il mio superiore con la lettera di licenziamento.

Capitolo 2

VINCENZO GASPARINI

Nonostante il mio sconforto penso che sia un nuovo giorno: andrò a trovare il mio amico ed ex collega Vincenzo. Raggiungo casa sua e suono, sento dei passi e poi la porta si apre. In uno spiraglio intravedo l’occhio di Vincenzo che guarda sospettoso da dietro la catenella della porta.
«Ciao» lo saluto. «Ehi, ciao, come va?» mi risponde lui mentre mi fa entrare. Prima di salutarmi ero certo di averlo sentito bisbigliare ma forse sono io che sto davvero impazzendo. «Ho saputo del tuo licenziamento, il paese è piccolo, lo sai… Ma com’è possibile?» Gli racconto tutta la storia, anche se, di tanto in tanto, lo sento ancora bisbigliare ma decido di lasciar perdere. «Ti aiuterò» mi dice Vincenzo.

Capitolo 3

IL PIANO

È il quarto foglio che buttiamo, Vincenzo continua a scartare tutte le idee. «Certo che potresti dare una mano anziché scartare tutti i piani che ti ho proposto!» mi guarda male. «Ok, ok! Ho capito! Certo che sei un po’ burbero. Ma che cos’hai Vince’?». Dopo svariati tentativi ci siamo decisi e adesso è da mezz’ora che siamo sotto casa Ambortini a cercare indizi senza trovare niente. «Hai detto che c’era la finestra aperta, non è che si è suicidato?», “Che genio Vincenzo, non ci avevo pensato!”.
«Sì, ci avevo pensato anch’io, ma per quale motivo il corpo di uno che si è suicidato avrebbe dovuto sparire dopo essere stato avvistato?»
«Oh, dai! Perché devi sempre rovinarmi i momenti di gloria!?» mi urla frustrato. «Ma cos’hai oggi? Sei sempre scontroso!» Devo dire che sto cominciando a pentirmi di avergli chiesto aiuto, si vede che sta invecchiando. Una volta era un grande poliziotto, il migliore, ma adesso…

Capitolo 4

I SOSPETTI

Il posto più sospetto vicino a casa Ambortini è il bosco, motivo per cui oggi andremo a sorvegliare la zona per trovare altri indizi, il sangue da solo non basta. Arriviamo nel bosco e cerchiamo per un po’ qualche indizio senza trovare niente. In compenso però abbiamo incrociato i miei ex colleghi che stavano portando in centrale un uomo che, a guardarlo, pareva un po’ losco. Ehi ma, aspetta un attimo… «Vincenzo, sono io pazzo, o la centrale è dall’altra parte?» lui mi guarda, «Hai ragione!». Comincio a correre con Vincenzo dietro di me seguendo le impronte lasciate dai miei ex colleghi. Ci ritroviamo in una radura e incrociamo il “prigioniero” dei miei cari amici poliziotti. «Scusi, ma lei non era con la polizia?» chiedo, si sente un ghigno e l’uomo si gira con una pistola in mano. «No!» esclama, dà un colpo di pistola e prende in pieno petto Vincenzo.

Capitolo 5

IL TRADIMENTO

Sto per gridare contro l’uomo con la pistola ma questo getta l’arma a terra e comincia a correre verso Vincenzo «No, capo! Capo svegliati!!! Maledetta la mia pessima mira, nonostante mi sia allenato al poligono sono ancora un pessimo tiratore, io glielo avevo detto che non ero pronto, glielo avevo detto!» grida lui disperato. Gli sparo alla coscia e lo tengo fermo «Sputa il rospo, perché lo chiami capo eh? DIMMELO». «Va bene, dirò tutto ma smettila di tenermi per le spalle che me le stai rompendo, tanto dove vuoi che vada? Non ho più un posto dove andare e correre non è un’opzione dato che mi hai sparato alla gamba!» allento la presa sulle sue spalle e lo guardo «D’accordo, ora dimmi: chi sei e perché l’hai chiamato capo?».
«Il mio nome è Filippo Plumbini, in arte Bunsky. Non dovrei dirti niente ma date le circostanze…io sono un ladro e assassino professionista. Non so sparare, ma credo tu l’abbia capito visto l’incidente con Vincenzo. Nonostante questo, so uccidere in molti altri modi! In ogni caso, Vincenzo è, era, il mio capo. Almeno al momento, io mi sposto sempre dal migliore offerente ma dopo cinque anni al suo servizio eravamo diventati amici e il fatto di averlo ucciso non mi sta dando felicità. Mi aveva ingaggiato per elaborare un piano contro Massimo Ambortini, il padre di Ettore e, pensa un po’, ci sono voluti cinque anni per elaborarlo. Nonostante questo il piano è fallito miseramente. Qualche giorno fa abbiamo dato il via al piano: mi sono intrufolato in casa Ambortini per avvelenare uno dei completi del Signor Massimo, fortuna vuole che quel giorno i coniugi Ambortini fossero partiti per andare a fare un viaggio di anniversario al lago lasciando il figlio Ettore con la nonna, che sarebbe arrivata qualche giorno dopo. Sorpresa! La nonna non è ancora arrivata. Quando salii al piano superiore per raggiungere la stanza dei signori Ambortini, dalla camera accanto uscì Ettore che, vedendomi, corse a prendere il telefono. Prima che riuscisse a chiamare qualcuno glielo strappai di mano e, mentre cercava di riprenderlo, ci avvicinavamo sempre di più alla finestra, bastava una piccola spinta e io gliel’ho data.» “Senti un po’ questo bastardo”. «E immagino che dopo il mio arrivo tu abbia nascosto il cadavere» «Già!» mi risponde con aria colpevole. «Sai, pensavo che avresti resistito un po’ di più ma invece sei crollato subito», «Adesso dovrei portarti in centrale…» gli dico «In realtà… non sarebbe una buona idea visto che i tuoi ex colleghi sono tutti corrotti» mi confessa. “Ora si spiega il perché di tutte le loro azioni, polizia corrotta, ci mancava solo questa!” «D’accordo, allora chiamerò qualcun altro…ora alzati».

Epilogo

11 Anni Dopo

Carlo Condottieri (Ex commissario)

Due anni fa Bunsky è stato rilasciato dalla prigione dopo aver passato nove anni nel carcere di San Vittore, a Milano, in compagnia dei miei ex colleghi. Adesso è diventato il migliore agente dell’FBI, grazie al suo passato da mercenario. Sono felice che, nonostante tutto, abbia capito da che parte stare.

Bunsky

Non è da tutti riuscire a fregare l’FBI ma dovreste saperlo, io ho agganci ovunque e nessuno mi può fermare…

Matilde Lo Russo, Emma Salaroli, Nicole Festa, Zed Dimaculangan – 2E

Ti ricordi di me?

 “Si avvisano i gentili passeggeri, che l’aereo sta per atterrare. Vi invitiamo ad allacciare le cinture. Grazie per la collaborazione”. L’hostess si avvicinò camminando verso il corridoio dell’aereo lentamente assicurandosi che le cinture fossero allacciate.

 Lasciando tutti i suoi ricordi in Italia, Lisa Govoni, una ragazza di 25 anni, si era trasferita nella cittadina di Oxford perl’università con sua madre Amelia, alla quale era molto legata. Lisa era molto carina, ma per il carattere sbadato emolto timido non aveva molti amici. L’unica persona con cui andava molto d’accordo, a parte sua mamma, era un ragazzo di pochi anni in più di nome Tyler. Andando avanti col tempo si erano messi insieme ma, dopo aver annunciato al ragazzo della sua partenza, si sentì offeso, tradito e abbandonato e quindi era molto arrabbiato con lei. La nuova casa si trovava in un quartiere pocoabitato ed economico, era a due livelli ma comunque molto piccola. Al piano superiore si trovavano le camere e il bagno, invece in quello inferiore si trovava la cucina e il salone, molto luminosi. Dato che gli studi richiedevano più soldi del previsto, la ragazza cercò un lavoretto part-time da svolgere la sera. Era portata per i lavori manuali, quindi chiese in giro se cercavano del personale. L’unico posto libero era in un ristorante, con scritto sull’insegna “Art at dinner”. L’edificio aveva una grande tenda color beige e le pareti color bianco panna con pezzi di muro cadenti. Anche se l’esterno non era molto invitante, l’interno era caloroso e aveva il suo perché. Dopo qualche settimana passata lavorando al ristorante si era già ambientata: il suo capo, Jake Davidson, era un uomo sulla quarantina, un po’scorbutico e freddo, invece i suoi colleghi erano tutti molto gentili, ma purtroppo Lisa era l’unica che faceva il turno serale. Ogni sera doveva pulire il locale e infine buttare l’immondizia nel vicolo accanto dove erano posti dei grandi bidoni della spazzatura. La stradina era ricoperta di graffiti colorati ed era caratterizzata da un odore nauseante. Ogni notteinfatti con il cielo scuro metteva sempre un effetto di paura e ansia che non portava ad entrarci volentieri. “Ciaomamma! Vado al lavoro, ci vediamo alle 00:30!” Lisa aveva appena finito di dire la solita frase e uscì dalla porta, comefaceva ogni sera, compreso il sabato. Quel giorno era un mercoledì e l’aria era particolarmente pesante. Mentre si metteva le cuffie per iniziare il tragitto, notò che quella volta i marciapiedi eranototalmente vuoti, nessuna anima vivente in giro, a parte un paio di piccioni solitari in cerca di qualche briciola. Maanche in questa situazione, la timida ragazza dai capelli castani si sentiva osservata, ma aveva troppa paura per voltarsi.Oltrepassati il fioraio e il solito palazzo con il lampione luminoso davanti, Lisa era finalmente arrivata al ristorantedove trovò solo lo chef che la stava aspettando controllando continuamente l’orologio da polso.
“Sono le 21 e 03, sei in ritardo! Non vedi quanta gente c’è stasera?!” lo chef si era avvicinato alla ragazza con in viso un’espressione preoccupata. “Scusi capo!” aveva accennato una risata, ma dopo aver visto l’emozione di Jake si fermò immediatamente e si diresse a passo spedito verso la cucina acambiarsi. Quando l’ultimo cliente se ne andò, si girò verso Jake. “Vado a prendere la scopa nello scantinato” avvisò la ragazza. Lei, sapendo già che il cuoco non avrebbe risposto si diresse nella piccola stanza poco prima nominata. KNOC KNOC. La giovane aveva sentito che qualcuno stava bussando alla porta principale, ma dato che erano chiusi non si fece problemi ad ignorare quella presenza. KNOC KNOC KNOC. L’uomo continuava. “Siamo chiusi! Che vuole?” Jake aveva aperto la porta e cominciato a parlare. Lisa infine quando trovò la scopa tornò nella sala principale, ma l’uomo misterioso se ne era già andato.
“Ehy capo, chi era?” “Ma che ne so! Era un ragazzo che cercava delle informazioni su di t-su una certa Lu..cia, sì, Lucia” rispose vago e stremato lo chef “Ehm, ok” Lisa rimase dubbiosa.
“Dopo questa discussione con il ragazzo non ho più voglia di rimanere qui! Io me ne vado. Chiudi tu il ristorantestavolta, ecco le chiavi” e gliele lanciò. Dopo aver annuito, l’uomo si incamminò sull’uscio della porta e come suo solito, non salutò . Lisa, rimanendo sola, cominciò a canticchiare mentre spazzava e i suoi pensieri iniziarono a volare altrove. La sua fantasia stava pensando al rapporto con il suo ex ragazzo Tyler, da cui si era dovuta allontanare per lo studio. Mentre la sua treccia ai capelli oscillava, pulendo tra i tavoli con le tovaglie a quadretti rossi e bianchi, si era ricordata della suaultima conversazione con il ragazzo: lei gli disse della partenza durante un appuntamento e lui reagì malissimo. Inquell’ultimo periodo era diventato parecchio possessivo e dopo quella notizia non ci vide più dalla rabbia. Durante ladiscussione ordinò a Lisa di eliminare il suo contatto così avrebbe sentito meno la sua mancanza, o almeno sperò. Da lì non si sentirono più e sinceramente a lei non mancava quasi per niente. Dopo aver finito di pulire prese la spazzatura euna bottiglia di vino vuota, la quale non ci stava nel sacco. Per raggiungere il vicolo con i cassettoni si poteva arrivaresia dalla porta principale, sia dalla porticina sul retro, ma Lisa sceglieva sempre la seconda.
“Uff quanto pesa questo sacco!” si lamentava, mentre lo trascinava fuori dall’uscio. L’entrata di servizio, cigolante e arrugginita com’era, non si chiuse e lasciava a vista l’enorme frigorifero a due porte del magazzino. La giovane ragazza aveva appena finito di buttare il sacco che sentì una strana presenza alle sue spalle. Si voltò di scatto. Non c’eranessuno. Ma all’improvviso una mano le tappò la bocca, impedendole di urlare dallo spavento. “MMMH MMH MMMMH!” gli unici suoni che riusciva a produrre per richiamare l’attenzione di qualcuno nei paraggi per aiutarla. “Tiricordi di me?” Quella voce. Quella voce sentita molte volte. Anche troppe. Lisa riuscì a liberarsi dalla presa e si girò, vedendo l’ultima persona che avrebbe immaginato di vedere. Tyler. Tyler era davanti a lei con un ghigno malefico in viso e un coltello in mano. “Non ti aspettavi di vedermi qui, eh? Ti ho fatto una bella sorpresa?” La ragazza era paralizzata, non riusciva a formulare delle frasi di senso compiuto, così il giovane continuò il suo discorso. “Ti domanderai perché sono qui, giusto? Beh dovevo darti una lezione per avermi abbandonato di punto in bianco” sempre quel ghigno in viso. “Ti ricordi che me l’hai detto il giorno prima della tua partenza? Mh? Adesso, conoscendoti, mi avrai già dimenticato e ti sarai messa con un altro”. Lisa prese coraggio e parlò:”No, sono da sola e sì, se ti fa piacere saperlo sto avendo una bella vita qua ad Oxford”
Tyler, con il suo viso felino procurato dagli occhi fortemente a mandorla e i capelli neri e folti sudati per una presunta corsa, cambiò espressione. Dal ghigno a una rabbia mai vista. Lui, nella loro vita sentimentale, aveva ripetuto molte volte a Lisa che voleva essere la causa del suo sorriso e sentirle dire una cosa simile lo fece infuriare. Prese la povera ragazza per il collo con una mano e con l’altra, lasciando cadere il coltello per terra, ricominciò a tapparle la bocca per trattenere le urla di dolore che le stava provocando. Con i denti serrati, Tyler stava strangolando la sua ex ragazza nel piccolo vicolo a fianco al ristorante. Passando pochi minuti, che alla giovane parevano ore, svenne cadendo a terra,percependo come ultima cosa la risatina soddisfatta da parte del ragazzo di fronte a lei. Della luce. Della luce proveniente da un lampione. Forse il lampione del piccolo vicolo dove la ragazza si trovava pochi secondi fa. Secondi? No, forse minuti se non ore. Con gli occhi come se si fossero aperti dopo un lungo sonno, Lisa non vedeva benissimo. Era accasciata sulla parete dell’edificio dove lavorava ogni sera, e sentì un piccologridolino. Alzò lo sguardo, riacquistò la vista e notò due figure: una era certamente Tyler e l’altra non ne aveva la minima idea. Anche se si trovavano a pochi metri di distanza da lei, ancora un po’ stordita dal risveglio, non riusciva asentire il loro discorso. All’improvviso la figura misteriosa raccolse il coltello caduto poco prima e infilzò il giovane,facendolo cadere con un gemito. L’arma ricadde con uno schianto sul suolo. Per essere sicuro di averlo veramente ucciso gli diede dei calci spaccandogli il naso, che cominciò poco dopo a sanguinare. L’ ombra, appena si accorse che la ragazza si era risvegliata, scappò su una macchina nera come la notte stessa e fuggì veloce con una sgommata. Lisa non era ancora del tutto cosciente della scena a cui aveva assistito e quindi cercò di analizzare la situazione: Tyler era arrivato all’improvviso e l’aveva fatta svenire; quando aprì gli occhi vide una sagoma nera ammazzare il ragazzo e fuggire su una macchina. In preda al panico e alla confusione scappò immediatamente acasa.
“Mamma! Mamma!” urlò la giovane appena aperta la porta dell’appartamento. “Che succede?” Anche la mamma era sorpresa di vedere la propria figlia a casa un’ora prima dell’orario definito. “Calmati e respira” infatti Lisa aveva il respiro affannato. “Siediti e raccontami tutto” aggiunge la donna. “NO! Non c’è tempo per spiegare! Vieni, è successauna cosa orribile! Te ne parlo mentre andiamo!” Salirono sulla macchina e con le indicazioni della giovane arrivarono al luogo del delitto. La madre Amelia si spaventò alla vista del cadavere del ragazzo accanto al cassone dell’immondizia. “Che facciamo? Lo andiamo a dire alla polizia?” La madre negò velocemente con il capo. “No! Potresti finire nei pasticci perché c’eri solo tu qua e da come mi hai raccontato, non sai dire chi è l’assassino” La ragazza ci ragionó su, e pensò che questasituazione sarebbe stata molto probabile. “Dobbiamo nasconderlo allora!” Esclamò poco dopo Lisa. E provarono a prenderlo in braccio. La più giovane afferrava i piedi e la madre le braccia. Passo dopo passo dopo passo, non riuscirono ad andare avanti e il corpo ricadde per terra con un leggero tonfo, proprio di fronte all’entrata di servizio ancora spalancata. Tyler era un ragazzo di 27 anni e Lisa e Amelia non riuscivano a portarlo molto lontano perché era abbastanza pesante. Stremate perché indecise sul da farsi, entrambe alzarono lo sguardo dentro alla piccolina porticina. Lì c’era unfrigorifero. Un frigorifero che guarda caso era rimasto vuoto per tutto quel tempo. E inoltre poteva contenere un essere umano. “Tesoro, dobbiamo riuscire a metterlo almeno lì dentro. Così domani mattina torniamo qui, prima dell’orario di lavoro, e lo nascondiamo in un posto più appartato. Oppure durante il sonno ci verrà un’idea migliore. Adesso sono stanchissima, non ho né voglia né forza di trovare un posto, per di più al buio,  dove metterlo.” Amelia aveva ricominciato a parlare e la figlia fece come le fu detto. Lo misero nel frigorifero e spensero tutte le luci. Sarebbero tornate il giorno dopo. Il prima possibile. Lisa si svegliò nel suo letto a causa di sua mamma che le stava urlando frasi simili a “vieni giù!!”, “siamo in ritardo!” e“ti ricordi cosa è successo ieri?!”. La ragazza cominciò a riflettere sull’ultima frase…cosa era successo il giornoprecedente? E dopo essersi posta questa domanda si ricordó dell’accaduto con Tyler e corse in macchina aspettando la madre, alle prime luci dell’alba.  Amelia cominciò a schiacciare l’acceleratore in un modo mai fatto in precedenza efinalmente arrivarono al ristorante…
La giovane ragazza prese le chiavi e spalancò la porta, intenta a fare tutto più velocemente possibile. La madre lecorreva dietro. Ora erano davanti al frigo. Lisa aveva paura di aprirlo, quindi si chiuse gli occhi. Prese la maniglia in mano e…aprì il frigorifero. Le due donne spalancarono gli occhi e avevano un’espressione impanicata. Molto impanicata e preoccupata. Il frigo…era completamente vuoto. Si posero mille domande: dov’era finito? Cosa era successo? Lo chef Jake l’aveva trovato prima di loro? O era proprio lo chef il colpevole e aveva fatto sparire le tracce? Dopo essersi fatte molte di queste domande senza risposta la porta principale del ristorante si spalancò. Era Jake cheera arrivato un po’ prima del solito. “Che ci fa questa signora qui prima dell’orario di apertura?” La ragazza andò nel panico. “Stia tranquillo. Sono sua madre e l’ho accompagnata qui in macchina, e ci teneva a farmi vedere il posto in cui lavora” risposa Amelia, in tono acido. Il proprietario dell’edificio fece uscire la donna e la giornata lavorativa, la quale la giovane doveva prendere il posto di un suo collega malato, cominciò come al solito. O forse no. Lo chef era tranquillo e sgarbato, come sempre. Era Lisa ad essere diversa: era tesa e continuava a guardare Jake consguardo spaventato, perché ripensandoci su, lui aveva tutte le carte giuste per essere stato l’assassino o aver trovato il corpo scomparso. Finito il turno, la ragazza prese le sue cose e uscì dalla porta salutando lo chef. Mentre si stava girando per uscire, si scontrò con una ragazza vestita da…poliziotta!
“Oh cavolo! E adesso come faccio!? Mi avranno scoperto in qualche modo a nascondere il corpo nel ristorante!!” pensava, mentre faceva un sorriso sforzato agli agenti di fronte a lei. “Buongiorno. Siamo l’agente Williams e l’agente Johnson. Possiamo entrare?” Jake li fece accomodare e nel frattempochiuse il locale. “Ieri sera alle 23:30 un uomo, il signor Harry Robinson per la precisione, stava passeggiando con il suo cane qui vicino. ad un certo punto però, l’animale ha cominciato a correre verso il vostro vicolo qui a fianco e l’uomo ha notato unapersona sdraiata. All’inizio pensava stesse male, ma poi ha visto che era un cadavere. Subito dopo ci ha chiamati, maquando siamo arrivati non c’era traccia di nessun corpo, solo numerose macchie di sangue e segni di colluttazione.Questo è quello che ci ha raccontato il signor Smith. Sentendo questa versione dei fatti abbiamo anche chiesto apersone che abitano qui vicino per sicurezza, ad esempio al signor e alla signora Wilson, che hanno saputo rispondere con delle informazioni preziose. Hanno affermato di aver visto dal loro balcone una certa signorina di nome Lisa Govoni scappare fuori dal vicolo poco dopo un urlo. Non possono essersi sbagliati, perchè hanno detto di conoscere di persona questa ragazza. Siamo qui perinterrogarvi perché non avendo trovato alcun cadavere e sapendo che qualcuno che lavora qui era presente la scorsanotte, vorremmo sapere la vostra versione dei fatti ” e qui la giovane agente Williams si fermò, lasciando la parola aJake.
“Le giuro che non ne sapevo nulla, inoltre alle 23:30 io ho lasciato in custodia il ristorante alla mia collega, appunto, Lisa Govoni e non c’erano altri dipendenti con lei” affermando questo, indicò con la mano la ragazza alla sua destra. Tutti si voltarono verso di lei e la ragazza cominciò a rispondere tremolante:”Si, ecco, io..cioè io…si ero da sola e stavo finendo il mio turno di lavoro, poi non so perchè qualcuno mi ha colpito. Ho perso i sensi, non so per quanto,ma so solo che quando ho riaperto gli occhi ho visto una figura scappare dal cadavere di Tyler” disse Lisa. Ma a quel punto il poliziotto, insospettito, chiese: “Come fai a sapere che si chiamaTyler? Non l’abbiamo mai nominato”. Proprio in quel momento l’agente Williams si accorse di uno strano segno sul collo della ragazza. E domandò: “Come ti sei fatta quei segni sul collo?”.
Lisa era nei guai. I sospetti erano caduti su di lei. Lei non era una delinquente ed infatti si fece prendere dal panico einiziò a piangere. Purtroppo questo sembrò ai poliziotti una sorta di confessione e dissero:”Signorina, ci deve seguire per degli accertamenti” Ma poco prima di salire sulla macchina, l’agente Johnson esclamò: “Aspetta un momento! Voglio capirci di più in questa storia. Tu vai con la sospettata in caserma. io invece rimarrò qua per vedere se ci è sfuggito qualcosa” e detto questo si diresse verso il vicolo, in cerca di un dettaglio che potesse confermare i sospetti. La prima cosa che notò è che la stradina, nonostante i graffiti, era molto pulita e ordinata. Lisa faceva proprio un buon lavoro. Percorse la piccola via fino alla fine e in effetti i signori Wilson non avevano una visuale su tutto il vicolo masoltanto sull’uscita, da dove si poteva chiaramente riconoscere il viso di una persona. Quindi i Wilson non potevanoessersi sbagliati. Ritornò sul luogo dell’ ipotetico delitto e guardando attentamente le macchie di sangue rimaste la seraprima notò quella che era certamente un’impronta di un cane. A giudicare dalle dimensioni potrebbe essere compatibilecon la taglia del cane del signor Robinson e questo dimostrava che anche lui diceva la verità. Fece alcune fotografieall’impronta così per poterla misurare in ufficio e chinandosi per cercare una migliore inquadratura, notò alcuni pezzidi vetro rotti che erano strani nel vicolo in ordine. Andò per raccoglierne uno per capire da dove venissero: erano coccidi una bottiglia di vino, ma solo alcuni. Il resto della bottiglia dov’era? Per capirci meglio, l’agente Johnson si guardò in giro alla ricerca del collo di una bottiglia, che trovò poco dopo sotto un cassone dell’immondizia. D’istinto pensò di raccoglierlo per guardarlo meglio perché sembrava ricoperto di sangue, ma per fortuna si fermò, estrasse un fazzoletto dalla tasca per prenderlo senza contaminare eventuali impronte digitali. Quello che c’era sulla parte affilata era certamente sangue. Nel frattempo, alla stazione di polizia, l’agente Williams stava cercando di fare delle domande a Lisa, che però opponeva resistenza e rimase muta per tutto l’interrogatorio, a causa forse dell’ansia e della paura. A prescindere se fosse la colpevole o meno le presero le impronte digitali e proprio in quel momento arrivò in caserma l’agente Johnson con una busta in mano contenente una…bottiglia? Forse l’arma del delitto? Da tutt’altra parte, la madre Amelia, stava aspettando a casa sua figlia che però non essendo ancora arrivata iniziò apreoccuparsi. Cominciò ad indirizzarsi verso il ristorante, per sapere se lo chef Jake l’ aveva trattenuta più del dovuto. Appena arrivata, fu proprio lo chef Jake a raccontarle cosa fosse successo. La madre fu presa dal panico e sconvolta scoppiò a piangere. Nonostante Jake fosse anche lui molto dispiaciuto trovò la reazione della madre esagerata madecise comunque di accompagnarla alla stazione della polizia. Lì, la situazione per Lisa stava precipitando. Il suo ostinato silenzio non faceva altro che peggiorare la sua posizione.Per i due poliziotti la ragazza era colpevole: le prove e le testimonianze erano contro di lei. Non passò molto che arrivarono i risultati del laboratorio dell’analisi della bottiglia. Era sporca dello stesso sangue delle macchie sulla strada ed era piena di impronte digitali, che però appartenevano ad un’unica persona: le impronte però non erano quelle di Lisa. Questo era strano perché era lei l’addetta allo smaltimento delle bottiglie e se ci dovevano essere delle impronte dovevano essere le sue. Di chi erano quindi quelle impronte?Proprio in quel momento si sentì arrivare il rumoroso furgoncino dello chef, dal quale scese di corsa la madredisperata. Entrarono immediatamente chiedendo spiegazioni al tenente Johnson, il quale non ebbe problemi a raccontare tutta la situazione, confessando anche di non capire come mai sulla bottiglia che era evidentemente l’arma del delitto non ci fossero le impronte di Lisa. Fu lo chef a rispondere dicendo che Lisa era obbligata ad indossare deiguanti quando svolgeva i lavori nel vicolo, soprattutto se aveva a che fare con la spazzatura e vetri. La madre non riusciva a dire nemmeno una parola, continuava a singhiozzare e l’unica cosa che disse fu per chiedere un bicchiere d’acqua. Johnson trovò strano che la madre a parte quello non avesse nulla da dire o da chiedere, ma sul momento non gli diede importanza. A quel punto la poliziotta Williams invitò la madre e lo chef ad andarsene e che li avrebbero aggiornati al più presto e li spinse verso l’uscita. Johnson invece era rimasto seduto alla sua scrivania,continuando a chiedersi tra sé e sé di chi potessero essere quelle dannate impronte. Il comportamento della signora Amelia lo aveva lasciato perplesso e fu fissando il bicchiere d’acqua sul tavolo che si accorse di una vistosa impronta lasciata dalla madre. Fu il suo intuito da poliziotto che lo spinse a spedire il bicchiere in laboratorio. L’indomani i risultati del laboratorio era già arrivati in caserma. Johnson, vedendo la busta la aprì e il suo sesto senso aveva fatto centro. le impronte digitali sull’arma del delitto erano proprio della madre di Lisa. Johnson mandò subito l’agente Williams a liberare Lisa dalla cella, mentre lui con l’auto di pattuglia a sirene spiegate si precipitò verso la casa di Amelia. Lì, trovò la madre sulla porta e appena il poliziotto le andò incontro per arrestarla, lei porgendo i polsi in avanti disse: “Sono stata io!”
Più tardi in caserma raccontò tutta la verità.

“Era mercoledì, le 23:10 circa, ed io stavo tornando dal lavoro molto stanca, con la nostra automobile nera. Facevola solita strada, ovvero quella che passa davanti al ristorante dove lavora mia figlia per vedere se stesse facendo qualcosa in particolare. Quel giorno a quell’ora stava buttando l’immondizia nel vicolo a fianco all’edificio, ma vidi una sagoma nera che si stava avvicinando a lei e quindi per curiosità, parcheggiai lì vicino per vedere se era un suo collega. Quel volto l’avevo visto già numerose volte. Era Tyler, l’ex fidanzato di mia figlia, il quale mi stava antipatico perchè era molto possessivo nei confronti di Lisa. Scesi dall’automobile per andare a parlargli e chiedergli cosa voleva da lei, ma lui fu più veloce e cominciò a parlare con mia figlia e poco dopo iniziò a soffocarla con le mani. Dopo aver visto Lisa svenire, non riuscivo più a ragionare epresi la prima cosa che vidi, ovvero un coccio di bottiglia e infilzai il ragazzo. Notando che mia figlia stava riprendendo conoscenza, diedi altri due calci al cadavere e scappai sull’auto per arrivare a casa il prima possibile. Però agente, le giuro che non so dove sia il corpo.”
Dopo il lungo racconto della donna, i due agenti avevano risolto il caso: la madre era la colpevole, andò sotto processoe finì in carcere per tentato omicidio. Ma rimaneva un ultimo problema: dov’era la vittima? In tutt’altro luogo, Lisa stava tornando a casa con mille pensieri in testa e sconvolta dalla situazione: la sua vita eratotalmente cambiata in pochissimi giorni. Entrò nell’appartamento senza nemmeno accorgersi che la porta era aperta, era stata forzata. Attraversò la stanza incurante che la casa fosse a soqquadro. La sua attenzione era stata catturata da una sola cosa: un’enorme scritta rossa sul muro, era sangue. La parola che lesse le fece tremare le gambe: RITORNERÒ