IC MAJNO MILANO

Un percorso di lettura e scrittura del giallo entusiasmante e sorprendente con gli alunni  del IC Majno di Milano. I racconti che abbiamo scelto, tra quelli che ci sono arrivati in redazione, si sono distinti per originalità e messa in pratica di tutti gli elementi del genere giallo visti insieme, durante i laboratori.

Bianca Bonacina, Giovanna Caviglia, Francesca Merlano, Gabriele Santu – 2A

IL MATRIMONIO PERFETTO

“Sig. White!” … è arrivata posta per lei”, era il ragazzino che consegnava il giornale tutti i giorni.
“Buongiorno Edward”, salutò aprendo la porta, gli saltò all’occhio la piccola lettera d’argento che il postino gli porgeva. Lucas White era una persona estroversa, cordiale e paziente, tuttavia si trattenne a stento da sbattere la porta in faccia a quel ragazzino invadente, soprattutto quando disse: “Sa…questa lettera ha percorso molte miglia…oggi è una giornata particolarmente uggiosa”.
“Senti ragazzino, tieni i tuoi quattro denari e sparisci”.
“Ma…”  il commento fu subito fermato dall’espressione seccata del detective White. Il ragazzo allora capì, si accontentò dei suoi quattro denari e tornò rassegnato alla sua bici. Lucas si accomodò sulla poltrona di pelle, aprì la lettera e iniziò a leggerla: “Caro Lucas, siamo lieti di invitarti alle nostre nozze il 13 giugno nel giardino privato“dei ciliegi” (NY) alle ore 10.00. Tutti i presenti saranno sistemati nelle rispettive stanze dell’hotel Imperial. cordiali saluti, Rose e Min-ho Nak”.
Tre mesi dopo Lucas era in taxi diretto al giardino. Quando arrivò, trovò già tutti gli invitati lì, erano circa una trentina di persone. Lucas si affrettò a sedersi. Entrò la sposa. L’abito di seta risplendeva sul volto stupito degli invitati, si potevano intravedere i ricami di pizzo sul corsetto. Alla fine della cerimonia notò una ragazza di bell’aspetto con occhi umidi e rossi puntati sulla coppia. Il risveglio all’hotel fu traumatico. Sentiva conati di vomito che salivano alla bocca. Aveva bevuto troppo. Udiva il suo nome rimbombare nella stanza: ”Sig. White, é morta la sposa!”
L’uomo lo trascinò dove era stato rinvenuto il corpo. Il cadavere era steso sul letto, aveva la bocca spalancata e un occhio socchiuso. Non aveva alcun segno di aggressione, ma solo un po’ di trucco sbavato. Lucas non esitò a occuparsi del caso e iniziò con gli interrogatori: Il primo fu il marito della sposa, ovvero Min-ho Nak: “Dove si trovava ieri sera dopo la festa sig. Nak?” domandò il detective; “Le sembra il momento?!” rispose con le lacrime agli occhi, “Lo so che perdere l’amore della propria vita è una cicatrice che non si può ricucire…Le porgo le mie condoglianze, tuttavia dobbiamo continuare”.
“Ero con la mia amata”.
“E’ sempre stato con sua moglie?” riprese Lucas freddo.
“No, stamattina alle sei sono sceso al buffet per circa trenta minuti,  sono tornato in camera e…Rose era così”.“Grazie mille, per caso ha notato qualcuno di sospetto che si aggirava nei paraggi?”
“No, nessuno” l’incessante pianto stava per ricominciare.
“Certo…” si sentiva la matita scorrere sul taccuino. “Aveva le chiavi della stanza con sé?” riprese inesorabile White, “quindi solo lei aveva le chiavi?”“Sì…certo, cosa sta insinuando?”“Sa, tutti qui potrebbero essere assassini e…” Min-ho scoccò uno sguardo penetrante che fece subito intendere. “Grazie mille, così è sufficiente.” “Grazie a lei”. Subito dopo si accomodarono nello studio i suoceri: la madre non sembrò aver nulla da dire, ma il padre al primo sguardo entrò immediatamente nella lista dei sospettati. “Buongiorno signore, mi permetto di farle qualche domanda: dov’era ieri sera?” “Nella mia stanza con mia moglie”. “Va bene, sa dirmi qualcosa sulla storia di suo figlio e Rose?” “Beh, mio figlio e Rose si conoscevano da appena sei mesi, un po’ avventato il matrimonio, per quanto mi riguarda. Per giunta  si sono conosciuti in una maniera a dir poco caotica…”Il Sig. Nak si poteva rivelare una fonte inestimabile, se solo non fosse stato  il principale sospettato.“Mi dica di più”.
“Tutto iniziò circa sette mesi fa, Min-ho era fidanzato con Scarlett Jonson. Una brava ragazza. Scarlett e Rose erano inseparabili, così Rose conobbe mio figlio e se ne innamorò perdutamente, fu così anche per mio figlio. Scarlett e Min-ho rimasero in buoni rapporti, ma Rose e Scarlett non proprio… personalmente la signorina Jonson era perfetta per mio figlio, ma purtroppo non l’ha portata all’altare.” “Grazie, può bastare così”. Dopo ciò Lucas si recò a fare colazione, nella sala non c’era molta gente, ma vide ancora la ragazza della sera prima sedersi a un tavolo appresso a quello del vedovo. Senza esitare andò a parlarle:
“Signorina tutto bene?”
“Benissimo”.
“Posso sedermi?”
“Certo”.
“L’ho vista ieri al matrimonio, è una parente della sposa?”
“No”.
“Dello sposo?”
“No, solo un amica”. Una signora di tante parole… pensò Lucas, “Capisco, come si chiama?” “Piacere, Scarlett Jonson” Gli occhi gli si spalancarono, il viso gli si illuminò: ecco due piste che si collegano! “E lei, per fare così tante domande, sarà il detective White, giusto?” “ Corretto. Ho visto come guarda lo sposo…” “Lei intenda come vuole, ma io non sono un’omicida.” “No…certamente, non volevo.” Si giustificò Lucas,” Mi tolgo dal disturbo”. Raggiunse rapidamente Min-ho per ritirare la lista degli invitati, in seguito si chiuse in stanza, ma non riusciva a leggere in pace: si sentivano due voci, erano Min-ho e l’altra era non meglio identificata: “E se lo scoprono?” “No tranquilla, andrà tutto bene”. “Ti amo, Min-ho Nak”. “Ti amo anche io, Scarlett Jonson”. Lucas era scioccato. Sentì un porta aprirsi, con l’aggiunta di una terza voce: “Voi due cosa state facendo?” “No papà, non è come sembra!” “Ho sentito tutto! Riferirò al detective!” Lucas rimase in silenzio per un minuto e poi uscì per continuare gli interrogatori e la perquisizione delle camere. Per salire all’ufficio dovette passare per la cucina, dove un cartello attirò la sua attenzione: Il buffet apre alle 7:00. Sarebbe andato a parlare con Min-ho subito dopo gli interrogatori, ma qualcosa lo fermò, una scoperta rivelatrice: un cuscino nascosto sotto il letto della stanza 23, pieno di trucco che era corrispondente a quello di Rose. Il cuscino era l’arma del delitto! Il detective si precipitò nella stanza numero 23 per denunciare il padre di Min-ho. Ma non ce ne fu bisogno. L’uomo era steso per terra, con la moglie che lo bagnava di lacrime. Lo avevano accoltellato. Da lì a poco Lucas chiamò tutti i presenti nella sala principale: “Signori scusate il disturbo, ma è giusto che a tutto questo si metta una fine, credo che dobbiate sapere la verità…partirei subito con il caso di Rose. Dalle mie fonti ho scoperto che i neo sposi non si conoscevano da neanche un anno, passiamo a Rose: era una donna di famiglia nobile, si intuiva dall’abito di seta, solo pochi se lo potrebbero permettere. Questo è stato confermato dalle numerose fabbriche intestate alla signora Rose, di cui, una volta morta la moglie, si sarebbe appropriato il marito. Però Min-ho ha anche un complice, o meglio una complice: Scarlett Jonson. Fu lei a far conoscere di proposito i due, per mettere in atto il suo piano. La maggior parte degli invitati svenne o iniziò a piangere.
“Poi c’è da dire che il signor Nak si è incastrato da solo con la sua falsa testimonianza: il buffet apre alle ore sette, non alle sei”. Lucas provò una certa soddisfazione a vedere le facce piene di ira di Scarlett e Min-ho.
“In quell’ora hanno ucciso Rose con un cuscino, perché nella stanza degli sposi un cuscino mancava all’appello, che poi fu ritrovato da me nella stanza dei suoceri, ovviamente per incastrare il padre. Devo ammettere che c’eravate quasi riusciti. Passiamo al caso del Signor Nak: prima dell’ora di pranzo sentii discutere i due amanti, interrotti dal padre che avendo sentito tutto li minacciò di raccontare tutto a me. Mi sembra ovvio che a ucciderlo sia stato il figlio, infatti nella stanza dove è avvenuto l’omicidio ho trovato un bottone della camicia di Min-ho. Coincide tutto perfettamente.” Il detective orgoglioso delle proprie conclusioni rivolse lo sguardo agli assassini, ma non li trovava. Nella sala si scatenò il panico. Il detective iniziò a seguire i fuggitivi, i quali scappavano con un auto, si allontanavano sempre di più. Sembrava che per una volta il grande detective White non sarebbe riuscito a risolvere il caso. I pensieri di sconfitta di Lucas furono interrotti da un rumore improvviso: l’automobile degli assassini si scontrò contro un masso e i due criminali morirono in seguito al terribile incidente, dopo il loro tentativo di sfuggire alla verità furono fermati dalla giustizia.

Giorgio Miccoli, Filippo Manna, Sheryl Zhao, Jessica Steir – 2G.

LA CADUTA MORTALE

A New York, in un quartiere benestante, viveva una donna con un patrimonio da invidiare, arricchitasi grazie all’azienda da lei fondata. Una donna alta, dai capelli di pece e dagli occhi di carbone. Era una donna perfida, annoiata dalla vita e attaccata ai soldi, qualità grazie alle quali aveva creato la propria fortuna. Fra lo sconcerto generale, venne trovata inerme sul marciapiede che conduceva al suo palazzo da milioni di dollari. Il caso venne assegnato all’investigatore Dave McCarthy, un uomo di mezza età, con corti capelli grigi come il cielo di quella giornata uggiosa nella grande metropoli. Le rughe sul suo volto mostravano in modo evidente la grande esperienza dell’uomo. Una massa di giornalisti inseguiva il poliziotto come uno sciame d’api, per accaparrarsi una notizia eclatante. McCarthy, snervato, ripeteva che non sapeva ancora niente: in ogni caso, non avrebbe potuto rivelare nessuna informazione. L’investigatore arrivò nell’area transennata dai poliziotti, seguito dal suo assistente, Mike Miller, un giovane ragazzo con capelli di un biondo tendente al castano e occhi vivaci, di un verde acceso. Un novellino inesperto, ma impaziente di imparare: seguiva l’investigatore come un’ombra, segnando tutto quello che faceva Dave su un piccolo taccuino che portava sempre appresso. Il corpo della facoltosa vittima era irriconoscibile, deformato dallo schianto. Non c’era molto da dedurre: l’unico indizio incontestabile era la caduta dalla finestra aperta del suo immenso appartamento. Dopo aver esaminato attentamente il corpo, l’investigatore Dave McCarthy salì le scale dell’alto palazzo. L’abitazione era a soqquadro: vetri rotti, sedie ribaltate, e frammenti di costosissimi vasi sul pavimento, ma soprattutto la voluminosa vetrata frantumata, dalla quale era caduta la vittima. In un angolo del salotto si notava il coniuge della donna: qualche lacrima scorreva sul suo volto pallido.
“Le mie più sincere condoglianze, Signor Walker. Le posso fare qualche domanda?” Gli chiese l’investigatore McCarthy. Il signor Tom Walker, il marito, era un uomo alto, dai capelli neri come il cappotto che rendeva la sua statura ancora più imponente. Era un uomo collaborativo e dotato di un ammirevole controllo delle proprie emozioni. “Certamente”, rispose. “Se non sbaglio, lei erediterà una grande somma di denaro, essendo morta sua moglie “. “Esatto, ma io con la morte di Charlotte non c’entro assolutamente nulla: quando è morta ero dall’avvocato Henry Wallace, per determinare i termini del divorzio “. L’investigatore sembrava credergli. “Posso chiederle perché stavate divorziando? ” “Semplicemente non ci amavamo più “.
In realtà Tom aveva speso parecchi soldi nel gioco d’azzardo, ma questo l’investigatore non poteva saperlo. “Charlotte aveva un ex marito? ” “Sì, una persona avida, insignificante prima di aver conosciuto mia moglie, un uomo furbo, così furbo e senza cuore che aveva divorziato appena gli era convenuto” spiegò il signor Walker. “Perfetto, la ringrazio per aver risposto a tutte le mie domande”. L’investigatore si alzò con aria riflessiva, come se stesse giocando a scacchi e pensando alla sua mossa successiva. Così contattarono l’ex marito della defunta, chiamandolo dal telefono di Charlotte. Tom si era dimostrato molto collaborativo, forse un po’ troppo, forse stava dando false informazioni per uscire dalla lista dei sospettati. Intanto l’investigatore ordinò a Mike di servirgli un tè caldo, riflettendo sul caso e sulle ultime informazioni apprese. Il secondo sospettato, l’ex marito, arrivò con un leggero anticipo. Era una persona vivace, senza segni particolari, tranne i suoi occhi di mare che entravano nel profondo e restavano lì. Dave iniziò a interrogarlo “Lei ne sa qualcosa del caso?” “Non ne so niente, e non lo voglio sapere” rispose sicuro. Da questo momento McCarthy iniziò a guardarlo in modo negativo.
“Ne è sicuro?”
“E comunque io in quel momento ero in banca, controlli le telecamere”. Mike guardò le telecamere e affermò che la vecchia fiamma di Charlotte non mentiva. Allora Mike chiese al marito “Avete una domestica?” Tom rispose: “Sì, si chiama Maria Diaz”. Maria era una giovane donna, dai capelli neri come la notte, e gli occhi di cielo. Era una ragazza versatile quanto maldestra, ma con un animo deciso e senza freni. “Mike, fa’ scortare la domestica in centrale “, ordinò Dave al suo assistente.
“Certamente, capo”, rispose Mike. La domestica venne portata nella sala degli interrogatori, dove Dave la aspettava in un angolo buio.
“Mi scusi, mi può spiegare cosa sta succedendo?” chiese la domestica, balbettando. Si trovavano nella sala degli interrogatori, una stanza chiusa senza finestre, con solo due sedie e un tavolo, pareti grigie che rendevano l’ambiente tetro, spettrale come se i sospettati, innocenti o colpevoli che fossero, una volta entrati fossero condannati a rimanere lì, vagando nell’aria ferma e pesante. Dave si sedette e, con aria minacciosa, scrutò gli occhi della sospettata: la donna si spaventò ancora di più, come un bambino lasciato solo davanti alla tv a guardare un film horror. Per Maria, il mostro di quel film era l’investigatore. Finalmente iniziò a parlare: “Signora Diaz, lei conosce Charlotte Laurent?” “Certo che conosco Charlotte, le è successo qualcosa?” chiese Maria con voce intimorita. “Ieri notte è stata assassinata: più precisamente, è stata fatta precipitare dalla finestra del suo appartamento, che lei conoscerà bene” Queste parole rimbombavano nella testa della giovane donna, facendole tornare in mente la sua adolescenza in Perù. La rivoluzione aveva costretto lei e la sua famiglia a scappare dal paese, ma, mentre erano in procinto di partire, gli oppressori avevano attaccato il loro piccolo villaggio e il fratello, colpito da un proiettile, le era morto tra le braccia. Il resto della sua famiglia aveva subito la stessa sorte: Maria era l’unica superstite. Con lacrime amare come il caffè che le avevano offerto per riprendersi dallo shock, era riuscita a raggiungere gli Stati Uniti d’America sana e salva, ma ancora terrorizzata e senza più una famiglia. Quel ricordo non le era mai uscito dalla mente, come se fosse scritto con un pennarello indelebile.
“Lei dov’era ieri notte?” “Ero a casa, tornata dal lavoro”. “Dalla signora Laurent. Dico bene?” L’investigatore aveva ragione e Maria era troppo sincera per mentirgli. “Dice bene, ma io non sono la colpevole”. “Questo lo dice lei, signora Diaz!” La fanciulla, spostando lo sguardo alla ricerca dell’aiuto del suo interlocutore, cercò supplichevole la complicità nei suoi occhi. “Ha mai commesso reati?” “In realtà…sì”. “In quale circostanza?” “Diversi mesi fa avevo bisogno di denaro perché non riuscivo a pagare l’affitto, dato che era notevolmente aumentato”. “Un motivo in più per commettere l’omicidio!” “Io ero a casa”, gli ripeté Maria con occhi da piccolo cerbiatto spaventato. “Ha qualcuno che lo possa confermare?”Un silenzio assordante risuonò nelle orecchie di tutti i presenti. “Io vivo da sola, in un piccolo bilocale”. “Può andare, ho terminato le domande”, disse l’investigatore. Maria si allontanò preoccupata. Quel giorno, e nei giorni seguenti, durante i momenti di confronto con i colleghi, Dave affermò diverse volte che la domestica era molto sospetta: a parer suo, aveva avuto diverse motivazioni per commettere l’omicidio. Secondo lui Charlotte aveva scoperto che Maria rubava, e minacciava di denunciarla alla polizia. Inoltre, era molto dura con lei, motivo per il quale la domestica avrebbe potuto serbarle rancore. McCarthy conosceva bene quel tipo di movente: aveva risolto casi del genere decine di volte. “Caso chiuso, Mike!” esclamò con entusiasmo. Mike era soddisfatto e appagato, come ogni volta che risolveva un caso, ma allo stesso tempo si sentiva triste e affranto per la signora Diaz, che a suo parere aveva un cuore buono, incapace di commettere un omicidio. Mike aveva notato che per quest’ultimo caso Dave era più ansioso del solito e aveva fretta di risolverlo; altre volte era stato calmo e attento a tutti i dettagli. Mike pensò che forse l’investigatore era sommerso da importanti impegni, ma era un professionista e non avrebbe mai chiuso un caso se non fosse stato estremamente sicuro. Quella sera c’era una festa al Distretto di polizia per il pensionamento di un collega, molto caro a McCarthy; Mike era vestito con il completo migliore che aveva: un bellissimo completo blu oltremare, abbinato a una classica camicia bianca e un papillon. La festa era ben organizzata, e l’atmosfera del distretto era stranamente accesa e colorata. La stanza era stata riempita da palloncini dai colori vivaci, come se fosse Capodanno. Tutti avevano portato qualcosa da mangiare o da bere: Dave avrebbe dovuto portare delle bevande, ma alla fine non si era presentato, lasciando tutti con la gola secca. Probabilmente era impegnato, oppure malato: nessuno lo sapeva. Mike era una persona riflessiva e che pensava sempre alla peggiore delle ipotesi. Non riusciva a togliersi dalla testa un pensiero: perché Charlotte ci aveva messo dei mesi prima di accorgersi dei furti di Maria? La faccenda non lo convinceva, perciò andò a controllare le telecamere del palazzo. Le immagini parevano confermare senza alcun dubbio l’ipotesi di Dave, perché mostravano Maria Diaz entrare nel palazzo prima del delitto e poi uscire di fretta dal grattacielo dopo la morte della vittima. Mike pensò di essere stato troppo diffidente; tuttavia, chiese la conferma alla guardia addetta alle telecamere. “Scusi, mi saprebbe dire che cosa è successo la notte in cui è morta Charlotte Laurent?” chiese il poliziotto alle prime armi. “Sa, mi vergogno molto, ma quella notte mi ero addormentato”, rispose la guardia. “Va bene, grazie lo stesso”, disse il giovane investigatore, con un filo di delusione. Così Mike si avviò verso il carcere, per interrogare ancora una volta Maria Diaz: qualcosa, in questa storia, continuava a non quadrare.
“Signora Diaz, volevo farle qualche domanda”, disse l’agente Mike. “Va bene…” rispose Maria in lacrime. “A che ora è uscita dal palazzo, il giorno del delitto?” chiese Mike. “Quel giorno sono uscita… intorno alle 22:30″, rispose insicura la detenuta. “Ok, mi sa dire che cos’ha fatto, dopo essere uscita dal lavoro?” chiese Mike, con aria comprensiva. “Mi sono riposata dalla giornata stancante: erano ore che aspettavo quel momento”, replicò Maria. Per Maria la sera era sacra, era l’unico momento per prendersi cura di sé. Nelle sere solitamente beveva una calda tisana e mangiava qualche snack, come se stesse masticando i suoi problemi. Infatti Maria veniva spesso rimproverata dalla signora Laurent per svariati motivi, ma soprattutto non riusciva a cancellare dalla mente i ricordi, anche drammatici, della sua vita in Perù. “Quindi lei afferma di non aver ucciso Charlotte, corretto?” chiese Mike Miller. L’ex domestica era affondata nel mare nero dei suoi pensieri. “Signora Diaz?” proseguì l’agente. “Scusi, qual era la domanda?” chiese incerta. “Lei ha ucciso Charlotte Laurent?” ripeté Mike. “Come ho detto l’altra volta: no, non sono la colpevole”, disse Maria, con uno sguardo sincero e impaurito. “Grazie per la collaborazione” ringraziò Mike, lasciando dietro di sé Maria in lacrime. Nella mente di Mike si era formato un groviglio di informazioni che non riusciva a districare. Quando non era sicuro su qualcosa era sua abitudine concedersi una bella dormita dopo la quale ricominciare a pensare più lucidamente: in effetti il suo metodo lo aiutava. Al risveglio gli venne effettivamente un’idea. Doveva andare a ricontrollare le telecamere.
“Ancora lei!” esclamò la guardia addetta all’osservazione delle telecamere.“Potrei guardare le telecamere del palazzo?” chiese cortesemente Mike. “Se proprio deve …” si lamentò la guardia. “Grazie mille”, ringraziò Mike. Così l’agente Mike passò ore chiuso in un piccolo stanzino cupo a osservare uno schermo dove erano registrati gli avvenimenti di quella fatidica notte. Sembrava tutto normale. L’unica anomalia era l’assenza di cinque minuti di registrazione, era come se qualcuno li avesse cancellati. Riguardando poi per l’ennesima volta il filmato, notò un altro piccolo particolare. Davanti al grattacielo c’era un supermercato, che chiudeva ogni giorno alle undici di sera, poco prima della morte di Charlotte Laurent. Fin qui filava tutto liscio. L’unica stranezza era che nel momento in cui la vittima era caduta, il negozio era chiuso, mentre quando Maria usciva dal palazzo era aperto. Come se qualcuno avesse invertito i due momenti. “Qualcuno, oltre a me, ha avuto accesso a queste registrazioni?” domandò l’agente. “Sì, ieri sera è venuto un poliziotto”. Mike si fermò stupito per un attimo. “Si ricorda il suo nome?” “Mi sembra che avesse un cognome irlandese”. Mike non poté non pensare al suo capo. “McCarthy, forse?” “Sì, sono sicuro, era lui!” rispose la guardia che si stava scervellando per ricordarsi il cognome. L’agente Mike trattenne il respiro per lo stupore. Poi pensò che probabilmente Dave era insicuro quanto lui e aveva avuto la sua stessa esigenza di controllare le registrazioni. Mike uscì dalla stanza senza fiatare, avvolto nei suoi pensieri: voleva ora andare a parlare con il commesso del supermercato di fronte. “Buongiorno”, salutò cordialmente il cassiere. “Salve”, rispose Mike. “Posso aiutarla?” chiese gentilmente. “Sì, faccio parte della polizia e volevo chiederle a che ora avete chiuso ieri”, chiese il poliziotto. “Come al solito, alle 23:00”. Mike notò la telecamera posta all’interno del negozio e chiese di poterla controllare. I filmati mostravano fatti che l’investigatore Mike non si sarebbe mai potuto immaginare: mostravano un pezzo di marciapiede, piccolo ma abbastanza ampio per lasciare intravedere chi usciva dal palazzo dove viveva la defunta Charlotte Laurent. Si vedeva chiaramente che Maria Diaz era uscita dall’appartamento prima dell’omicidio, e la cosa più sconcertante era il viso dell’investigatore McCarthy che entrava nel palazzo prima del crimine, e usciva di fretta poco dopo la caduta della donna. Mike si ricordò allora che il giorno della festa al Distretto, Dave non si era presentato: si era forse recato nel palazzo per modificare le registrazioni delle telecamere? Voleva vederci chiaro, e l’unico modo per farlo era parlare di persona con Dave. Mike si recò nell’abitazione del suo mentore, bussò, con la nascosta speranza che nessuno rispondesse. “Arrivo!” rispose una voce in lontananza, come affogata da un cuscino. Mike aspettò ansiosamente l’apertura della porta. Iniziò a pensare che forse essere andato lì da solo non fosse stata una buona idea, ma ormai era troppo tardi.“Mike! Che succede, ti vedo sconvolto. Vuoi entrare?” disse Dave, stupito.“Sì, grazie”, ringraziò Mike agitato. Entrò nella casa: era ordinata, ben arredata, formale e curata in ogni minimo dettaglio. “Posso offrirti qualcosa?” “No grazie, sono a posto”. “Volevi dirmi qualcosa?” “Vorrei ringraziarla per tutti i bei momenti passati insieme”. “Perché me lo dici? Non vuoi più essere la mia spalla?” “No, io non vorrei, ma …” “Sei stato promosso? Complimenti!” “In realtà…no, credo che Maria Diaz non sia la colpevole”. Dave mostrò una faccia sorpresa, ma Mike non capiva se era per la sua inaspettata affermazione o perché temeva di essere stato scoperto.“Cosa te lo fa pensare?” chiese Dave, interessato. “Ho controllato le telecamere del condominio”. Dave iniziò a sudare, le gocce d’angoscia che scendevano sul suo viso erano sempre più numerose, come se fossero attratte da un magnete.“E cos’hai visto?” “I filmati sono stati manomessi”. L’investigatore cominciò a rabbrividire nel caldo della stanza. “Hai scoperto chi è stato?” “Sì…il colpevole, è qui davanti a me”. Il battito di Dave si fermò per un tempo indefinito che sembrò interminabile. Iniziò a pensare a una scusa, ma invano… Mentire a Mike non sarebbe stato possibile e non voleva neanche: ormai da troppo tempo raccontava menzogne agli altri e a se stesso. Ma poi vide l’altra faccia della medaglia, accennò un sorriso, ce l’aveva fatta, il suo allievo era diventato il maestro. La bella sensazione sparì in quella centrifuga di sensi di colpa, rimorsi e tristezza: aveva dedicato tutta la vita a quel lavoro, aveva per anni incastrato assassini, e per la prima volta l’assassino era lui. Il suo viso non era né sconvolto né affranto, era come un uccellino che volava spensierato nella sua piccola gabbia e che aveva accettato la propria sorte. Era come se si fosse tolto un immenso macigno che portava sulla schiena. “Avevo bisogno di soldi per l’operazione al cuore di mia madre”. Dave iniziò a lacrimare: “Ho chiesto del denaro in prestito a Charlotte Laurent, mi avevano detto che quella donna prestava soldi a bassi interessi, a lei piaceva risolvere i propri affari a casa sua. Così, il giorno in cui dovevo restituirle la somma di denaro, mi recai nel suo lussuoso appartamento. Charlotte però voleva una somma maggiore rispetto a quella concordata all’inizio, e prese a minacciarmi: avrebbe fatto scoppiare uno scandalo, mi avrebbe rovinato la carriera. La rabbia mi sovrastò, e per puro istinto scaricai la mia ira contro di lei. Iniziammo a lottare, lei mi strattonò. Tra uno spintone e l’altro scivolò sul pavimento appena lavato e cadde dalla finestra aperta. Io non volevo farle del male, io non volevo ucciderla” Dave proseguì: “Sapevo che c’erano telecamere nel palazzo e sicuramente mi avevano visto entrare e uscire, ero nel panico, ma per mia fortuna sono… ero un poliziotto. Mentre eri alla festa sono andato a sabotare le telecamere: l’unico problema era che non c’era nessuno da incriminare. Per la disperazione, allora, ho usato come capro espiatorio la povera Maria Diaz, una ragazza senza un soldo, che non si poteva permettere un avvocato decente. Non rischiavo più niente. Era impossibile capire che ero entrato là dentro, ma tu ce l’hai fatta. Mi sento terribilmente in colpa per le orribili azioni che ho compiuto”. “La conosco bene io, e lei non è una cattiva persona”, disse Mike con un filo di voce. Dopo un lungo momento di silenzio, l’agente Mike Miller aprì uno spiraglio. “In realtà non ci sarebbero abbastanza prove per incriminarla. Inoltre, possiamo anche scagionare Maria: Charlotte potrebbe essersi suicidata”.“Mentire ancora non ha senso, sono pronto ad affrontare le conseguenze delle mie azioni”. Mike rimase scioccato, cercava le parole per convincere il suo capo a non costituirsi, ma vedendolo finalmente in pace con se stesso gli strinse la mano e gli disse addio.

Giulia Consagra, Benedetta Cioppa, Sveva Pasqua e Leda Pedretti – 2F

L’ALIBI DEL PASSERO MEDITERRANEO

Drin! La campanella suona, e tutti i ragazzi si fiondano fuori dall’aula. La professoressa Elena Mironella riesce giusto a dire: “La
prossima volta interrogo, quindi studiate i batteri e i protisti a pagina 62!” L’unico alunno che risponde è Vittorio Marini, patito di scienze,
un po’ lecchino. In questo momento, Elena desidera solo uscire da quella classe: la giornata è stata lunga e certe volte i ragazzi sanno
essere estenuanti. Si mette lo zaino in spalla ed esce in corridoio, schivando le folle di adolescenti che spingono e si accalcano per
uscire. Lei è d’accordo: quelle mura occasionalmente sembrano una prigione anche a lei. Non voleva certo finire a fare l’insegnante,
ma purtroppo la carriera da laboratorio è dura e non sempre funziona. Questi sono i pensieri che frullano nella testa di Elena mentre
percorre la strada verso casa. Quando sta per girare la chiave nella serratura nota una busta bianca, piccola, nascosta sotto la porta. Sarà passato il postino, pensa. La raccoglie ed entra in casa, curiosa di scoprire il contenuto di quella lettera misteriosa. Si siede sul divano e la scarta. È un invito ad un ritrovo con dei vecchi amici universitari, organizzato da Fernando Tornabuoni, un suo compagno del corso di ornitologia. Ah, bei tempi! Lei e Fernando condividevano u n amicizia speciale: i ricordi dei loro anni universitari passati insieme rischiano di f a r commuovere Elena, che però si ricompone abilmente. Rapidamente ricaccia dentro le lacrime e prende carta e penna. Bisognerà pur dare una risposta a Fernando! No, non ci si può sciogliere al primo ricordo dolce. Va di sopra, nella sua camera, per controllare quali abiti può indossare in quel pomeriggio di primavera. Si veste, si trucca e si acconcia i capelli. Nota in modo particolare quanto tempo è passato dall’ultima volta che si è curata in questo modo, e lo considera forse un po’ troppo. Prende le chiavi, la borsa e si mette delle belle scarpe  alte, le sue preferite. Non vorrà mica far pensare ai suoi vecchi amici che sia una noiosa signora cinquantenne, oh no! La casa di Fernando non è lontana, ma rischia di arrivare in ritardo se non si dà una mossa. Che emozione! La sua vita ultimamente si è resa così monotona, le ci vuole proprio qualcosa di intrigante ed emozionante. Il salotto di Fernando è intriso di una calma un po’ovattata, come solo i pomeriggi passati tra vecchie poltrone in pelle e libri polverosi possono offrire. La luce dorata del tramonto primaverile filtra dalle tende pesanti, tingendo tutto di una tonalità calda e intima. Fernando, in piedi accanto alla finestra, scruta il cielo fuori, come s e volesse cogliere in anticipo la direzione del vento per la prossima migrazione dei suoi amatissimi uccelli. Le sue dita lunghe e callose per la scrittura e il disegno sorreggono un bicchiere di vino rosso, mentre gli altri amici chiacchierano rilassati. Nella sala ci sono solo i pochi amici che lo studioso ha: Carlo Blus, uno scrittore; Giannina Moreschi, una professoressa di italiano; infine Anna Bianchi, una prof. di fisica con una ossessione per il profumo. Anna ne mette forse un po’ troppo, m a agli amici non importa perché il suo preferito è alla lavanda, per cui l’effetto rimane gradevole. Quello che sta indossando oggi gliel’ha regalato Elena lo scorso Natale. Dopo qualche minuto, Fernando si volta verso di loro, il suo volto segnato da un sorriso che denota la passione per l’ornitologia che lo accompagna ogni giorno dai tempi dell’università. Non c’è bisogno di
preamboli: “Amici” dice, rompendo il flusso di conversazioni più leggere, “Volevo invitarvi al congresso. Il congresso degli ornitologi, intendo. Lo tengo ogni anno, e quest’anno, devo dire, sarà davvero speciale.” Un silenzio curioso cade sul gruppo. Tutti conoscono la passione di Fernando per l’ornitologia, una passione che va oltre il lavoro, ma non tutti hanno avuto l’occasione di partecipare ad una sua conferenza. Non che sia un evento esclusivo o elitario, ma Fernando, in qualche modo, riesce a trasmettere una certa sacralità a tutto ciò che fa. Elena, che dopo anni ricorda ancora i discorsi sugli uccelli come se fossero protagonisti di romanzi epici, si gratta la nuca con u n sorriso scettico. “Un congresso sugli uccelli, Fernando? Sei sicuro che il mondo sia pronto per un altro dei tuoi racconti sui passeri migratori?” L’uomo ride di gusto, ma il suo sorriso non perde intensità. “Oh, ma non sarà solo un racconto. Quest’anno
presenterò i risultati di u n o studio c h e h o condotto sui passeri del Mediterraneo. Le loro abitudini migratorie, il modo in cui il cambiamento climatico ha iniziato a influenzarle… è affascinante. E ci saranno anche altre ricerche, discussioni stimolanti su comportamenti insoliti, strategie di sopravvivenza. Voglio che partecipiate. Voi, amici miei, che siete sempre stati spettatori passivi della mia passione, avrete finalmente la possibilità di entrare in questo mondo.” Carlo Blus, il più pragmatico del gruppo, guarda
improvvisamente con un’aria riflessiva il suo bicchiere, come se stesse ponderando il tutto. “Capisco… ma che cosa dobbiamo fare, Fernando? Non siamo certo tutti esperti di uccelli.” “Ah!» risponde lui, con gli occhi che brillano entusiasti. “Non è necessario essere esperti. Il congresso non è solo per gli ornitologi, ma per tutti quelli che sono curiosi. Avrete l’opportunità di ascoltare, di entrare in contatto con ricercatori provenienti da tutto il mondo, di scoprire come la scienza può essere, al tempo stesso, tecnica e meravigliosa. accidentalmente sbattuto contro Anna, che stava chiaramente andando di corsa. Inizialmente, prima che si voltasse, Elena pensava di
aver urtato uno sconosciuto: la sua corporatura massiccia e muscolosa fa pensare istintivamente ad un uomo. Per questo non crede sarebbe stato un problema per lei indossare dei vestiti da uomo e spacciarsi tranquillamente come Fernando Tornabuoni, ornitologo di successo. Inoltre, nella lettera anonima a l commissario lei é l’unica p e r s o n a c h e n o n viene nominata, nonostante a n c h e lei f o s s e presente al ritrovo prima del convegno. Infine, quando è entrata in classe quella mattina, ha trovato la scrittura di Anna sulla lavagna e ha notato che era molto simile a quella del biglietto trovato nella tasca del gilet di Fernando. “Non vi sembrano un po’ strane tutte queste coincidenze così ravvicinate?” Fernando e Carlo sono a bocca aperta, ma non trovano nulla da obbiettare. Le sue considerazioni non fanno una piega, sono perfettamente logiche: solamente Elena ci avrebbe potuto pensare, facendo attenzione anche ai più minimi particolari di ogni cosa. Aleggia però un dubbio sulla stanza: qual’è il movente di Anna? Perché dovrebbe mai fare una cosa simile? “Chiediamoglielo di persona, no?” li provoca Elena. Tutti prendono i cappotti e corrono verso la porta. Salgono sulla metropolitana, sull’autobus e infine s u u n tram. Anna abita n e i quartieri più periferici e d e v e prendere b e n tre mezzi pubblici ogni giorno, due volte al giorno. Quando la padrona di casa apre la porta, sorride contenta. Quando però vede Fernando, la sua espressione cambia: il sorriso diventa meno spontaneo e chiaramente forzato. “Fernandoooo… meno male che stai bene! Eravamo così preoccupati.” dice nel modo più finto della storia. Li fa entrare nel suo modesto appartamento, che è in uno stato di disordine assoluto. Anna si scusa, capo basso, non pensava che sarebbero passati, confessa. Parlano qualche minuto, poi Elena si fa avanti e dice:
“Anna, cara, abbiamo scoperto tutto. Prima di andarti a denunciare in commissariato vorremmo sapere le ragioni per cui hai compiuto un atto simile. Avanti, siamo tutti orecchie.” Anna la guarda schifata, e poi parla. Ogni traccia della giovane donna dolce e gentile che esisteva fino a poco prima svanisce. “Fernando, ricordi il mio esame di laurea?” Fernando scuote la testa, desolato. “Immaginavo, sai. Ecco, io non sono mai andata male ad un esame, non ho mai saltato una lezione o una conferenza, studiavo tantissimo e ho preparato questa tesi complessissima piena di ricerca e di sforzo. lo non ho fatto una parte della vita universitaria. Non sono mai andata ad una festa, non ho mai bevuto un goccio di alcolici, non avevo un fidanzato, i miei unici amici erano i volumi della biblioteca. Stavo sola in casa a studiare, tutto il tempo. Finalmente, dopo mesi di impegno e di preparazione, ho sostenuto l’esame per laurearmi. Tutti i professori erano già pronti a consegnarmi la laurea ma TU hai dichiarato che alla mia tesi mancava passione. Ovviamente, eri un membro influente nel corpo docente e sei stato ascoltato. Ho dovuto ridare quegli ultimi esami e ho perso sei mesi che potevo passare in un laboratorio a formarmi.” Si alza in piedi, prendendo colore e animo. “Il mio obbiettivo non è mai stato quello di ucciderti, assolutamente, ma volevo dimostrare che tu avevi sbagliato a non avere mai avuto fiducia in me. Solo questo. Professoressa Mironella, prova a darmi torto! Dimmi s e ho torto. Tu eri lì il giorno della mia mancata laurea, hai sentito la presentazione della mia tesi!” Elena si alza a sua volta. Sicura, severa ed elegante. Con un tono pulito e netto, che non permette repliche, le ordina di sedersi. Prende la borsa e il cappotto, fa un cenno ai due uomini e si avvia verso la porta. Fa uscire Fernando e Carlo, poi lancia un’ultima occhiata ad Anna, spaventosamente gelida. Esce, e la porta fa un suono preciso, come lei. La giovane donna, rimasta sola nella stanza, collassa
sulla sedia, percossa da singhiozzi violenti. La mattina dopo, due poliziotti e il commissario ripercorrono quella lunga via: salgono sulla metro, poi sull’autobus e infine s u un tram. Quando raggiungono il piccolo appartamento della delinquente, lei li sta gia attendendo. Ha preparato una moka di caffè per gli agenti e porge le mani al commissario, che le ammanetta velocemente. Anche Elena assiste alla scena, silenziosa. Mentre i due poliziotti accompagnano Anna alla stazione di polizia, il commissario parla con Elena. “Se per caso hai apprezzato il ruolo di detective non
autorizzata, forse può interessarti una posizione nella nostra unità investigativa. Sarebbe interessante lavorare insieme, Mironella.”
Elena sorride. Il commissario la saluta e si avvia verso i suoi colleghi. La Mironella guarda il cielo, pensando alla nuova vita che la
aspetta. Si incammina, veloce. D e v e assolutamente farlo sapere a Carlo e a Fernando!