ISTITUTO COMPRENSIVO DI SPRESIANO

Un percorso intorno al genere giallo, dalla lettura alla scrittura.
E’ quello fatto dalle classi seconde del plesso Lovarini del IC Spresiano (TV) e del plesso Corazzin di Arcade (TV)

I racconti dei ragazzi e delle ragazze meritano tutti i nostri complimenti ma questi sono quelli che desideriamo segnalare:

Giulia Segna
2B – Plesso Lovarini, Spresiano

Assassinio sotto la croce

Mi chiamarono una piovosa sera di ottobre.
– Sì, pronto? – risposi.
– Buonasera investigatrice Girardi, abbiamo un caso per lei – disse il maresciallo Ribon, capo della polizia della città in cui vivevo. Sapevo che era lui perchè avevo riconosciuto la sua voce.
– Caro Andrea, che piacere sentirla, di cosa si tratta? – chiesi.
Mi stavo già infilando il cappotto e i miei soliti tacchi a spillo sapendo che mi avrebbe voluta sulla scena del crimine o in centrale di lì a poco.
– Un omicidio: l’omicidio di don Giancarlo, il parroco della sua parrocchia, ha presente?
– Sì, lo conoscevo di vista. Sa, io non sono molto praticante – ammisi.
Continuammo per poco, giusto due chiacchiere di circostanza, poi mi chiese di raggiungerlo sulla scena del crimine dove mi avrebbe spiegato tutto.
Arrivai sul posto, una chiesetta buia e malconcia, che pareva sconsacrata. Con un sigaro in mano, il maresciallo mi aspettava al portone della chiesetta.
– Eccola qui. Adesso le posso spiegare la situazione faccia a faccia – mi disse l’uomo.
– Certo, dica pure.
– Mezz’ora fa è arrivata una ragazza disperata, in lacrime, zuppa di acqua e ricoperta di sangue. Ci ha soltanto detto che aveva trovato il prete morto dentro la chiesetta. Non le abbiamo fatto tante domande. Sembra ancora molto scossa – mi spiegò Andrea.
– Capisco, la interrogherò io appena avrò finito qui. Posso entrare? – domandai.
Il maresciallo annuì e, una volta spento il sigaro, entrò anche lui.
– Il cadavere è di qua – e mi accompagnò in una stanzetta comunicante con la chiesa in quello che sembrava essere l’ufficio di don Giancarlo.
A terra, sul tappeto, c’era il cadavere: un uomo sulla settantina, con i capelli bianchi, vestito con una tunica bianca e con gli occhiali da vista. Il poveruomo era immerso in una chiazza di sangue e stringeva nella mano un tagliacarte insanguinato. Gli occhi chiusi, pallido ed esanime, particolarmente magro. Cercai qualche prova, ma oltre al tagliacarte, non c’era nulla di rilevante.
–  Molto bene maresciallo, io direi di procedere così: lei chiama i suoi uomini a delimitare l’area e a portare via il corpo mentre io chiamo un mio vecchio amico medico legale, che sono certa esaminerà il cadavere a regola d’arte – proposi io.
–  Certamente Marina –
Andai fuori dalla chiesa per chiamare Mattia Scarpa, un caro amico.
– Ciao Marina, è da tanto che non ci sentiamo! Come stai? – esordì lui con la sua vocina acuta e squillante.
Era un tipo un po’ strano, Mattia.
Indossava sempre sandali Birkenstock incurante del tempo metereologico. Ma, diversamente dai piedi, teneva sempre le mani al caldo, infilate estate e inverno in caldi guanti di pelle.
– Ciao Mattia, tutto bene. A te come va il lavoro? – chiesi, contenta di risentirlo.
Mi disse che andava alla grande e mi raccontò di un caso assurdo a cui aveva lavorato recentemente. – Wow, che storia pazzesca! Comunque, in realtà io ti cercavo per chiederti una cosa: mi servirebbe che qualcuno facesse un’autopsia da manuale su un cadavere rinvenuto oggi e chi, se non tu, mi potrebbe aiutare?
– Ma certo, fallo portare qui. Entro due o tre giorni dovrei avere un quadro completo della situazione. – Grazie mille amico mio – lo salutai e lo ringraziai di nuovo.
Andai dal maresciallo a spiegargli che avrebbero dovuto portare il corpo allo studio di Mattia. Salii in macchina e mi diressi verso la stazione di polizia. Quando arrivai la prima cosa che chiesi fu di poter interrogare la ragazza che aveva rinvenuto il corpo. Nel frattempo i genitori della giovane malcapitata erano arrivati al commissariato.
– Buonasera signori, io sono la detective Girardi – mi presentai.
– Buonasera, lieti di conoscerla. Immagino voglia interrogare nostra figlia – mi rispose il padre.
– Esatto, credete sia opportuno?
–  Sì, non si preoccupi, lei si è ripresa.
–  Bene, grazie.Mi avvicinai alla ragazza che si trovava un po’ più in là a parlare con un poliziotto.
–  Presto una detective ti dovrebbe interrogare…oh, è arrivata – disse il poliziotto.
–  Ciao tesoro, come ti chiami? Intanto seguimi, andiamo in sala interrogatori – le suggerii.
–  Io mi chiamo Giada, e lei? – mi rispose la giovane.
–  Il mio nome è Girardi, Marina Girardi, sono la detective che si occuperà di questo caso – mi presentai. Ci sedemmo una di fronte all’altra.
– Non ti ruberò molto tempo, immagino tu sia molto provata. Ti farò solo qualche domanda.
– Va bene – mi rispose.
– Spiegami a parole tue cosa è successo – le chiesi.
– Stavo andando a pregare quando ho sentito un urlo molto forte provenire dall’interno della chiesa, così sono corsa a vedere cosa fosse successo. Non vedevo nessuno quindi ho cercato anche nella stanza adiacente e quando sono entrata l’ho visto. – mi spiegò. Vedevo che nei suoi occhi c’era tristezza. – Ho provato a salvarlo ma… non ci sono riuscita. Sono allora corsa alla stazione di polizia dal momento che non avevo un cellulare con cui chiamare aiuto. Tutto qui – finì di raccontare Giada.
– Grazie mille. Hai visto qualcuno? Magari che stava scappando?
– No, non ho visto nessuno, ma ho sentito un rumore lieve alle mie spalle, ora che ricordo – mi disse. – Ho capito. Hai visto il prete triste in questo ultimo periodo? – le domandai. Mi spiegò che lei andava in chiesa spesso e non aveva visto alcun cambiamento nel prete. Le chiesi se sapesse qualcos’altro che mi poteva essere utile e lei mi disse che recentemente aveva scoperto che il prete teneva un diario dove scriveva ogni giorno da un anno. La ringraziai e la lasciai andare. Non esitai e andai immediatamente alla canonica a cercare il diario. Per entrare trovai la chiave di scorta sotto un vaso all’entrata. Prevedibile. Una volta dentro vidi parecchi santini appesi alle pareti. Cercai qualsiasi tipo di indizio oltre al diario, ma non trovai nulla. Mi stavo per arrendere quando… lo trovai! Ero certa che questo diario mi avrebbe aiutato molto. In macchina per tornare a casa pensai che non mi convinceva l’ipotesi del suicidio per diversi motivi: in primo luogo perchè solitamente non ci si uccide con qualcosa come un tagliacarte. In secondo luogo perchè la ragazzina aveva sentito dei rumori dietro di lei e questo è strano. Aspettavo impaziente il risultato dell’autopsia. Lessi il diario proprio quella notte, bramando risposte da esso. La maggior parte delle giornate descritte erano tranquille e principalmente dedicate alla chiesa; ma trovai tre cose interessanti: la sua dipendenza dal gioco (che lo aveva portato ad avere molti debiti con gente poco raccomandabile), il brutto rapporto con il fratello (peggiorato dopo la morte del loro padre) e la morte del padre. Da questo dedussi due cose: dovevo risalire ad una persona del casinò che avrebbe potuto ricattarlo e ucciderlo per i debiti e interrogarla quanto prima e dovevo rintracciare e interrogare il fratello, per capire meglio perchè mai i loro rapporti fossero peggiorati dopo la morte del padre. Trovai un dipendente del casinò che don Giancarlo aveva nominato nel diario: Dimitri Bravtov. Lo raggiunsi subito al casinò.
– Dimitri Bravtov, giusto? – lo sorpresi da dietro.
– Sì? La devo informare che il casinò è chiuso, venga alle… .
– No, scusi se la interrompo, ma non sono venuta qui per giocare, piuttosto per farle qualche domanda. Sono la detective Marina Girardi – lo interruppi.
– Oh… va bene. Era strano vedere quel grande omone di origini russe, con la barba lunghissima, in difficoltà per avergli chiesto di rispondere a un paio di domande. Sarà forse lui il colpevole?
– Quindi, sono qui per farle delle domande riguardo a don Giancarlo, o conosciuto anche come Giancarlo Barbon. Innanzitutto, lo conosceva, giusto? – gli chiesi. – Non posso dirle niente. – rispose.
– Perchè non mi può dire niente?
– Non parlo di ciò che succede al casinò.
– Capisco, ma ora che Giancarlo è morto, queste informazioni ci servono – gli dissi. Dopo aver insistito un po’ e averlo ricattato con un sopralluogo inaspettato della polizia al casinò, ottenni ciò che volevo.
– Veniva qui spesso e spendeva sempre un patrimonio. Anch’io ogni tanto giocavo con lui, nei giorni che mi prendevo di ferie. Ho scoperto che era un prete solo qualche settimana fa, quando mentre stavamo giocando me l’ha confessato. – mi spiegò. – Come ho detto, spendeva sempre un patrimonio, quindi presto aveva iniziato ad avere debiti con tutti, soprattutto con me. Ho sempre accettato che non avesse soldi con cui ripagarmi, ma ultimamente non mi andava troppo giù – continuò.
– Lei dov’era il giorno 8 ottobre alle ore 19.00? – chiesi. Ero estremamente dubbiosa su questo uomo: non me la raccontava giusta.
– Hmm… credo di essere stato qui al casinò – mi rispose un po’ titubante.
– Me lo deve dimostrare, voglio che ottenga delle registrazioni delle telecamere – mi impuntai.
– Umm, sì, ecco… – sembrava davvero a disagio. – Cercherò di fare del mio meglio – concluse. Gli lasciai il mio numero telefonico per quando le avesse trovate. In macchina ragionai molto. Suicidio? Soltanto Mattia me lo poteva dire. Omicidio? Forse Dimitri? Troverà le registrazioni? Ma esistono queste registrazioni? Una nuvola di domande mi avvolgeva la testa. Avevo bisogno di risposte e forse, per averle, avrei dovuto interrogare Marco Barbon. Conoscevo il suo indirizzo, perchè lo avevo cercato nel database della polizia.
Driiiiin!
– Sì, chi è? – mi chiese dal citofono il signor Barbon. Mi presentai e gli chiesi di entrare. Una volta entrata, mi chiese se volevo del tè e io accettai volentieri. Il signor Barbon era un uomo sulla settantina, proprio come suo fratello.
– Mi dica detective Girardi, immagino sia qua per la morte di mio fratello – mi disse.
– Non si sbaglia. Lei che rapporti aveva con lui? – chiesi, per confermare quello che c’era scritto nel diario.
– Ottimi, direi, tranne negli ultimi mesi. Mio padre Francesco, quando è morto a gennaio, ha lasciato tre quarti della sua eredità a Giancarlo, in modo che la potesse investire nella chiesa e il restante quarto a me. Questa cosa non mi andò giù così facilmente, men che meno quando scoprii che i soldi dell’eredità se li era mangiati tutti al casinò. Ogni volta che ci incontravamo finivamo per litigare pesantemente – tirò un sospiro.
– È mai capitato che si passasse alle mani durante una discussione con suo fratello? – chiesi.
– Umm…no – pareva indeciso. Sentì la teiera fischiare e si alzò con uno scatto a versarmi il tè. Sembrava che non vedesse l’ora di alzarsi. Avrà qualcosa da nascondere? Mi guardai un po’ attorno: eravamo in cucina, una bella cucina moderna, senza neanche una macchia, ma… dov’erano i coltelli? Marco aveva aperto diversi cassetti per cercare una determinata cosa che non riusciva a trovare e in nemmeno uno di questi c’erano dei coltelli.
– Scusi se glielo chiedo, ma… dove tiene i coltelli? – domandai.
– Sì, ecco, io non ne posseggo. Vede, io ho una fobia particolare: ho paura di tutto ciò che è tagliente come forbici, coltelli, taglierini… – mi spiegò.
– Interessante … .Gli feci qualche altra domanda sul fratello, nello specifico sulla sua dipendenza dal gioco, cercando di metterlo sotto pressione, ma mi disse le stesse cose di Dimitri, così me ne andai a casa ad elaborare tutto il materiale che avevo adesso. Una volta sul divano, chiusi gli occhi e feci il punto della situazione. Il signor Barbon dovevo necessariamente escluderlo. Avrebbe potuto uccidere suo fratello durante una delle tante discussioni pesanti ma, con la sua fobia per tutto ciò che è tagliente, non sarebbe riuscito fisicamente a prendere in mano un tagliacarte per accoltellarlo. Quanto a Dimitri invece, su di lui ero ancora molto dubbiosa. Intendo, cosa non si fa per soldi? Solo lui poteva dimostrarmi il contrario, con i filmati che doveva darmi. Il telefono squillò, quasi come un segno del destino.
– Buongiorno detective Girardi, sono Dimitri. Finalmente posso dimostrarle che non c’entro nulla con questa storia – mi disse.
– Bene, mi dica quando ci incontriamo e dove, così me li mostra – risposi.
– Adesso, alla stazione di polizia. Ma non dentro, fuori. Porti il suo laptop – e riattaccò senza neanche salutare. Arrivata, mi fece un cenno di seguirlo accanto alla sua auto.
– È tutto in questa chiavetta – l’uomo mi porse la chiavetta.
– Ci ho messo diversi giorni a reperirle perchè il mio capo non vuole che girino le registrazioni del casinò – mi spiegò. Aprii il file con la registrazione fatta dalle telecamere del casinò del giorno 8 ottobre alle ore 19.00. Si vedeva Dimitri che puliva dei tavoli in prossimità dell’entrata.
– Questa è una prova inconfutabile, non può essere lei il colpevole. Grazie mille, scusi per averla importunata ma sa, quando c’è un caso da risolvere devo seguire tutte le piste – mi scusai.
– Non si preoccupi – mi rispose cercando di fare il gentile, caratteristica che non gli si addiceva. Ci salutammo cordialmente ed entrai nella stazione di polizia. Lì trovai Mattia.
– Ciao Marina, ti stavo proprio cercando qui. Non ho potuto chiamarti perchè mi si è rotto il telefono – mi spiegò.
– Oh, tranquillo. Ti prego, dimmi che hai finalmente concluso l’autopsia – gli chiesi speranzosa.
– Proprio così! Ecco qui. Adesso sappiamo che di certo non è un suicidio –Tirai un sospiro di sollievo. Chiacchierammo e poi io tornai a casa. Ora come ora non avevo più piste, mi trovavo davvero in difficoltà, quindi decisi di rileggere il diario di Giancarlo. Lo lessi e lo rilessi per ore, ore, ore e ore… fino a quando non mi venne in mente un particolare. Il prete aveva una sorellastra. La cercai sul database e il suo nome era Elisa Barbon. Sempre tramite il diario scoprii che tra di loro non scorreva buon sangue. Poi riuscii a reperire il testamento di Francesco Barbon. Fu così che trovai il colpevole. Mi fiondai a casa sua. Bussai.
– Lei chi è? – mi chiese Elisa Barbon. Era una donna di 65 anni, visibilmente mal messa e probabilmente anche ubriaca. Aveva i capelli arruffati e delle occhiaie molto scure.
– La detective Marina Girardi – dissi. Il suo viso sbiancò visibilmente.
– Perchè è qua? – mi chiese, quasi spaventata.
– Lo sa bene. Lei ha ucciso il suo fratellastro, don Giancarlo – dissi.
– Come, scusi?
– Non faccia la finta tonta, sa bene di cosa parlo.
– Guardi, io non parlo con quell’uomo da anni ormai. Non sapevo neanche che fosse morto – mentì. – Ah no? – le mostrai le registrazioni fatte dalle telecamere di un negozio vicino alla chiesa in cui si vedeva proprio lei correre nella direzione opposta alla chiesa mentre cercava di nascondersi le mani nelle tasche.
– No, ci dev’essere un enorme malinteso. E poi perchè avrei dovuto uccidere quel pover’uomo? – iniziò ad agitarsi. Vedevo che il viso si stava arrossando e che si muoveva troppo a scatti.
– Perchè? Glielo vorrei spiegare, ma lei non mi lascia entrare in casa quindi… – le feci notare. Riluttante, aprì la porta dell’appartamento, abbassando la testa.
– Ho intenzione di farle un discorso unico, quindi per favore non mi interrompa. – A gennaio è morto suo padre, che le aveva promesso una parte della sua consistente eredità quando era ancora in vita. Ha aspettato mesi, speranzosa del fatto che le sarebbero arrivati i soldi. Ma quando si è resa conto che di questi soldi se ne era appropriato qualcun altro, non ci ha visto più. È andata dal notaio per capire se nel testamento di suo padre ci fosse qualcosa destinato a lei ma, oh accidenti, non c’era nulla! Così, nonostante non vedesse suo fratello da anni, è andata a cercarlo in chiesa al solo scopo di discuterci e di convincerlo a darle una parte dell’eredità che lui aveva ricevuto. Peccato che lui si era già mangiato tutto al casinò. Avvolta dalla rabbia si è guardata attorno e la prima cosa tagliente che ha visto era un tagliacarte sul tavolo. Dunque, quando suo fratello era di spalle, lei ha afferrato l’arma del delitto e nel momento in cui Giancarlo si è girato, lei lo ha accoltellato. Poi, di fronte al tragico evento, è scappata in lacrime – spiegai tutto il ragionamento con cui ero arrivata a scoprire che era stata lei ad ucciderlo.
– Tutto…tutto questo non ha senso – disse. Aveva già gli occhi lucidi, dovevo aggiungere solo una cosa per farla confessare.
– E le dirò di più: lei ha sempre provato invidia nei confronti dei fratelli Giancarlo e Marco, perchè erano sempre stati i “cocchi di papà” diversamente da lei, poiché sua madre è la donna con cui Francesco tradiva sua moglie e con cui ebbe una figlia mai accettata in famiglia – aggiunsi. Elisa scoppiò a piangere.
– Sì, sì sono stata io! Per tutto questo tempo ho atteso un gesto d’affetto da parte di mio padre e nemmeno nel testamento mi ha dato qualcosa. Era tutto per Giancarlo e Marco e io non ce la facevo più!
Chiamai il maresciallo Ribon per farla arrestare. Ricevetti tanti complimenti quel giorno. Il caso mi lasciava un po’ di amaro in bocca, ma io i casi non li lascio irrisolti.
Mai.

Anastasia Pizzolon, Chiara Sordi, Alessia Zussa,
Wen Qian Parolin, Alexia  Ursino

2B – Plesso Corazzin, Arcade

Il delitto perfetto… o quasi

Napoli. Uno dei quartieri più pericolosi. 7 luglio 2023. Allo scoccare della mezzanotte. Nel silenzio di una Napoli notturna, si udì un urlo a dir poco agghiacciante. Era l’urlo della giovane Carmela, una studentessa 17enne della “R. Viviani”, una delle scuole private più malfamate di Napoli. I vestiti della ragazza sono stati ritrovati strappati e macchiati di sangue. Tony era un detective siciliano. Aveva 35 anni e si era trasferito a Napoli dall’età di vent’anni. Era un tipo con i capelli scuri, occhi azzurri e una strana aria novecentesca. La mattina del 8 luglio stava leggendo questa pagina di giornale, nella sua stanza molto ordinata e pulita, mentre fumava la sua solita sigaretta, quando sentì bussare insistentemente alla sua porta. Aprì e si trovò davanti il capitano dei carabinieri Salvatore Ricci, un uomo di mezza età, che gli chiese di risolvere il caso della scomparsa di Carmela Conte.
“Buongiorno capitano, stavo giusto leggendo la notizia sul giornale di stamattina e avevo già pensato di chiederle se potevo partecipare alle indagini, ma mi pare di aver capito dalla sua presenza qui che lei è d’accordo” riferì con il suo accento siciliano.
Il capitano annuì: “Vedo che mi ha anticipato. Potrà iniziare domattina.” Tony si affrettò a chiamare Mark, il suo abile aiutante. Era un ragazzo biondo con gli occhi verdi, di 25 anni, sempre concentrato nel suo lavoro. Insieme escogitarono una strategia per risolvere il caso. Per cominciare decisero di andare sulla scena del crimine e di far intervenire la polizia scientifica per analizzare le macchie di sangue sui vestiti e scoprire a che ora fosse stato commesso il delitto. La polizia li informò che i risultati sarebbero arrivati entro una settimana. Nel frattempo i due avrebbero chiesto informazioni alla famiglia della ragazza, per capire meglio la situazione. Si recarono a casa della vittima.
“Buongiorno, siamo Tony Caruso e Mark Rizzo, i due detective che stanno risolvendo il caso della scomparsa di vostra figlia. Per iniziare vorremmo farvi alcune domande”. Entrambi i genitori annuirono ai due uomini, che si accomodarono e iniziarono a fare domande.
“Ieri sera Carmela era uscita con qualcuno? Aveva un comportamento diverso dal solito?” chiese Tony.
Il padre rispose agitato: “Si, era uscita con un gruppo di amici ed effettivamente, adesso che mi ci fa pensare, aveva un tono diverso e rispondeva male a chiunque”.
La madre aggiunse con gli occhi lucidi: “E personalmente il suo gruppo di amici non mi è mai piaciuto: sono quasi certa che sia stato uno di loro a farle del male”.
“Grazie mille per le informazioni e scusate per il disturbo” conclusero i due detective. Passò una settimana e arrivarono i risultati della scientifica. Con grande sorpresa le analisi del DNA dimostrarono che i vestiti ritrovati non erano quelli di Carmela, e che il sangue era … finto. Tony non perse tempo e chiamò subito Mark per avvisarlo della trappola. L’aiutante, arrivato da pochi minuti a casa del detective, fissando la lettera dei risultati, pensò che potevano chiedere ai poliziotti di perquisire la zona, e subito lo disse a Tony. Immediatamente i due chiamarono Salvatore Ricci per informarlo dell’idea e lui, senza neanche pensarci, si mise a chiamare i poliziotti. Il giorno dopo, la zona di Napoli centro era sommersa di agenti che perquisivano le strade. A loro si aggiunsero anche Mark e Tony. Proprio quest’ultimo si addentrò in un vicolo buio e talmente isolato che sembrava fuori dal paese e, ad un certo punto, sentì un odore nauseante e pensò di camminare verso quella direzione per scoprire cosa fosse. Trovò un sacco nero dell’immondizia con molte mosche che ci giravano attorno e decise di aprirlo. Con orrore scoprì che era proprio il corpo della giovane Carmela, un coltello e la sua preziosa collana dentro il sacco. Allora subito chiamò Mark per avvertirlo della scoperta. I giorni seguenti si svolsero le indagini sul corpo e sull’arma. E dalle impronte ricavate dal coltello si scoprì che era stato Jason, un appartenente ad un clan mafioso che aveva già commesso altri crimini in precedenza ed era anche andato in carcere. Casualmente Jason era l’ex ragazzo di Carmela e faceva parte del gruppo di amici della ragazza. Appena ricevuti i risultati delle indagini, Salvatore Ricci chiamò Mark e Tony per informarli della notizia, e subito i due si precipitarono alla caserma di polizia e lì decisero di andare dai genitori della ragazza per comunicare loro la tragica notizia. Quando aprirono la porta, i due genitori, sembravano pieni di speranza, ma durò poco.
“Buon pomeriggio” iniziò la conversazione “sono Tony Caruso, il detective che seguiva il caso di vostra figlia, a malincuore devo informarvi che…”  prese un respiro, non sapeva come dirlo… “Abbiamo ritrovato il corpo di Carmela senza vita”.
I genitori non dissero niente, erano troppo scioccati per parlare. La loro espressione era cambiata nel giro di pochi secondi e si vedevano solo le lacrime sul loro volto.
“Adesso è meglio che vi faccia riflettere sull’accaduto, condoglianze” concluse Tony. E dopo un momento di silenzio se ne andò. Dopo la visita, il Capitano Ricci e i detective si diressero verso il quartiere in cui si incontravano di solito Carmela e i suoi amici, per chiedere se loro avevano qualche mezzo per rintracciare Jason. Gli amici, dato il fatto che non erano a conoscenza del suo lato camorrista, all’inizio erano un po’ titubanti nel rispondere visto che pensavano che il loro amico fosse sempre stato un bravo ragazzo. Tony, però, riuscì a convincerli, così chiamarono Jason per chiedergli se era libero. Visto che lui confermò, gli dissero che dopo 10 minuti doveva essere al golfo di Napoli.  Salvatore Ricci fece una chiamata per radunare alcuni agenti di polizia che arrivarono e si appostarono nascosti, aspettando Jason. Passò un’ora e mezza, ma nessuno si presentò, allora gli agenti di polizia e Salvatore Ricci ritornarono in caserma per cercare di localizzare Jason dal cellulare di uno dei ragazzi. Tre ore dopo, i poliziotti ricevettero una telefonata da Tony in cui diceva che era stato avvertito dagli amici di Carmela, che avevano visto Jason in via della Sapienza. Subito il capitano Ricci chiese a Tony di chiamare Mark e di aspettarlo in piazza san Domenico, il posto più vicino alla via in cui era stato visto il ragazzo. Dopo che tutti e tre si ritrovarono, lo videro entrare in una vecchia casa abbandonata, un’abitazione ampia, ma pericolante con il pavimento scricchiolante, e così lo colsero di sorpresa mentre era nel suo nascondiglio e lo portarono in caserma per l’interrogatorio. Lo misero in una stanza isolata  e Tony lo riempì di domande mettendogli pressione:
“Perché hai ucciso Carmela? Eri arrabbiato con lei? Ti aveva fatto qualcosa di male? Se sì, cosa? Hai pensato alle conseguenze?”. Jason non volle confessare. Provarono anche altri poliziotti, ma non ci fu verso: aveva la bocca cucita. Tuttavia, dopo 4 ore passate in quella stanza senza vedere nessuno e neanche la luce, Jason decise di confessare.
“Ero infuriato con lei. Eravamo fidanzati e all’inizio andava tutto bene; poi lei, senza motivo valido, mi disse di rimanere fuori dalla sua vita, e da quel giorno non mi parlò più”. Jason aveva cambiato espressione, pareva come infastidito.
Tony ribatté: “Ma almeno le hai chiesto perché ti aveva lasciato?”
“No, non gliel’ho chiesto, ma non è servito perché una sua amica mi aveva detto che Carmela non mi voleva parlare perché mi stava tradendo con un altro ragazzo. E non ho idea di chi fosse” concluse Jason. A questo punto un poliziotto lo accompagnò in una cella in attesa del processo. Passarono 3 giorni e andarono in tribunale per scoprire la sorte di Jason. L’esito fu che al ragazzo furono dati 30 anni di galera dato che aveva anche dei precedenti penali. Nel frattempo ci furono i funerali di Carmela dove fu invitata tutta la città compresi Tony, Mark e Salvatore Ricci che rimasero vicini alla famiglia della ragazza per tutto il tempo. Da quel giorno Napoli non fu più quella di prima. Con una vittima in più, ma un assassino a piede libero in meno.