Scrivere e disegnare in giallo

Un bellissimo lavoro sul doppio linguaggio di scrittura e disegno. E’ quello che hanno fatto le classi prime e seconde della Scuola Media Eugenio Colorni di Milano.A partire dalla lettura di I misteri del Lago Nero di Luca Occhi, Sonnambuli, maledizioni e lumache di Martina Wildner e Una lunghissima notte di Annalisa Strada, i ragazzi e le ragazze hanno riscritto il finale del romanzo e disegnato nuove cover.

Questi sono i lavori segnalati:

1F Alberto Chiesa

Arrivato al lago, vide un’ombra enorme andare al centro del lago. Zanella aveva paura dell’acqua, ma all’idea di Matteo nei guai, la sua paura sparì. Trovò un pedalò lì vicino, lo prese e si mise a pedalare.
Ad un certo punto vide l’ombra passargli sotto. L’ombra andava verso una barchetta con due persone a bordo.
Zanella vide l’ombra uscire e distruggere la barchetta.
In acqua i due corpi cercavano di stare a galla; ma poi dall’acqua uscì l’ombra e prese uno dei due corpi.
PLUF! Lo portò sott’acqua! Prima che quell’essere ancora sconosciuto trascinasse sott’acqua anche il secondo corpo, Zanella si mise a pedalare.
Arrivato al corpo, si accorse che era Matteo; lo prese e lo portò a riva. Chiamò un’ambulanza e quando arrivò lo portarono all’ospedale.
I medici riuscirono a salvarlo, ma dovettero intervenire su un polmone perchè era pieno d’acqua.
Dopo l’intervento Zanella riportò Matteo da suo nonno.
Matteo non potè giocare la partita di basket e si arrabbiò.
Un giorno Lisa andò alla caserma e chiese di vedere il maresciallo Zanella.
Quando arrivò lo abbracciò e lo ringraziò.
E dopo averlo ringraziato lo baciò.

Gabriele Canfora (cover)

1B Emma Pizzimenti

Il maresciallo Zanella, salito sull’auto, partì sgommando e nel paesino di Castel Nero, forse per laprima volta, rieccheggiò la sirena dei carabinieri.
Arrivato all’imbarcadero il maresciallo trovò la Punto bianca, ma nessuna traccia di Albertazzi e di Matteo. Fu allora che, preso dalla disperazione, il maresciallo notò una piccola luce tra gli alberi e decise di seguirla avvicinandosi sempre di più, seguendo il suo infallibile istinto. Chiamò Lo Cascio per ricevere rinforzi. Per capire la situazione, via via sempre più confusa, il maresciallo si nascose dietro ad un cespuglio. Intento ad osservare la misteriosa abitazione davanti alla quale era arrivato, non si accorse dell’improvvisa scomparsa di Albertazzi. Con ulteriore sorpresa Matteo non c’era. Neanche il tempo di realizzare cosa stesse accadendo, che vide spuntare un volto noto: il capitano Santarosa, che puntava una pistola contro Matteo.
Il ragazzo ormai aveva quasi esaurito le lacrime. Fu solo allora che il maresciallo, non riuscendo a trattenersi, uscì dal suo nascondiglio, peggiorando però la situazione. Infatti il capitano diede inizio alla sua fuga in compagnia di Matteo come ostaggio.
A ristabilire la situazione arrivò Lo Cascio, minacciando il fuggitivo con una pistola. Mentre il suo collega distraeva Santarosa, Zanella riuscì, quasi per miracolo, a rubargli la pistola. A quel punto il capitano si arrese, non avendo più speranza di fuga. Una volta ammanettato, fu portato in caserma, perché fornisse delle risposte sincere. Il maresciallo decise di lasciare Lo Cascio all’interrogatorio e di occuparsi lui stesso della consegna di Matteo al nonno. Aperta la porta vide il Fiascìn, che, alla vista del nipote sano e salvo, non trattenne le lacrime. Al contrario Matteo era rimasto impietrito. Il maresciallo, intuito il sentimento del ragazzino, chiese il permesso di portare a cena il neo capitano al nonno che, ormai fiducioso del maresciallo, li lasciò andare. Arrivati al bar-trattoria La Divina, Zanella si calò nei panni del coach di Matteo e gli disse:<<So che oramai non ti fidi più di nessuno, ma col tempo e il mio supporto riuscirai a tornare alla tua vita, lasciandoti alle spalle questa pessima storia, che ne pensi?>> Matteo rispose con uno strano grugnito, che il maresciallo interpretò come un sì. Una volta riportato Matteo a casa e rassicurato il povero Fiascìn, Zanella si recò in caserma per l’interrogatorio. Ormai da anni il capitano faceva parte di un’organizzazione criminale a cui apparteneva anche il Venturi. Santarosa dopo l’incidente del suo complice con il sub, aveva mandato fuori strada il maresciallo sviando i sospetti sul Venturi, ma dopo aver saputo dell’incontro programmato tra Venturi e Zanella, aveva ucciso Piero per paura di perdere tutto il lavoro di anni ed anni. Dopo sarebbe toccato al Piva. Conoscendolo, però temeva la confessione del piano ai carabinieri. Aveva allora interpellato Lisa, costringendo il Piva ad ucciderla. Fu solo allora che si era arreso e a malincuore aveva abbandonato l’adorato paesino. Il maresciallo a questa impensabile storia rispose solamente:<<Bel piano capitano! Davvero un bel piano! Lo Cascio vuoi avere tu l’onore?>> lui risposte fiero:<<Con piacere, maresciallo!>>. Una volta arrestato il criminale, Zanella rincasò. Aveva bisogno di dormire bene. Il giorno seguente avrebbe dovuto concentrarsi solo sui suoi ragazzi!
I ragazzi guidati da Matteo, ripresi dalla sera prima, tennero testa alla squadra avversaria: a dieci secondi dalla fine della partita erano sotto di un solo punto. Ci fu uno sguardo d’intesa tra il neo capitano e il coach, e da lì una vera squadra, come la loro, seppe andare avanti fino a raggiungere la vittoria!

Viola Donagemma (cover)

1C Susanna Lanzani

Il maresciallo Zanella salì sull’auto sgommando e nel paesino di Castel Nero, forse per la prima volta, riecheggiò la sirena dei carabinieri.
Arrivò in riva al lago con la nausea che aumentava ogni secondo che passava. Sapeva che la Punto bianca era parcheggiata lì, ma nient’altro. Nel lago che alla luna brillava non si poteva scorgere niente ed era così buio che faceva venire i brividi. Il maresciallo prese la torcia, l’accese e avanzò timoroso verso la riva del lago, quando vide qualcosa muoversi nell’acqua e istintivamente fece due passi indietro. Il primo pensiero del maresciallo andò al mostro del lago e alle sue vecchie leggende ma, ciò che pochi secondi dopo emerse non assomigliava di sicuro al mostro. A brillare sotto il cielo stellato era il cadavere del Fulèt. La cosa a preoccupare di più Zanella non era il terzo cadavere in riva al lago, no affatto, era la faccenda dei cani e del fucile con cui, a quanto pare era scappato. Poi un altro pensiero prese il sopravvento: Matteo!? Dove poteva essere? E il brigadiere Albertazzi? Non sapeva bene che fare, ma ci ragionò sopra un po’. Secondo lui non era una coincidenza che mancassero entrambi. La Punto bianca era parcheggiata tra il lago e il sentiero che il maresciallo ricordava fin troppo bene dove portasse: alla casa del Fulèt. Che si trovassero lì? Lui non lo sapeva, ma era l’unica idea che aveva e allora lasciò la gestione del cadavere a Lo Cascio che l’aveva accompagnato. Il maresciallo corse fino alla Punto bianca ma poi capì. “Maledizione!” – strillò il maresciallo che, arrivando, trovò le gomme dell’auto bucate. Pensò a come salire in fretta ma per ogni soluzione ci sarebbe voluto troppo tempo e allora cominciò a farsela di corsa, sia il pezzo che si poteva percorrere in macchina sia quello che bisognava fare a piedi. Il maresciallo ansimava e sudava anche con l’aria fresca che gli sfiorava i capelli. Si avvicinò alla casa tremando e sentì di nuovo dei rumori dalla costruzione in pietra, però i cani non potevano essere lì, almeno, non avrebbero dovuto essere lì. Zanella si avvicinò lentamente ma quando aprì trovo tutt’altro che dei cani. “Matteo…sei vivo?” –esclamò con voce roca il maresciallo e Matteo si limitò ad annuire. Matteo doveva essere là dentro da un bel po’ perché aveva sete e fame. Il maresciallo entrò nella casa del Fulét sbattendo le porte e cercando Albertazzi, perché Matteo stava così male che non era ancora in grado di raccontargli come era andata. Uscì dalla casa e in piedi davanti a lui vide Albertazzi. Ai suoi piedi c’era una bava grigiastra e nella mano teneva dei lunghi e spessi catenacci a cui erano legati degli enormi molossi. “Come?… come hai potuto?!” – disse tremando Zanella e il brigadiere cominciò a spiegare
“Sa maresciallo… è dura mascherarsi e… Che cosa vuole sapere?” “Dei cadaveri! Dal primo all’ultimo e…”
“Ok maresciallo. Allora, il primo cadavere fu una delle cavolate di Piero. Sì spaventò, sparò e per mascherare la morte mi venne la brillante idea di dare la colpa al mostro del lago. Poi chiedemmo aiuto al Fulét per conciare il corpo. La seconda fu la volta di Pero, che cominciava a sospettare dei miei piani. Come la prima volta, chiesi aiuto al Fulèt e poi detti di nuovo la colpa al ‘Mostro del Lago Nero’”. Fece una risata malvagia e poi riprese:“Sembrava che il Fulèt fosse spaventato dopo la morte di Piero…magari pensava che sarebbe capitato anche a lui e…beh! non potevo mica correre il rischio di venire allo scoperto! E così, è ‘accidentalmente’ caduto dalla parte più alta della montagna che si affaccia sul lago”.
Il maresciallo Zanella era stupefatto da un piano così elaborato, poi però fece i conti e mancava una persona. “Ma Lisa! Dov’è? Sta bene!?”
“Ah! Sì, ma certo, Lisa Neri… Mmh, vediamo… Beh, sappiamo quanto tenesse al Fulèt per averla sempre aiutata e sapevo che dopo la sua scomparsa sarebbe di sicuro andata a cercarlo. Mica poteva impicciarsi nei miei affari, giusto? Allora, una notte la trovai su una barca in mezzo al lago e non mi chiesi il perché fosse lì ma capii che era l’occasione perfetta e sparai… ma non si preoccupi, non la colpii, anzi lei tranquillamente fece un salto nell’acqua e sparì con un ‘pluf!’. Questa fu la loro fine”.
“Ma…” – cercò di dire con un gemito Zanella.
“Lo so, lo so, ma non credo che la vostra sarà una fine migliore”. Fece per sciogliere i molossi ma una volta aperta la mano, loro non si mossero. Sentirono uno strano odore che al maresciallo ricordava il profumo che metteva Lisa e i cani si addormentarono. Prima che Albertazzi aprisse bocca era ammanettato da uno spaventato Lo Cascio che balbettò una cosa del genere: “Sei… sei in arresto…”.
Zanella aveva ancora tante domande ma capì che certe cose, nella vita, è meglio credere di averle solo sognate.

Emma Huar (cover)

1D Pietro Mocchi

Il maresciallo Zanella saltò sull’ auto partì sgommando e, nel paesino di Castel Nero, forse per la prima volta, rieccheggiò la sirena dei carabinieri. Scese tutti i tornanti a una velocità spaventosa e quando arrivò vide le acque del lago nero e si fece forza per cercare di non dare di stomaco. Vide in lontananza una barchetta in mezzo al lago con Matteo a bordo e il brigadiere Albertazzi con accanto il Fulèt se ne stavano a riva aspettando di vedere se quel dannato mostro esistesse davvero. Le acque del lago erano calmissime e non succedeva niente quindi il Fulèt, infastidito, cominciò a tirare sassi contro la barca di Matteo e dato che il legno era vecchio e marcio non ci volle molto per causare una crepa. Molto lentamente la barca, su cui era stato messo un Matteo ammanettato e singhiozzante, cominciò ad imbarcare acqua così a breve il mostro avrebbe ricevuto un buon pasto. Il Maresciallo arrivò sulla riva di soppiatto cercando di vincere il suo terrore per l’acqua e puntò la pistola contro i due criminali. Il brigadiere Albertazzi, ex capo di una banda criminale, disse: «A quanto pare deve fare una scelta» ridacchiò «O ci ammanetta e ci porta a marcire in galera, o salva il suo campioncino!» Il maresciallo senza pensarci troppo rimise la pistola nella fondina, spinse in acqua una barchetta malandata e cominciò a remare verso Matteo. Raggiunto il ragazzo lo liberò e lo fece salire sulla sua barca. Abbandonarono quella rotta in mezzo al lago, e tornarono a riva lentamente dato che il carico si era appesantito. Prima che toccassero la sponda del lago videro il Fulèt raggiungere di corsa una macchinetta parcheggiata tra i cespugli e caricata con tutti i suoi effetti personali. Il Brigadiere si voltò verso di lui e disse: «Fammi salire, svelto!». Il Fulèt, vedendo il Maresciallo quasi a riva, si spaventò e spinse il pedale dell’acceleratore e fuggì riempiendo di polvere il brigadiere. Il Maresciallo una volta a riva riprese la pistola e la puntò contro il brigadiere che cercò di scappare ma inciampò in una radice. A quel punto le acque del lago cominciarono a ribollire ed emerse una figura enorme avvolta dalla penombra: distrusse la barchetta abbandonata, si sporse sulla riva afferrando il brigadiere e trascinandolo con sé nelle profondità del lago nero. Matteo e il maresciallo quasi paralizzati dalla paura promisero di non raccontare niente di tutto quel che avevano visto e tornarono verso casa.

Sofia Ottolini (cover)

1E  Caterina Malpeli

Zanella, una volta arrivato sulle rive del lago Nero, vide delle orme e le seguì. Si accorse che portavano alla casa del Fulet e lì iniziò a sentire rumore di macchinari e delle urla. Seguì quel frastuono e si ritrovò faccia a faccia con Albertazzi e Matteo. Zanella, preso dal panico, urlò: “Lascia immediatamente il ragazzo!”. Albertazzi allora si mise a ridere; stava per buttare Matteo nella macchina in funzione quando, improvvisamente, da dietro, spuntò il Fulet che, con una bastonata in testa, fece svenire il brigadiere. Zanella, dopo aver messo in salvo Matteo, volle delle spiegazioni. Il Fulet allora gli raccontò tutto: “Tempo fa Albertazzi mi aveva chiesto di risolvere il problema che aveva con il cadavere, in cambio mi promise uno dei lingotti che aveva trovato al lago; io purtroppo accettai. Dopo qualche giorno però mi accorsi che in realtà quello non era un vero lingotto d’oro, ma era solo dipinto. Mi volli allora vendicare: avrei detto tutto alla polizia. Sfortunatamente alla centrale incontrai Albertazzi che, puntandomi la pistola contro, mi ordinò di tacere. Io, terrorizzato, scappai giurandogli però che un giorno mi sarei vendicato. Questo è tutto, Zanella.”Il maresciallo allora prese Albertazzi e il Fulet e li portò alla centrale della polizia; Matteo invece tornò a casa da suo nonno.
Alla centrale si decise che il Fulet doveva rimanere in custodia cautelare per una settimana; intanto Albertazzi cercò di scappare: prese la jeep che aveva visto quando era arrivato alla centrale e si diresse verso il lago, sperando che là non lo avrebbero trovato. Zanella lo inseguì; il brigadiere riuscì ad arrivare al lago qualche secondo prima del maresciallo; improvvisamente però dal lago spuntarono delle bolle e un essere mostruoso prese Albertazzi e lo trascinò verso il fondale. Il mostro del lago quindi esiste davvero ma è là per proteggere Castel Nero.

Cloe Lu (cover)

2B  Davide Spadaro

Improvvisamente mi bloccai. E se non fosse stata la signora Seelos? In quel momento mi sorse un dubbio. Anche se ero stanco, ci pensai a letto per un po’. La notte dormii bene e non sentii Eddi piagnucolare. La mattina, come sempre, la mamma chiese ad Eddi che cosa avesse sognato quella notte. Eddi rispose che aveva sognato tre lumache insanguinate sopra la porta della signora Seelos e che gli era parso molto disgustoso. Mi domandai: “Com’è possibile che Eddi è uscito e non ha fatto alcun rumore? E, soprattutto, potrebbe essere un segno quello che Eddi aveva sognato la notte?”. Mentre riflettevo la mamma mi chiese se c’ero anch’io con Eddi e dopo un po’ le risposi di no. A scuola raccontai tutto a Friz, che commentò con un “Dobbiamo indagare” molto convinto. Quindi ci demmo appuntamento alle sei di sera davanti alla casa della signora Seelos. Scegliemmo quell’orario proprio perché la Seelos andava a messa proprio a quell’ora. Alle sei in punto io e Friz eravamo nel giardino di casa Seelos, nascosti dietro un cespuglio. Dall’interno udimmo la Seelos urlare “Dai dobbiamo andare a messa”. Sembrava arrabbiata e, non so come, avevo l’impressione che stesse parlando con David, l’amico di Eddi. Cinque minuti dopo la Seelos spingeva la carrozzina con sopra Yvonne e David la seguiva con la solita carrozzina rosa delle bambole. Quando fummo sicuri che se ne fossero andati e non avrebbero potuto vederci, girammo intorno alla casa per trovare un punto da cui entrare.Vedemmo una finestra socchiusa ma era bloccata. Dopo un po’ di tentativi di forzatura ci arrendemmo. Notammo una finestra aperta al secondo piano. Io e Friz ci arrampicammo su un tubo e a fatica riuscimmo ad entrare in casa. La stanza era una camera da letto, probabilmente di David, il letto era blu c’erano giochi da maschio ed una libreria con molti fumetti dei supereroi. Uscimmo e scendemmo al piano di sotto. Cercavamo oggetti sospetti. Dopo mezz’ora non avevamo ancora trovato nulla ed avevamo perlustrato tutta la casa! In quel momento dissi a Friz che ero stanco ma mi rispose di non arrenderci ora e così entrammo nell’ultima stanza non ancora perlustrata: la camera della signora Seelos. All’interno c’erano moltissime foto di lei col marito, di David e di Yvonne. C’era un letto a baldacchino con le tende rosse ai lati. C’era anche una scrivania, un po’ bassa, con sopra un computer. Quindi dissi a Friz: “Guarda c’è un computer”. Lui rispose:” Aprilo e guarda che cosa c’è dentro”. Lo aprii e provai ad accenderlo, ma era scarico. Quando trovammo il carica- batterie mettemmo il computer in carica e lo accendemmo. Speravamo che si potesse accedere senza alcuna password, ma non fu così. Provammo a digitare il nome e la data di nascita della signora Seelos, informazione trovata al primo piano ma non andò. Provammo col nome e la data di nascita della figlia morta alla nascita ma non funzionò neanche quella. Allora dissi a Friz: “Di solito il numero massimo di tentativi prima che si blocchi è tre! Prova a digitare “Password”, con la P maiuscola”. Lui ci provò e si sbloccò. Insieme urlammo “Evviva!” e ci zittimmo subito, pensando che avrebbero potuto scoprirci. Aprimmo la posta e cercammo in tutte le cartelle qualcosa di sospetto senza alcun risultato. Aprimmo la cartella delle mail cestinate. Ce n’era solo una e si intitolava “Confessione”.
L’aprimmo e c’era scritto:
“Ciao! Ho una confessione da farti. Oggi ho avvelenato i vicini mettendo del cianuro nel barattolo di funghi che hanno in casa. Probabilmente la mail ti arriverà tra due giorni. Comunque ti sto mandando questa lettera perché non mi vedrai più e non ho intenzione di farmi vedere dopo aver avvelenato delle persone. So che anche tu non vorrai più vedermi dopo questo. Non consegnare questa lettera alla polizia. Eliminala in modo che nessuno sappia nulla. Ti starai chiedendo perché li ho avvelenati. Volevo fare giustizia nel villaggio. Quel territorio apparteneva alla chiesa ed è stato violato da loro costruendoci sopra casa. Non andare neanche al loro funerale, non se lo meritano!
Tuo marito Martin Seelos.
Quando finimmo di leggere la mail, eravamo entrambi a bocca aperta. Commentammo insieme: “Insospettabile!”. Scattammo una foto al testo. Scappammo via dalla casa, lasciandola come l’avevamo trovata. Il giorno dopo a scuola eravamo dubbiosi su come fare giustizia. Alla fine scegliemmo di andare alla centrale di polizia a consegnare la foto della lettera che avevamo stampato. I poliziotti ci informarono che il caso era ormai chiuso, ma che avrebbero chiesto di riaprirlo. Un mese dopo ci arrivò la notizia che il caso era stato riaperto. Da quel momento in poi filò tutto liscio come l’olio: la mamma si trovò un lavoro, Eddi non piagnucolò più, riuscimmo a sostituire i mobili e a rimodernare l’arredamento della casa. Non subivo più atti di bullismo da Chris e venivo acclamato da tutti per aver fatto luce sul caso dei bambini morti. Alla fine potevo anche riposare senza Eddi che piagnucolava di notte e senza l’ansia di dover risolvere un caso.

Bianca Legnani (cover)

2C Elsa Arnelli

Non finiva lì. Ma cosa potevo fare? Niente, Ralf avrebbe continuato a punire coloro che avevano la colpa della morte sua e di suo fratello e di aver nascosto il colpevole. Improvvisamente mi bloccai. Avevo capito tutto: il puzzle del caso, nella mia testa era completo. Dovevo avvertire Ida, Fritz e, dopo aver raccolto le prove, la polizia!
Per prima cosa chiamai Fritz e gli dissi di venire a casa mia, poi avvisai Ida che saremmo andati da lei il pomeriggio stesso.
Mentre facevamo merenda raccontai tutto a Ida e Fritz e progettammo un piano per incastrare il colpevole. Dopo ci recammo nella Stube di zia Hildegard per avere delle informazioni che non le avevo chiesto la volta precedente; lei sembrò stupita di vederci ma ci fece entrare ugualmente. Dopo cinque-dieci minuti Ida chiese a sua zia se poteva accompagnarla un secondo fuori in giardino che doveva comunicarle un fatto importante in privato. Appena uscirono io e Fritz iniziammo ad aprire tutti i cassetti della Stube alla ricerca delle prove per incastrare il colpevole, o meglio, la colpevole: la zia di Ida! Lo so, può sembrare strano ma ne ero sicuro e mi mancavano solo le prove per incastrarla perché il ragionamento era perfetto. Poi sentimmo un tonfo, un grido e le voci affannate di Ida e zia Hildegard, chiudemmo i cassetti in cui stavamo cercando, ci sedemmo con le scartoffie che avevamo trovato sotto la felpa. Appena in tempo!, Ida e zia Hildegard stavano rientrando.  Ida era appoggiata alla spalla di sua zia e zoppicava, poi mi fece l’occhiolino e io capii che si stava attenendo al piano. Da quello che ci disse zia Hildegard, Ida aveva appoggiato male il piede e si era slogata una caviglia, noi ci offrimmo immediatamente di riaccompagnarla a casa. Mentre uscivamo ci scambiammo il cinque e appena zia Hildegard chiuse la porta ci mettemmo a correre (Ida aveva fatto finta di farsi male alla caviglia e aveva gridato solo per avvisarci che lei e la zia stavano rientrando). Tornati a casa di Ida ci chiudemmo nella sua stanza, era grande, con grandi finestre che facevano entrare la luce, l’arredamento era molto vario e colorato e su una parete c’erano moltissime foto di Ida che imparava a sciare e su una mensola c’erano tutti i trofei che Ida aveva vinto alle numerose gare alle quali aveva partecipato.
Ida si sedette sul suo letto e io e Fritz ci accomodammo su un divanetto rosso: appoggiammo i fogli e i quaderni che avevamo trovato nella Stube di zia Hildegard su un tavolino rotondo con un piano di vetro. Presi il primo documento, era un documento di eredità: Lascio il terreno vicino alla chiesetta della peste a mia nipote Hildegard Maier, a meno che mio figlio Hansjorg Schneckmann non torni prima della lettura del testamento; se così sarà il terreno andrà a lui e a Hildegard lascerò i gioielli di famiglia e un terzo dei soldi che possedevo.
Ci guardammo stupiti: quindi il padre di Ralf e Roland era cugino di zia Hildegard! Poi aprimmo un vecchio quaderno nel quale si nascondevano delle lettere che zia Hildegard aveva ricevuto da una sua amica:Cara Hildegard, mi dispiace molto che tuo zio sia venuto a mancare lo scorso mese ma soprattutto che quel tuo cugino sia tornato dalla Romania solo per ricevere l’eredità di suo padre che aveva promesso tutto a te, la sua nipote preferita, e abbia fatto saltare i tuoi piani di costruire un hotel vicino alla chiesetta della peste.
Con affetto, la tua amica Rosemarie.
Poi leggemmo la lettera che una giovane zia Hildegard aveva scritto alla sua amica Rosemarie in preda ad una grandissima rabbia.
Cara Rosemarie, ho intenzione di avvelenare quello stupido di mio cugino con i tanto amati funghi che sua moglie conosce bene così imparerà a tornare solo per ricevere un’eredità che doveva andare ad altri! E se moriranno anche la moglie e i figli non mi importa, si meritano tutti di morire! Spero che tu mi capisca.
Hildegard
P.S. Non provare a dirmi di non farlo, so che è una cosa sbagliata e ingiusta ma lui se la merita.
Cara Hildegard, ti prego non provarci neanche a fare quello che mi hai scritto nella lettera precedente ( che ti rispedisco insieme a questa perché non voglio conservare una lettera con su scritte quelle parole e idee. ) Sarebbe un’idea molto stupida che non si addice per niente alla Hildegard che conosco io. Spero tu abbia cambiato idea subito dopo avermi spedito la lettera.
La tua amica Rosemarie.
Avevamo le prove per incastrare zia Hildegard! Ci battemmo il cinque e chiamammo la centrale di polizia dal telefono di Fritz che aveva un parente che ci lavorava e gli spiegammo il nostro ragionamento mandandogli le foto del testamento, delle lettere e la foto di un biglietto di auguri che zia Hildegard aveva mandato a Ida per far vedere alla polizia che le scritture combaciavano perfettamente. Quando la polizia arrivò zia Hildegard venne portata in commissariato perché le prove erano veramente schiaccianti. Mi girai e mi resi conto che Ida aveva le lacrime agli occhi e mi ricordai solo in quel momento che noi avevamo appena cercato le prove per incastrare sua zia e non una persona qualunque; mi sarei sentito nello stesso modo se sulla macchina della polizia ci fosse stata zia Grit. Mi avvicinai a Ida e le chiesi: – Stai bene?- Lei annuì e si asciugò le lacrime con la manica della felpa: – Sì, solo che… non avrei mai pensato che zia Hildegard potesse fare una cosa del genere.-

Emma Mariani (cover)

2F Francesca Malavolta

Improvvisamente mi bloccai. Perché Ralf voleva una vendetta? Contro chi precisamente? Quali sarebbero state le sue prossime vittime? Mentre era immerso nei suoi pensieri Hendrik si voltò verso il muro e si accorse che si era dimenticato la giacca durante la visita segreta nel cimitero e, per non destar sospetti, decise di andarla a recuperare mentre tutti dormivano. Così si vestì e con passo felpato uscì. Dopo aver attraversato il muretto che divideva la vecchia casa dal cimitero, accese una lucina e notò una strana scena: una persona con una specie di mantello nero era davanti alle tombe di Ralf e Roland ma, al posto di deporre dei fiori ai poveri defunti, stava mettendo dei funghi rossi con dei puntini bianchi. A prima vista Hendrik pensò che fosse la vecchietta misteriosa, ma poi osservandola meglio capì che non poteva essere lei: era alto circa un metro e settantacinque, a occhio un metro e settantasette, il telo lasciava intravvedere una borsa di cuoio maschile molto vecchia, forse fatta da un artigiano molti anni prima ed era abbastanza esile. Dopo averlo ispezionato bene sentì un rumore. L’ombra stava parlando a bassa voce. Nonostante quella strana presenza stesse parlando veramente a bassa voce, Hendrik capì che era un uomo dalla voce profonda e cupa; riuscì anche a capire alcune parole da cui ricostruì una frase: “Sei voi non foste stati degli impiccioni forse ora sareste ancora vivi. Voi sapevate cosa potevo fare ma volevate comunque essere dell spie. Volete vendicarvi lanciando delle maledizioni sperando che qualcuno scopra la verità!? Se è così siete proprio pazzi perché nessuno scoprirà mai niente e, per colpa vostra, vostra madre morirà in prigio..”. Quel signore aveva visto Hendrik.
Iniziò a correre ma inciampò nel suo mantello così se lo tolse. Aveva una camicia a righe e gli era caduto un fazzoletto di stoffa che solitamente usano i nonni. I pantaloni erano eleganti come le scarpe, ma comunque quel vecchio (aveva capito dai suoi capelli bianchi che era molto anziano) riusciva a correre molto velocemente tanto che Hendrik lo perse di vista dopo pochi secondi. Il ragazzino tutto sudato e con il fiatone si maledisse per non aver fatto atletica come gli aveva consigliato sua madre e si chiese come un signore di quell’età potesse correre così velocemente. Allora lanciò un sasso per terra per la rabbia ma, ricordandosi che era notte fonda, cercò di fare meno rumore possibile e andò verso le tombe di Ralf e Roland. Davanti alle due tombe c’era quella specie di mantello del vecchio. Lo raccolse e si accorse che era un cappotto nero realizzato molto probabilmente su misura con dei grandi bottoni neri e anche delle tasche. Dopo aver visto che non c’era nessuna traccia, lo ributtò violentemente per terra. Stava per calpestarlo quando sentì un rumore. Proveniva dalla giacca e sembrava una suoneria. All’interno di una delle tasche c’era infatti un indistruttibile nokia molto vecchio e un portafoglio. Il nokia squillò ancora per un po’ di secondi e poi il silenzio ricadde nel cimitero. Allora Hendrik cercò di sbloccare il vecchio telefono, ma non ci riuscì perché l’anziano signore aveva messo il pin. Allora prese il portafoglio e lo aprì: dentro c’erano delle carte fedeltà, un po’ di scontrini e delle foto. Nelle foto c’erano sempre due soggetti abbracciati: una ragazza e un ragazzo. Il ragazzo era poco più grande della ragazza ed indossava la vera. Aveva già visto il suo viso ma non si ricordava dove. Allora si ricordò: era il signor Schekman mentre la ragazza era la signora Seelos. Allora il ragazzo capì tutto: il padre di Ralf e Roland si era innamorato della Seelos e, essendo ricambiato, diventarono amanti. La madre dei due poveri bambini non si era accorta di niente ma Ralf e Roland si. Li avevano sorpresi mentre si stavano baciando quando in teoria su padre doveva andare a giocare a golf con dei suoi amici. Visto che il loro paesino era pieno di pettegolezzi non poteva permettersi che i due bambini raccontassero a sua moglie e poi a tutto il paese che aveva tradito sua moglie con la Seelos. Allora aveva deciso di togliere i funghi della moglie e di metterne altri al loro posto, ma velenosi. Voleva uccidere tutta la sua famiglia tranne se stesso ovviamente, ma purtroppo sua moglie restò viva. Questo in verità fu un bene per lui perché così incolparono lei e lui non sarebbe mai stato punito. Dopo aver scoperto questo, Hendrik corse subito da Frank e con una chiamata anonima costrinsero il signor Schekman a confessare tutto alla polizia. La madre di Ralf e Roland venne liberata e andò a vivere nella sua vecchia casa con la famiglia di Hendrik. A volte chiedeva a Ed di parlare con i suoi figli e parlava per ore piangeva e chiedeva perché suo marito fosse stato così crudele. Dopo un anno la poveretta si suicidò per raggiungere i propri figli in un posto migliore e lasciò la sua casa a Hendrik.

Irene Abbiati (cover)

2D Viola Bretholet

Nilla fu sorpresa di vedere la professoressa Martinelli uscire barcollando dal rovo, con Gullo attaccato alla sua gamba. Non aveva mai visto la sua professoressa, sempre vestita in modo elegante, con abiti malridotti e il corpo pieno di graffi. Nilla, sorpresa, le chiese: “Prof. Martinelli! Si sente bene?”. La professoressa rispose disorientata: “Dove mi trovo?” “E’ nel giardino di casa mia. Ma lei cosa ci fa qui?” Ci furono alcuni attimi di silenzio, mentre il debole buio che c’era inghiottiva Nilla che non aveva la più vaga idea di cosa stesse succedendo. La professoressa riprese il filo della conversazione, dicendo: “Non ricordo niente, ricordo solo una voce femminile molto brusca.” Nilla non capiva. Perché la sua professoressa si trovava vicino a casa sua a quell’ora? Purtroppo, la Martinelli non ricordava nulla. Nilla chiamò l’ambulanza che, arrivata, caricò la professoressa e la portò in ospedale per accertamenti. La ragazza seguì con gli occhi le luci dell’ambulanza che scomparivano nel buio. Era esterrefatta. La professoressa Martinelli aveva qualcosa a che fare con ciò che era accaduto in quella strana giornata? Per allontanarsi da quel contesto, stanca e frastornata, Nilla decise di andare a casa della nonna per tranquillizzarsi e aspettare lì l’arrivo della madre. Ovviamente portò con sé anche Gullo, non avrebbe mai potuto lasciarlo lì da solo. Arrivata a casa, fu accolta da Samuela, sorpresa e allo stesso tempo infastidita da quella visita inaspettata. Nilla salutò la nonna e, rendendosi conto di quanta fame avesse, andò in cucina, mentre Samuela tornava alle sue mansioni. Nilla aprì una vecchia credenza e, cercando qualcosa da mangiare, vide una strana boccetta. Incuriosita, la prese in mano e vide sull’etichetta un teschio disegnato: era sorpresa e, allo stesso tempo, confusa. All’improvviso si sentì toccar la schiena da qualcosa di molto affilato. Rimase pietrificata e la paura la divorò. “Piccola ficcanaso, se dirai qualcosa di ciò che hai appena visto, non sai cosa potrebbe succederti” disse una voce brusca dietro di lei. A quel punto Nilla ricordò le parole della professoressa Martinelli…. e unendo le informazioni, capì tutto: era Samuela che aveva ridotto la professoressa Martinelli in quello stato! La domanda era… perché? Nilla sentì il mondo crollarle addosso e cadde a terra, svenuta. La ragazza si risvegliò quando era ormai mattina. Accanto a lei c’era la madre, che le accarezzava la testa e, appena Nilla si riprese, le raccontò quello che era successo dal suo svenimento in poi. La polizia, non trovando Nilla in casa, era andata a cercarla nei dintorni e una pattuglia era andata a casa della nonna. Per fortuna aveva fatto irruzione in tempo e Nilla si era salvata! Samuela era stata portata in caserma per i primi interrogatori e ora si trovava in carcere. Nilla era senza parole, ancora non le erano chiari molti aspetti di quella assurda vicenda. La madre le diede da bere dell’acqua e le raccomandò di calmarsi. Poi riprese a raccontare.Il piano di Samuela era ben preciso: sterminare la famiglia Soriani per fare in modo che l’eredità di Ottavia andasse a lei. Si scoprì infatti che Ottavia aveva inserito nel suo testamento Samuela tra gli eredi. E per essere l’unica erede a ricevere il cospicuo patrimonio di Ottavia, Samuela aveva deciso di attuare il suo folle piano: sterminare la famiglia di Nilla, iniziando dalla nonna, somministrandole del veleno a piccole dosi. Nonostante fosse stato bencongegnato, il piano era miseramente fallito! Dopo un lungo interrogatorio, Samuela aveva infine ammesso le sue colpe. “Ma perché Marzia… ma perché la prof. Martinelli……” chiese stordita Nilla alla madre. Quando Nilla si calmò, la madre riprese il racconto. Samuela si era introdotta in casa prima di pranzo per attendere l’arrivo di Nilla e ucciderla, ma la prima ad entrare era stata Marzia, come da accordi presi con la madre, accordi di cui Samuela era all’oscuro. Per questo, appena Marzia era entrata in casa, la badante l’aveva aggredita, pensando fosse Nilla. Dopo una colluttazione, Samuela aveva dovuto uccidere Marzia, per farla tacere per sempre. La donna poi aveva nascosto il cadavere nel giardino sul retro ed era tornata dalla nonna per non destare sospetti. Ma al calar della sera era nuovamente andata a casa di Nilla per ucciderla. Era quasi arrivata, quando aveva incontrato la Professoressa Martinelli, che le aveva detto di voler parlare con Marzia a casa di Nilla per chiarire una questione legata al figlio. Samuela aveva in ogni modo cercato di dissuaderla ed era arrivata persino a spintonarla; nella caduta, Marzia aveva battuto la testa su una pietra e aveva così perso i sensi. Ormai il progetto di Samuela era completamente fallito, ma la donna non si era arresa. Con le chiavi, si era introdotta in casa di Nilla, usando la porta sul retro. Per cogliere di sorpresa la ragazza e farla spaventare, aveva tagliato un filo della luce e provocato un corto circuito. Ma Nilla, avendo sentito un rumore, era uscita di casa col cane prima che Samuela riuscisse ad aggredirla. La ragazza, avendo trovato il corpo privo di vita di Marzia, aveva chiamato la polizia. A quel punto a Samuela non era rimasto che tornare a casa di nascosto, senza farsi notare. Mai avrebbe pensato che Nilla sarebbe arrivata a tarda notte a casa della nonna e che avrebbe trovato il veleno nella credenza. Quando stava per ucciderla, era arrivata la polizia….Ascoltato tutto il racconto, Nilla scoppiò a piangere, la madre la consolò e dopo qualche ora arrivò a casa anche la sorella, che, informata, si era messa in cammino alle prime luci dell’alba. Il padre sarebbe arrivato l’indomani. Tutti insieme andarono a vivere in una nuova casa… ovviamente con la nonna!

Aurora Salvo(cover)