SCUOLA MEDIA EUGENIO COLORNI – MILANO

Due classi di prima media si sfidano in una prova di scrittura da “paura”.  Dopo la lettura di Fiori mortali di Cristina Brambilla le classi, divise in piccoli gruppi, si sono messe al lavoro per riscrivere il finale della storia e realizzare una nuova copertina del libro.
Dall’entusiasmo dei ragazzi e delle ragazze sono nati racconti belli e pieni di suspense e cover originali. Sono stati tutti bravi ma questi sono i lavori che meritano una segnalazione:

1D

G.SATTIN, M.BENINCASA, C.HANY, G.FILIPETTO, R.CIORAN

Con la scusa di dover lavare il vestito per il funerale di Aurelio, Rosa svegliò Carlo. Scesero in seminterrato per controllare Sandokan, ma era più sporco del solito, sembrava si fosse tuffato in uno stagno, aveva tutte le zampe e le orecchie viola. Intanto l’orafo, seduto sulla sua poltrona, rifletteva sul suo gatto perso mesi fa che usava per i suoi test. Nel frattempo Carlo andò a scuola, e lì davanti trovò un uomo che vendeva giornali. Carlo, incuriosito, ne comprò uno. Sul giornale erano riportate diverse notizie, ma una in particolare colpì Carlo: la scoperta di una nuova sostanza mortale ricavata dai fiori difficili da trovare in natura. Carlo ci pensò tutto il giorno, era un pensiero fisso, anche perchè le immagini riportate sul giornale gli erano familiari. Finite le lezioni, Carlo tornò a casa, scese in seminterrato per controllare Sandokan che non era per niente migliorato rispetto a quella mattina.
Rosa notò il comportamento di Carlo e gli disse di smetterla subito per non fare insospettire Irene. Nel frattempo l’orafo che aveva riparato la collana si presentò a casa di Irene ma, al suo posto, trovò Rosa.
Era tardo pomeriggio e Irene non vedeva l’ora di tornare a casa per provare la collana.
Rosa e Carlo, non essendo sicuri che la collana non fosse avvelenata, cercarono in ogni modo di non fargliela indossare.
Irene provò la collana e poi la mise nella scatola.
Nel frattempo Carlo scese nel seminterrato per dare da mangiare a Sandokan, ma lo trovò a terra.
All’inizio Carlo pensò che stesse dormendo, poi si avvicinò e capì che era svenuto. Lo disse subito a Rosa che lo portò subito dal veterinario, il quale gli diagnosticò una malattia mai vista, causata da un veleno.
Dopo qualche ora si svegliò, era ancora debole ma non aveva più le macchie viola, grazie ad un antidoto ricavato dal rosmarino. Arrivò il giorno, dello spettacolo alla Scala: l’orafo era circondato dalle luci, ma non del palco… della polizia!

Cover di Giorgio Guerriero

1F

E. ARNONE, F. AMBROSI, N. ISTRAILA, E. MANZELLI

Si sentì bussare alla porta, Rosa andò a vedere chi fosse. Un brivido la attraversò lungo la schiena, perchè i cardini di bronzo avevano appena cigolato, cosa che non era mai successa. L’orafo era davanti alla porta: sguardo penetrante, tenebroso, vitreo e anche un po’ attraente.
Anche il cane incuteva timore, aveva un’espressione strana: non lo si poteva fissare per poco più di un istante.
“Posso entrare?” domandò l’orafo con la sua voce asciutta e allo stesso tempo profonda. Rosa rimase colpita dal suo tono di voce; lo fissò per qualche secondo, rendendosi conto del suo fascino. L’uomo indossava un completo gessato di colore grigio scuro, con delle scarpe marroni.
Si toccò il cappello come gesto di saluto e ripetè la domanda fatta pochi secondi prima. Rosa annuì con un mezzo inchino, ancora pietrificata e con un filo di imbarazzo.
L’uomo entrò, portandosi dietro l’animale, che sembrava un robot con i suoi movimenti ripetuti e i suoi denti bianchissimi.
“Posso avere un bicchiere d’acqua?” chiese l’orafo con un tono di domanda ma allo stesso tempo deciso.
“S-sì, resti qui in sala da pranzo.” rispose Rosa balbettando.
Corse in cucina col cuore in gola pensando alla sua cittadina natale dove non c’erano matti che assassinavano le persone con i gioielli avvelenati. Compose il numero di Irene, che rispose dopo tanto tempo: “Cosa succede, Rosa?”
“C’è l’orafo della maggiolina in casa nostra! Cosa devo fare? E’ un assassino! Ho paura!”
“Calmati Rosa! Innanzitutto non è un assassino, ma una brava persona”
“No signora, questa volta la contraddico: quell’essere viscido e squamoso è a dieci metri da me e ha un cane che mi può azzannare da un momento all’altro. Ricapitolando, quello schifoso individuo prenderebbe in possesso la casa in un secondo!”
“Basta Rosa! Non è possibile che tu pensi che quell’uomo così gentile e cortese possa essere un criminale. Le voci che circolano sul suo conto non sono vere. Stai calma. Ciao.”
Rosa rimase imbambolata. In sottofondo sentì la voce dell’orafo che richiedeva impazientemente il suo bicchiere d’acqua.
“Arrivo!” rispose a voce alta. Aprì il rubinetto e le fece paura anche il rumore dell’acqua che scendeva da lì. Ritornò in cucina e, con gambe molli, lasciò il bicchiere tra le mani fredde come il ghiaccio del probabilissimo assassino a trenta centimetri da lei. Si sentì il suono della porta che veniva sbattuta: “Ancora?” sbraitò Rosa per il disappunto “Adesso chi è?”.
“Si calmi! Non siamo al circo!” urlò quasi l’orafo della maggiolina, molto arrabbiato con la domestica. Rosa aprì la porta e trovò una sorpresa: il giornalista molto suo amico: “Ah, ciao! Come stai?”
“Cosa c’è qui, la combriccola?” strepitò l’orefice, visibilmente furioso.
“Ti devo consegnare questa lettera per la tua amata padrona Irene.” disse il giornalista con tono calmo e amichevole. Rosa annuì e prese con la mano tremante e con il cuore a mille la busta che il suo amico le porgeva. Rosa provò a mettere la busta sul tavolo del soggiorno ma ad ogni passo che faceva si sentiva sempre più debole, capendo in che intrigo si era cacciata, perchè il suo amico non era vero, ma un complice dell’orafo. Questo fu il suo ultimo pensiero prima di collassare. Era stata avvelenata. Irene tornò a casa e vide la porta spalancata, chiedendosi il perchè. Piena di paura e di ansia chiamò a gran voce Rosa, ma senza risposta. Poi vide sul tavolo del soggiorno una lettera. La aprì e si sentì mancare il sangue nelle vene. Lesse quello che c’era scritto sulla lettera: “BUONA MORTE, IRENE. FIRMATO: L’ORAFO E IL GIORNALISTA” Irene si sentì mancare, diventava sempre più pallida. Esalò l’ultimo respiro prima di morire. Il veleno era rimasto sulla carta e Carlo era rimasto solo nella sua vita.

Cover di Agata Briozzo