SCUOLA SECONDARIA PANZACCHI – OZZANO EMILIA

Un percorso di lettura e scrittura con le classi prime dell’Istituto Panzacchi di Ozzano Emilia. La vittima, il colpevole, il movente… come creare la suspense e incollare il lettore alla pagina. Questi e molti altri sono gli ingredienti delle storie dei ragazzi e delle ragazze delle classi prime.

Questi sono i racconti segnalati:

Classe 1E

Viola Adversi, Raffaele Grosso, Andrea Baldissera, Christian Tosi

BALVIN CLOWN E LA FUGA DALL’HOTEL

Arrivati all’hotel Tommaso si accorse che non era come nella foto, anzi, era tutt’ altro. Era davvero inquietante! La scritta Hotel era storta con le luci quasi del tutto spente. Era grandissimo, le sue pareti erano grigie con delle strane macchie.
– E’ questo l’hotel? – chiese Billy con un tono abbastanza disperato.
Maggy, che era la più ottimista del gruppo, decise di entrare convincendo i ragazzi che l’interno sarebbe stato più bello dell’esterno.
Appena entrarono i ragazzi videro un grande uomo di fianco alla porta.
– Benvenuti – disse l’uomo.
Era enorme, occupava quasi del tutto la porta. La sua voce era profonda, sembrava quasi spaventosa. Era vestito elegante.
–  Buongiorno – dissero i ragazzi con un po’ di timore.
–  Buongiorno, io sono Frank, il portiere dell’hotel.
I ragazzi si incamminarono verso la reception per avere alcue informazioni sul loro soggiorno.
– Salve – disse l’uomo della reception – io sono William Robert Giulio.
Era un po’anziano, ma tuttavia sembrava molto amichevole. Aveva un completo rosso e oro con un simpatico cappello.
– Salve – risposero i ragazzi. – Qual è la nostra stanza? – chiese frettoloso Billy.
– La 312, la nostra stanza più bella – disse lui con un tono un po’ inquietante. I ragazzi si incamminarono verso la loro camera. Era al quinto piano.
–  Quante scale dobbiamo fare? – chiese stanco Tommaso.
–  Quelle che servono – rispose un po’ scocciata Maggy.
I tre amici arrivarono alla stanza. Era all’ultimo piano. Entrati, si accorsero che le sue pareti erano sporche e crepate.
– Fortuna che doveva essere la stanza più bella dell’hotel – disse Billy. I ragazzi un po’ spaventati e anche confusi cercarono su internet delle notizie sull’hotel. All’improvviso si sentì gridare Maggy.
–  Tutto bene ? – chiese Tommaso.
–  No – rispose lei spaventata. Aveva trovato una notizia che diceva che quell’hotel era abbandonato e che tutte le persone che c’erano state prima non erano mai più tornate indietro. In quel momento preciso il cielo si oscurò, si intravidero alcuni fulmini e si udirono i primi tuoni. Dal nulla si sentì il pianto agghiacciante e terrificante di una piccola bambina. I ragazzi spaventati chiamarono la reception. William Robert Giulio era terrorizzato come loro. Sentirono bussare alla porta. Tommaso era spaventato.
– La dobbiamo aprire? – chiese balbettando dalla paura. Si sentì una voce familiare che gli chiese di aprire la porta.
– E’ William Robert Giulio – spiegò Maggy. Billy aprì la porta. L’uomo della reception entrò. I ragazzi chiesero cosa stesse succedendo. William Robert Giulio disse che era confuso quanto loro. Improvvisamente, William uscì dalla stanza e scese le scale; i ragazzi lo seguirono per non rimanere da soli, ma dopo aver girato l’angolo lo persero. William Robert Giulio era scomparso. Arrivati alla hall i ragazzi corsero verso la porta per scappare, ma la porta era bloccata. Alle loro spalle si udirono delle voci terrificanti. Una di queste la conoscevano: era quella di Frank, l’altra non sapevano di chi fosse. I tre si girarono, c’erano due persone: una era Frank, l’altra era uno clown. Il clown era alto, anzi, altissimo. Aveva la faccia colorata di bianco, il naso rosso e un occhio verde e l’altro blu. Era vestito in modo elegante: aveva la camicia bianca, i pantaloni e la giacca blu e la cravatta rossa.
– Mi fa piacere di avervi qui – disse il clown. I ragazzi chiesero chi fosse.
– Io sono Balvin Clown – rispose, poi si mise a ridere; era una risata maligna. Frank aggiunse che era il proprietario dell’hotel. I tre amici presi dalla paura corsero immediatamente verso il piano di sopra per sfuggire al clown.
– Potete scappare finché volete, ma non riuscirete mai a sfuggirmi – gridò il clown con una voce molto minacciosa. Giunti al piano di sopra i ragazzi entrarono nella prima stanza che videro. Era la sala delle videocamere. Ce n’erano tantissime con alcuni schermi che permettevano di vedere tutto quello che succedeva nell’hotel. Nel centro della stanza c’era una sedia con sopra il cappello di William Robert Giulio. I ragazzi sentirono la voce del clown che si avvicinava. I tre scapparono a gambe levate cercando di sfuggire da Balvin. Arrivarono nella piscina dell’hotel. Le pareti avevano macchie di sangue e c’erano delle impronte rosse. Per terra era disteso il cadavere di William Robert Giulio sopra una grande striscia di sangue che portava fino ad una stanza buia. I ragazzi seguirono il sangue. Nel buio si vide un sorriso minaccioso ed un naso rosso. Avevano già capito chi fosse. I tre amici terrorizzati scapparono dal clown. Arrivati nella hall riprovarono a fuggire dall’hotel e questa volta ce la fecero. Usciti, presero il primo taxi che passava. Pensarono che finalmente ce l’avevano fatta, ma non sapevano che a guidare il taxi era proprio Balvin Clown…

 

Classe 1B

Gemma Bertocchi, Giovanni Cesanelli, Stella Gambino, Alice Ribani

UN MISTERO A VAPORE

Era una fredda mattina di settembre del 1942, quando il treno a vapore “Jacket Train” partiva per il lontano Edimburgo. Mary Cooper si trovava in prima classe, da sola, diretta a casa di sua madre. Il padre non l’aveva potuta accompagnare per lavoro o forse era una scusa per non rivedere l’ex moglie. Quando il treno partì, un fumo grigio uscì dalla locomotiva e avvolse la stazione ormai distante. Un ricco lord inglese si presentò davanti al suo scompartimento e disse: “Buongiorno signorina.” Mary rispose tranquillamente: “Buongiorno anche a lei.” Ad un certo punto arrivò il maggiordomo del lord, con una sinistra valigia di cuoio che Mary scrutò attentamente; poi gli chiese: “Signore dove posso metterla?” Il lord, preoccupato, guardando la ragazza, rispose: “La dia a me.” Senza nascondere la sua curiosità, Mary chiese cosa contenesse la valigia così importante da essere sigillata con un lucchetto. Il lord, turbato, rispose sgarbatamente: “Le signorine giovani come lei non dovrebbero intromettersi negli affari altrui!”
Alzandosi velocemente, il lord uscì dallo scompartimento seguito dal maggiordomo, lasciando Mary incuriosita e molto sospettosa. Dopo mezz’ora di viaggio si presentò davanti all’entrata dello scompartimento un nuovo passeggero: era una donna sulla quarantina, con un lungo abito color porpora, capelli ricci e biondi che facevano risaltare i suoi occhi blu. Mary la accolse e le chiese come si chiamasse; lei, sedendosi, rispose con un inconfondibile accento tedesco: “Io mi chiamo Adeline e lei signorina?” Mary, stavolta attenta a non offendere la nuova compagna di viaggio: “Io mi chiamo Mary, Mary Cooper”. E poi, ancora scossa per come se ne era andato il lord inglese, continuò: “Anche lei ha notato il signore appena uscito?” La ragazza, un po’ intimorita, rispose di sì. Nel pomeriggio inoltrato si sentì qualcuno urlare: “Non la passerai liscia!”
Quella sera tutti erano tranquilli nell’area ristorante quando improvvisamente si spensero le luci ed iniziarono a udirsi delle urla agghiaccianti. Poco dopo il treno si fermò con un fragoroso stridio. L’altoparlante annunciò con voce solenne: “Signore e signori, c’è stato un guasto e ci fermeremo qui”. Mary notò che la voce era alterata e diversa rispetto a quella che aveva annunciato la partenza, tutto ciò le era sospetto. Finalmente si riaccesero le luci, poi dalla cabina della locomotiva uscì un passeggero col volto rosso, come se avesse appena urlato. In quel momento il lord e il maggiordomo uscirono dalla stessa cabina urlando che c’era stato un omicidio; altri passeggeri allarmati iniziarono a gridare: “Chiamate la Polizia!”
Tutti si girarono verso il passeggero che aveva urlato contro il conducente, pensando subito che allo spegnimento delle luci ne avesse approfittato. Nel frattempo, nella confusione Mary si intrufolò nella cabina e vide il macchinista afflosciato sulla poltrona con la gola tagliata e gli occhi in su. Sconvolta per quella scena, le vennero quasi i conati di vomito. Che si sia suicidato? Come hanno fatto il maggiordomo e il lord a farsi sfuggire l’assassino se erano nella stessa cabina? Perchè un passeggero dovrebbe uccidere il conducente? Si era fatta notte, tutti stavano dormendo, ma non Mary, rapita dalle indagini sull’omicidio. Sentì un rumore sospetto e si affacciò alla porta dello scompartimento; con cautela seguì quei rumori, agghiaccianti scricchiolii di assi. Guardando per terra osservò una scia rossa che portava alla cabina del motore del treno. Mary, in punta di piedi, entrò. Le tremavano le gambe e una serie di brividi le salirono lungo la schiena. Dietro di lei la porta della seconda cabina si aprì; Mary si nascose e rimase ad osservare: dalla porta uscì il maggiordomo con un grande carrello, quello usato normalmente per trasportare il cibo per i passeggeri; sotto il carrello si intravvedeva qualcosa coperto da un telo bianco e Mary notò una gocciolina di sangue che scese lentamente sul pavimento. Seguì di soppiatto il maggiordomo, diretto alla fornace. Dopo un paio di minuti si sentì un altro urlo agghiacciante: “Il maggiordomo sta scappando!” Allora tutti i passeggeri si precipitarono fuori dal treno. Si sentirono echeggiare due spari. Tutti si misero a correre verso la direzione del suono. Appena giunsero trovarono il maggiordomo sdraiato per terra e i poliziotti che lo guardavano. Con le sue ultime forze il moribondo chiamò il capo della Polizia e gli disse: “Il colpevole è Adel…” Colpito dalla sua confessione all’ultimo respiro, il comandante intimò: “Consegnatemi i vostri documenti, subito!
“Solo uno coincideva con l’inizio del nome: Adeline Fischer. La donna fu costretta a confessare tutto, cominciando da un lontano passato in cui il conducente William aveva ucciso la figlia di Adeline in una rapina andata male. La donna fu condannata a 25 anni di carcere. Mary tornò a casa e abbracciò la madre, che le chiese come fosse andato il viaggio; lei rispose: “Nulla di emozionante…”

Classe 1A

Giacomo Martini

Omicidio al Vesuvio

CAPITOLO 1

Beatrice era in salotto di fianco a suo padre. Entrambi stavano leggendo dei libri, ma lei non capiva niente del suo: era come se quel testo fosse scritto in geroglifici, così prese il cellulare in mano. “Perché non vai al parco a fare un giro invece di stare sempre su quel cellulare che ti rovina la testa?” Beatrice ci andò, ma svogliatamente, solo per far contento il padre. Percorse qualche centinaio di metri quando i suoi occhi furono attratti dalle luci rosse e blu della polizia. Andò a dare un’occhiata davanti al bar Vesuvio, giusto per vedere se tutto andasse bene, ma quello che vide fu scioccante: sangue sangue e ancora sangue, e in mezzo un cadavere, ma non uno qualsiasi bensì quello del proprietario del bar, Stefano. Beatrice non esitò un attimo. Corse per tutto il paese, saltò canali, pozzanghere, prese tutte le scorciatoie di sua conoscenza e arrivò dal suo migliore amico, Roberto, per raccontargli il fatto.

CAPITOLO 2

Beatrice riuscì finalmente a raggiungere la casa di Roberto e suonò nervosamente il campanello. Aprì la porta sua madre: “Entra, cara, ho preparato i biscotti proprio ora”.
“No, grazie signora. Sono qui perché devo vedere subito Roberto” disse Beatrice.
“Oh, Roberto è andato da qualche parte insieme a Lucky”. Beatrice non ebbe bisogno neanche di chiedere dove si trovasse esattamente Roberto col suo cane, perché lo conosceva troppo bene: era andato sicuramente alla spiaggia! Rebecca arrivò che aveva il fiatone, ma la sua fatica fu ripagata, perché lo trovò proprio lì, su uno scoglio, mentre ammirava il mare cristallino. “Ciao, Be…” Non fece in tempo a finire la frase, che Beatrice gridò: “Hey, non c’è tempo di parlare, devi venire subito con me!” Roberto esitò un attimo, ma poi la seguì. Durante il tragitto Beatrice gli raccontò tutto quello che era successo, ma una volta arrivati sul luogo del delitto Roberto non riuscì ad avvicinarsi. Era terrorizzato quindi scappò nel vicolo a fianco del bar e Beatrice lo seguì.

CAPITOLO 3

Un poliziotto notò i due ragazzini e disse: “Non potete stare qui è! E’ vietato intralciare le indagini o avvicinarsi al bar!” Loro ribatterono all’unisono: “Ma noi vogliamo aiutarvi…” “Non se ne parla, tornate subito a casa!” I due se ne andarono, ma si guardarono negli occhi e dissero: “Ora tocca a noi!” Incominciarono a girare di casa in casa interrogando tutti gli abitanti del paese. Arrivarono anche a casa di Angela, la signora che faceva le pulizie al bar di Stefano. “Per caso hai visto qualcuno di sospetto vicino al bar oggi?”
“No, non sono andata a lavorare oggi”. Roberto vide una goccia di sudore calare sulla fronte di Angela, ma non ci fece troppo caso. Alla fine della giornata i due erano allo stremo. “Che grossa gatta da pelare!”, disse Roberto.”Eh, già, stiamo indagando da ore, girando di casa in casa e ancora niente, nessun indizio, nessun sospetto”, disse Roberto. “Sarà meglio tornarsene a casa!”

CAPITOLO 4

Dopo aver dormito, i due amici decisero di continuare a indagare e di non arrendersi. Nei giorni seguenti ogni giorno, dopo la scuola, continuarono a chiedere informazioni agli abitanti del paese, sperando di trovare qualcosa. Un mercoledì pomeriggio videro qualcosa di molto interessante: la polizia era davanti alla macelleria del paese. Gianni, Il macellaio, era a pancia in giù sul cofano della macchina, ammanettato. “Cosa ha fatto?” disse Beatrice. Il poliziotto ribatté: “Siamo quasi certi che sia stato lui ad uccidere Stefano, infatti ha lo stesso coltello usato per commettere il crimine: un Big size 24″.”Non ne sono così sicura”, sussurrò lei a Roberto e chiese di poterlo vedere. I poliziotti glielo permisero e, quando si allontanarono, Beatrice disse a Roberto: “Come pensavo! Quel coltello è un Big Size 25, non 24!”
“E tu come lo sai?”
“Mio nonno era un macellaio e mi ha insegnato a distinguere i vari tipi di coltelli. Non è stato Gianni! Ma chi può aver avuto interesse a ucciderlo? Chi ce l’aveva con lui?”

CAPITOLO 5

I due ragazzi decisero di andare a parlare con Carlo, il migliore amico di Stefano. Lo seguirono da casa sua fino al parco, dove si sedette su una panchina. Cominciarono a parlare del più e del meno, poi dissero: “Ha sentito che è stato arrestato il macellaio per l’omicidio del barista?””Sì, Stefano era un mio caro amico. Sono ancora scioccato e non so chi potesse avercela con lui a tal punto..”
“Qualcuno potrebbe averlo fatto per soldi? Chi erediterà il bar e le sue proprietà?” chiese Beatrice. “In effetti, tutti i suoi averi andranno alla sua sorellastra, Angela”.
“Davvero?! Angela è la sorellastra?” ripeté incredulo Roberto che guardò l’amica come a voler dire: “andiamo subito da lei”.

CAPITOLO 6

I due ragazzi si fiondarono a casa di Angela ed entrarono in giardino per trovare qualche indizio, ma Angela li vide e li minacciò: “Questa è la mia proprietà, quindi andate via subito altrimenti chiamo la polizia!”
“Salve, signora. Scusi tanto ma volevamo qualche altra informazione”.”Non so niente, andatevene subito!” Roberto, per la frustrazione, calciò una grossa pigna che finì in una cassetta di legno, producendo stranamente un rumore metallico.
“Come può essere?!” disse Rebecca. “Io non intendo arrendermi, tornerò stanotte ad indagare. Per me sta nascondendo qualcosa..” “Mi sembra una follia, forse è impazzita, Beatrice?!”
“No, sono solo determinata a scoprire l’assassino. O l’assassina, per meglio dire!”

CAPITOLO 7

Il giorno dopo Roberto si svegliò molto presto e uscì con Lucky per fare una passeggiata. Come sempre andò alla spiaggia, ma appena arrivato vide qualcosa di strano: c’era una sagoma. Che qualcuno avesse dormito proprio lì?Si avvicinò e riconobbe prima la giacca di Beatrice, poi tutto il resto. Beatrice era sdraiata a pancia in su con gli occhi rivolti verso il cielo e con un coltello piantato nel petto. Roberto corse via piangendo come non aveva mai fatto prima. Appena ebbe un attimo di lucidità si rianimò e andò alla polizia e raccontò tutto quello che era accaduto. La polizia, con un mandato, perquisì la casa e il giardino di Angela e trovò l’arma del delitto, proprio nella cassetta di legno che avevano visto lui e Beatrice, ancora insanguinata. Angela fu arrestata e condannata all’ergastolo per i due omicidi. Roberto, quando lo seppe, pensò che era stata fatta giustizia, ma parziale perché nessuno avrebbe potuto far tornare in vita la sua cara amica.

Classe 1C

Greta Franceschi, Ginevra Chiara Genova, Hiba Hamim, Riccardo Ferrari,

Dei piccoli investigatori

Era una mattina particolare quella… era il primo giorno di scuola media! La sveglia suonò e Jane, molto assonnata, si alzò dal letto, scese le scale e arrivò al tavolo dove erano tutti riuniti per la colazione. Jane salutò tutti e si mise a bere la sua calda tazza di latte. La mamma, sempre di fretta, cercava di continuo delle cose da mettere dentro la borsa (che ormai pesava 200 kg) nel caso in cui “potessero servire”. Papà leggeva il giornale tranquillamente mentre la piccola Kate, sua sorella, strillava ininterrottamente. Il fratello maggiore, Jake, non parlava e pensava che, purtroppo, doveva ricominciare la scuola (terzo anno di superiori). Prima di uscire di casa, sua mamma le fece le solite mille domande, del tipo: «Hai preso la merenda? La borraccia? L’astuccio?… » Jane arrivò a scuola ed entrò nella sua nuova classe. Lei non conosceva nessuno, a parte il suo amico Richard. Il primo giorno conobbe altri compagni: Massimo era gentile e amichevole; Leonardo, il bullo della scuola, non le stava inizialmente tanto simpatico. Jane conosceva già Richard ed entrambi si erano trasferiti in Italia da poco, ma avevano già imparato l’italiano grazie ai parenti in Italia che andavano a trovare nelle vacanze.

TRE MESI DOPO

La campana suonò e i ragazzi uscirono da scuola, per fare un pranzo in compagnia; decisero di andare al parco a mangiare i panini. Il pomeriggio passò velocemente e Massimo si allontanò dal gruppo dicendo «Devo tornare a casa… sono in ritardo». Massimo si incamminò verso casa e appena girò l’angolo i ragazzi sentirono un rumore, «crash», si spaventarono e corsero verso l’amico… ma non c’era! Rimasero a bocca aperta e avevano paura, molta paura. Si preoccuparono e rimasero paralizzati. Il sudore scendeva lungo i loro corpi e le goccioline sulla fronte luccicavano. Erano nel panico e non sapevano cosa fare, vedevano tutto buio. «Ma cosa è successo? Che cos’era quel rumore? dov’è Massimo?» Si incamminarono verso casa di Massimo per informare la famiglia dell’ accaduto.  Arrivarono davanti al cancello e suonarono il campanello. Gli aprirono i genitori di Massimo e perplessi gli chiesero «Ma dov’è Massimo?» I ragazzi risposero  che mentre l’amico si incamminava verso casa, avevano sentito uno strano rumore, poi Massimo era sparito come nel nulla. I genitori, spaventati, decisero di andare a controllare fuori con i ragazzi.   Una volta arrivati al parco, raccontarono puntigliosamente come era avvenuta la vicenda. Subito dopo chiamarono la polizia. Dopo cinque minuti arrivò la polizia e delimitò l’area con il solito nastro giallo e nero. Usciti da scuola, il giorno dopo, i ragazzi si misero all’opera per indagare. Il gruppo era formato da Jane, Richard e, stranamente, anche Leonardo. Sul vialetto, dove avevano sentito il rumore, trovarono delle chiavi con una targhetta, con su scritto “Ristorante da Fabio”. Era un ristorante molto conosciuto lì vicino, con molto personale, quindi, con molti sospettati. Corsero al ristorante e chiesero al cassiere «Ieri alle 12:30 mancava del personale?» Il cassiere, aggrottando le sopracciglia rispose di sì a bassa voce. I ragazzi si guardarono l’uno con l’altro e chiesero in coro «Chi? Possiamo sapere il nome?» «Un ragazzo assunto da poco che si chiama Luca, abita nella casa gialla qui a fianco» Non chiesero più niente e andarono a casa di Jane a pensare. Leonardo, Richard e Jane non dissero una parola e nel silenzio pensavano… Jane esclamò «La famiglia di Massimo e questo ragazzo di nome Luca si potrebbero conoscere». Gli altri ragazzi non risposero ma annuirono lentamente. Richard disse «Proviamo ad andare nella casa gialla di fianco al ristorante a sentire cosa dice questo Luca». Quando arrivavano alla casa cercarono il nome Luca e quando lo trovarono suonarono il campanello. Prima che Luca aprisse passò qualche secondo e sentirono degli strani rumori provenire dall’interno della casa. Un ragazzo si affacciò alla finestra e guardò i ragazzi perplesso. Poi senza dire una parola chiuse la finestra e li fece entrare. Quando entrarono nella casa camminarono silenziosi lungo le scale e ad un certo punto incontrarono Luca sull’uscio che li accolse dentro l’appartamento. I ragazzi lo salutarono e subito lui disse: «Ciao bambini… perché siete venuti qui da me? Io non vi conosco, voi conoscete me?»
Leonardo raccontò accuratamente la storia di Massimo e che loro erano molto preoccupati. Luca disse con una voce gentile e amichevole: «Se volete vi posso aiutare a risolvere questo caso.» Jane, un po’ impaurita, pensò ad una scusa per abbandonare in fretta la casa: «Scusi signore ma noi dobbiamo tornare a casa prima che faccia buio.» Poi uscirono, ma Jane notò una porta particolare chiusa con un lucchetto… Quando furono usciti, Jane raccontò quello che aveva visto dentro la casa di Luca. Leonardo e Richard invece credevano che Luca fosse una buonissima persona. Il giorno seguente di mattina alle 10:00 suonò il campanello a casa di Jane che andò ad aprire la porta e vide Luca, che sorrideva in modo inquietante. Luca gli disse che aveva indagato e aveva un sospetto: il vicino di casa di Massimo che si chiamava Gianfranco. Jane rimase sorpresa, anche se sotto sotto non ci credeva neanche un po’. Poi andò a chiamare gli altri due amici e si avviarono verso la casa di Gianfranco. Appena arrivati suonarono  il campanello più volte, ma nessuno rispose. Poi Luca chiese «Volete venire da me per fare un aperitivo? Io ho abbastanza fame». I ragazzi annuirono e lo seguirono verso casa sua. Entrati, Luca andò in bagno per lavarsi le mani prima di preparare qualcosa e i ragazzi trovarono una chiave sul tavolo della cucina, poi guardarono attentamente il lucchetto alla porta e provarono ad aprirla. Prima di fare questo, però, Jane prese il telefonino con la mano tremante e incominciò a filmare. L’ansia saliva a tutti e con grande paura si avvicinarono lentamente alla porta chiusa con il lucchetto. A Jane batteva il cuore a mille e aveva dei brividi lungo la schiena continui. Appena riuscirono ad aprire la porta trovarono l’amico stanco e affamato, distrutto come non l’avevano mai visto. Per pochi secondi rimasero a guardarsi, increduli. Poi sentirono i passi di Luca tornare dal bagno chiedendo «Ma cosa sta succedendo? Tutto a posto? Qualche problema?» Cercarono di alzare l’amico senza forze e scesero dalle scale velocemente. Corsero a casa di Jane senza aspettare un minuto di più. Mentre correvano Jane chiamò la polizia: «Polizia abbiamo trovato il nostro amico Massimo, il ragazzo sparito pochi giorni fa, ho le prove di chi è stato, venite subito!» Appena arrivati a casa lasciarono Massimo a riposare mentre loro andarono nel parco per parlare con la polizia. Dopo aver chiarito la situazione, i poliziotti si incamminarono verso casa di Luca. Scoprirono che Luca aveva avuto dei conflitti con i genitori di Massimo in passato e che, per questo motivo, aveva accumulato molta rabbia nei loro confronti. Quando Luca andò ad abitare vicino a loro, decise di vendicarsi. Si trovò un lavoro al ristorante da Fabio e organizzò il rapimento di Massimo. Purtroppo per lui,  gli caddero le chiavi del ristorante e grazie a questo indizio i tre ragazzi risolsero il caso: come dei piccoli investigatori.

Classe 1F

Adele Lenzi, Federico Bartoli, Andrea Iannelli, Rebecca Baldin.

Villa Sharma

Cat Seller, come ogni mattina, attraversava a piedi i sette isolati che la separavano da scuola. Passò davanti alla villa del terzo isolato e lesse la targa lucida d’ottone fissata sul cancello: “Villa Sharma”. Leggendo quel nome, vide la sua immagine riflessa sul cartello lucido: aveva occhi che sembravano cambiare colore come un caleidoscopio dal castano al blu e capelli rossicci legati in una coda di cavallo. Indossava la sua divisa scolastica nera con lo stemma della “Brixton”, la scuola in cui andava. Ai piedi portava le sue scarpe Nike blu scuro e nero e dei calzini bianchi. Distolse lo sguardo dal cartello metallico e fissò la villa che aveva davanti: era una villa a tre piani rossa con molte finestre e un cortile enorme pieno di cespugli e ciliegi in fiore. Proprio il tipo di casa che Cat avrebbe desiderato. Sotto il portico della villa c’era un uomo alto e pettinato alla perfezione: il signor Covlosky. Aveva indosso un completo nero da lavoro e una bombetta dello stesso colore. “L’uomo più serio del mondo!” pensò Cat. Guardò l’orologio e si accorse di essere in ritardo per entrare a scuola, così si mise a correre e riuscì ad andare in classe al pelo. Cinque ore dopo uscì dalla scuola di malumore pensando al cinque che aveva preso nella verifica di matematica. Tornando a casa passò di nuovo davanti alla Villa Sharma, si aspettava di trovare il signor Covlosky nel giardino a giocare con sua figlia Melany come tutti i giorni, ma non era lì; anzi sembrava che in casa ci fosse stata la seconda guerra mondiale: le finestre erano scardinate e i vetri spaccati, qua e là sulle pareti c’erano fori rotondi che assomigliavano a spari di pistola. In giardino un ciliegio era caduto sul cancello rendendolo inapribile. Cat ripensò a tutti i film horror che aveva guardato e sentì un brivido salirle lungo la spina dorsale. Senza riflettere scavalcò il cancello (rovinandosi la divisa nuova) e si avviò verso la porta d’ingresso. Stava per bussare quando la porta le crollò addosso. Riuscì a schivarla per un soffio, poi entrò. Il salotto principale era completamente ribaltato: le sedie e il divano erano rotti come se fossero stati calpestati da un elefante, la moquette era sporca e stracciata, uno specchio enorme ridotto in pezzi e dei libri sparsi per terra. La cosa che la sorprese di più fu quella di trovarsi davanti un cadavere disteso sul pavimento con un foro rotondo sulla fronte. A malincuore Cat sapeva a chi apparteneva: al signor Covlosky. Cat ebbe un tuffo al cuore, ma prima che si rendesse conto di ciò che era successo un coltello le volò davanti agli occhi con una tale precisione che, se non si fosse abbassata, le avrebbe cavato un occhio, ma per fortuna le fece solo un taglio non troppo grande sulla guancia destra. D’istinto lo raccolse e si diresse nella direzione da dove era stato lanciato, cioè da dietro una libreria scura caduta che, però, sembrava avere qualcuno sotto. “Non ti avvicinare!” disse una persona con un filo di voce. Cat continuò a camminare molto lentamente. “Non ti muovere!” continuò il sussurratore con una nota di paura nella voce, che si spense non appena vide Cat, che riconobbe subito quel viso trascurato: Melany Gaia Covlosky. Aveva occhi verde acceso e capelli scuri come una roccia vulcanica. La sua pelle era chiara e sporca di schizzi di sangue e tagli sparsi ovunque. Era nascosta dietro una poltrona mezza-scassata e teneva un coltello da cucina piuttosto pericoloso in mano, ma lo abbassò subito non appena vide Cat. “Cat?!” disse Melany abbassando il coltello “Che ci fai qui?!” Ma prima che Cat potesse rispondere Melany continuò a parlare “Sai una cosa, le domande a dopo. Ora andiamo… a casa tua. È più sicuro.” Detto questo, Melany si alzò e si incamminò verso la porta con Cat che la seguiva da dietro. Insieme attraversarono gli isolati restanti per arrivare alla casa di Cat. L’appartamento era decisamente in disordine con ogni genere di oggetto sparso sul il pavimento: libri, fogli di carta, stracci e confezioni di cracker non ancora aperte.
“Cat sei tu?!” urlò una voce dalla cucina. “Sì, sono sempre io, vai tranquilla!” rispose Cat che si mise a salire le scale per arrivare al secondo piano della casa con Melany che le correva dietro. In seguito Cat si diresse verso una porta in fondo al corridoio. La porta era scura e aveva milioni di post-it con su scritto frasi incoraggianti, ad esempio “CREDI IN TE”, ma prima che Melany riuscisse a leggerne altri, Cat la aprì. Dentro quella piccola stanza c’erano solo e soltanto: un letto, un armadio bianco, due o tre mensole cariche di libri e una scrivania nera piuttosto in disordine. Cat e Melany si sedettero sul letto: “Da dove iniziamo.” Melany a queste parole tirò fuori una piccola macchina fotografica blu e le mostrò una foto sfuocata di un furgone scuro con un lobo esagonale con su scritto: “IXEL”.
“Di indagini, ne servono meno di quanto avevo previsto.” continuò Melany “Mio papà mi ha spiegato tutto.”
“Tutto cosa?” chiese Cat con aria di impazienza. “Mio padre ha lavorato per l’IXEL per sette anni, lui lavorava nel settore delle malattie: faceva delle ricerche per trovare nuove cure per il cancro; ma un giorno scoprì una formula chimica che…… ti rendeva invisibile. Così gli uomini della IXEL sono venuti a ucciderlo.”
Melany aveva il viso rigato dalle lacrime, ma andò avanti “Il mio piano è questo: il primo campione del siero è conservato nella stanza 766 al 14esimo piano dell’Istituto della IXEL. Distruggiamo quello e abbiamo vinto. Tra tre giorni ti aspetto davanti a casa mia alle 22:00 di notte. Ci introdurremo nell’IXEL.” e detto questo si alzò e si avviò verso la porta. Cat si distese sul letto con una domanda che le ronzava in testa: “Vinceranno gli uomini dell’IXEL …. o noi?” e si addormentò, ma poche ore dopo si svegliò sentendo l’urlo di una ragazza. Improvvisamente la porta della stanza si spalancò ed entrò la sorella di Cat, Dory. “Cat hai sentito? Cos’era quello?!” le chiese Dory.
“Sì, sto bene, l’ho sentito anch’io.” rispose Cat. Ma poi pensò che la voce di quell’urlo era molto simile a quella di Melany e così pensò di andare a cercarla una volta che Dory se ne fosse andata. “Torno a dormire, buonanotte” disse Dory andandosene via. Una volta chiusa la porta, Cat si mise le scarpe e uscì dalla finestra per andare a controllare Villa Sharma. Scavalcò di nuovo il cancello e si diresse verso l’entrata. Ma prima di entrare vide delle macchie di sangue sulla porta caduta e diresse lo sguardo verso il giardino e notò una figura scura sdraiata sul prato. Si avvicinò e si accorse che era Melany. Stava piangendo rumorosamente e aveva un taglio molto profondo sulla mano destra.
“Ma che ti sei fatta alla mano?!” le chiese Cat urlando per lo spavento. La aiutò ad alzarsi e la portò in casa per medicarla. “Ero in casa e ho visto un’ombra muoversi dietro la finestra, stavo indietreggiando e sono inciampata su una catasta di libri, poi per rialzarmi mi sono aggrappata al tavolo senza sapere che c’era un coltello. Ma stranamente non avevo mai poggiato lì quel coltello.” rispose Melany. Cat stava per farle un’altra domanda, quando sentì un rumore provenire dal giardino. Si voltò e vide una persona incappucciata scavalcare il cancello facendo cadere un biglietto e poi correre via. Melany si precipitò a raccogliere il post-it e lo lesse ad alta voce: “LA CHIAVE E’ SOTTO DI VOI.”
“Che cosa significa?” chiese Melany a Cat. “Non lo so” rispose Cat appoggiandosi alla libreria. Ma in quel preciso istante sentì un rumore di ingranaggi che si muovevano e la libreria cominciò a spostarsi rivelando un tunnel sotterraneo pieno di ragni. Cat si avvicinò e notò un cartello di metallo arrugginito con scritto “PASSAGGIO SEGRETO IXEL.” Prima che Cat potesse decidere, Melany si avviò verso il tunnel con uno zaino e una torcia e le chiese: “Vieni o no?” “Ma secondo te! Ovvio che vengo!” rispose Cat correndole dietro. Mentre camminavano, Cat sentì degli squittii e il rumore di insetti che si muovevano, ma la cosa che la terrorizzava di più era il fatto che quel passaggio era pieno di ragnatele e perciò di ragni. Le tornò in mente quella volta in cui, quando aveva sei anni, un ragno si era arrampicato sulla sua mano. Lei si era messa a urlare e a piangere allo stesso tempo finché la sua defunta mamma non glielo aveva levato di dosso. In quel preciso momento aveva capito di essere aracnofobica. Il pensiero di sua madre le fece ritornare in testa il giorno in cui era morta, il giorno in cui era stata investita. Ricordò che suo padre se n’era andato via pochi giorni dopo per la disperazione e aveva lasciato Dory e lei in un orfanotrofio. Quando sua sorella aveva compiuto 18, insieme erano tornate a vivere nella loro vecchia casa e Dory aveva cominciato a lavorare come impiegata. Ora la sua vita era tornata quasi del tutto normale. Distolse il pensiero dai suoi ricordi, quando sentì una voce provenire dal fondo del tunnel. Melany si bloccò di colpo e disse: “Riconosco questa voce! È la voce di mio padre.” Poi si mise a correre seguendo il sussurro con Cat che la seguiva, fino ad arrivare davanti ad un piccolo registratore caduto per terra. “Giorno 365, sono a un passo da scoprire la formula chimica del siero CP-2Z. Devo ricordarmi di far disinfestare il tunnel: è pieno di scarafaggi.” continuò la voce proveniente dalla cassetta. “Nessuno a parte me sa della mia ricerca, ma se dovessero scoprirlo, per me sarebbe la fine. Anche se non volevo, ho nascosto la verità a mia figlia Melany, ma nonostante le difficoltà ho continuato le mie ricerche e ho scoperto che la formula inversa per distruggere il CP-2Z è…” ma prima che potesse finire la frase il registratore si spense del tutto. Melany si mise in tasca il registratore e disse a Cat: “Scopriremo di più quando avremo le batterie cariche. Per ora proseguiamo, non è sicuro fermarsi qui. Ormai manca poco all’arrivo.” Infatti pochi minuti dopo arrivarono davanti a una porta su cui era scritto: “INGRESSO 2”. Cat si avvicinò e l’ aprì: c’era l’entrata di un condotto di aerazione di fianco a delle scale. Melany aprì la grata e vi si infilò dentro con Cat che la seguiva. Il condotto era piccolo e stretto, tanto che le due ragazze dovettero strisciare per potersi muovere. Cat andava veloce e a testa bassa per paura di vedere dei ragni. Ogni tanto il condotto si fermava e si dirigeva verso l’alto per arrivare al piano successivo, questo purtroppo non facilitava la missione delle due ragazze. Dopo qualche minuto Melany si bloccò davanti a un’altra grata e sussurrò a Cat: “Ci siamo. Questa è la stanza 766 al 14esimo piano.”Prima che potesse finire di parlare, il registratore nella sua tasca si mise a parlare: “…. farlo esplodere usando una bomba a mano della II guerra mondiale…” e si spense. Cat sbirciò oltre la grata e vide una stanza con le pareti bianche e una teca di vetro posta al centro, contenente un contenitore di plastica con dentro del liquido azzurro. Chiese a Melany con aria di impazienza: “E adesso dove la troviamo un bomba a mano della II guerra mondiale?!”A quel punto Melany prese lo zaino e ne tirò fuori una identica. “Ce l’ho io. Un souvenir da mio nonno: è stato in guerra. Questo è il mio  piano: io conto fino a 10 poi tu apri la grata, io innesco la bomba e la butto. Dopo che lo innescata avremo 20 secondi per scappare.” Subito dopo Cat aprì la grata e Melany cominciò a contare: “…9…10!” e poi gettò la bomba. Immediatamente Cat e Melany si misero a strisciare per ritornare all’ingresso 2 alla velocità della luce. A metà strada sentirono un rumore di esplosione e il condotto tremò. Quando uscirono dal condotto il terreno tremò e la galleria si mise a crollare e le due ragazze si misero a correre per arrivare alla libreria. Quando tornarono in casa, con il fiatone, una frana chiuse il passaggio alle loro spalle. Cat urlò vittoriosa: “Ce l’abbiamo fatta!!!!!!!!” e si mise ad abbracciare Melany, che però non sembrava avere aria molto felice. Quando Cat la liberò dalla stretta dell’abbraccio lei le confessò: “Visto che ora mio padre non c’è più andrò a stare da mia a…Los Angeles. Purtroppo non potremmo più rivederci. Sei stata una grande compagna di avventure.” Detto questo uscì dalla porta d’ingresso e scomparve. A quel punto Cat corse verso la porta sperando di scorgere Melany uscire dal cancello, ma non la vide, anzi non l’avrebbe mai più rivista. Dopo qualche secondo di riflessione scavalcò il cancello e si diresse verso casa sua. Da quel momento non fu più la stessa.

Classe 1D

PENELOPE BELLONI, RAFFAELLA DE ANGELIS, ELENA NEGRI, LUCA SCAPPAVIVA

L’omicidio perfetto

James, un ragazzo molto coraggioso, ma imbranato sognava da sempre di essere un poliziotto. Sin da bambino amava investigare. Quando diventò grande lo assunsero come poliziotto e per molti anni a New York non successe niente di particolare. Nel 2022, nel quartiere Jombrè, cominciarono a vedersi avvenimenti molto sospetti: venne infatti assassinato il farmacista Kelvin Falt. James, di sua iniziativa, decise di investigare. Inizialmente prese informazioni sugli abitanti. I più sospetti erano: Jerome, un uomo alto e grosso; George, che era il signore più anziano del quartiere. Lui era molto sospetto perché non si vedeva uscire da anni e la sua casa aveva sempre le tapparelle abbassate. Infine c’era la signora Mallozzi, non molto conosciuta, perché si era trasferita lì da poco. James andò al quartiere e cercò le case di questi tre individui. Andò da George e quando entrò vide tanta spazzatura per terra; camminando in mezzo allo sporco notò dei foglietti su cui erano scritti i dati di altre persone del quartiere. Cercò anche nelle altre stanze, ma niente, allora uscì. Andò poi nella casa di Jerome. Lì trovò una corda. Disse che gli serviva per lavorare. Era una casa oscura e scricchiolava il pavimento. Lui era il più sospetto di tutti, quindi James lo tenne d’occhio. Mentre scriveva quel che aveva visto su un taccuino, inciampò e cadde. Una persona in moto si avvicinò, gli rubò il quaderno degli appunti e scappò. Improvvisamente, mentre era ancora a terra a cercare di rendersi conto di quel che gli era successo, dalla casa vicina uscì una donna, la signora Mallozzi. Fu molto gentile, gli offrì dei biscotti. Nella stanza accanto alla cucina si sentiva della musica. Uscì una ragazza esile e magra. “E’ mia figlia Emily, studia danza classica”, disse con orgoglio. “Davvero in gamba sua figlia, signora Mallozzi. Complimenti!”, ribatté James. “Ora mi scusi, ma devo proprio andare”. Allontanandosi ringraziò quella signora che era stata così gentile con lui. Il giorno dopo disse al commissario: “Scusi per non averglielo detto prima, ma io ho iniziato a investigare sui casi di omicidio del quartiere Jombrè, posso spiegarle?”. Il commissario rispose: “Poteva almeno avvertirmi! Spieghi e vedremo cosa avrà da dirmi!”. James gli raccontò tutto, compreso il suo incontro con la signora Mallozzi che lo aveva aiutato. Allora il commissario borbottò: “Per fortuna ci sono ancora persone gentili al mondo…Comunque grazie James per avermi informato. Domani metteremo le telecamere in tutte le vie e lo troveremo quel maledetto assassino!”
Dopo dei giorni, controllando le immagini, videro una sagoma che camminava di notte sui tetti e dopo un po’ spariva velocemente, entrando nei camini. Videro anche un furgone tutto nero che sostava ai bordi della strada. La sera successiva James andò a perquisirlo. All’interno non c’era nessuno, soltanto un computer. In un file scoprì gli stessi dati degli abitanti del quartiere che aveva visto scritti nei foglietti a casa di George. Improvvisamente disse al commissario: “Dobbiamo parlare con lui, presto! Potrebbe essere l’assassino!” Fu portato in commissariato e James lo interrogò a lungo, finché capì di aver interpretato male quell’indizio. George, infatti, gli spiegò che aveva questi dati perché era un ex poliziotto. Era sua abitudine conservare le informazioni sulle persone. Allora tornò al furgone cercando altre prove e sotto un sedile trovò una giacca arrotolata. In una tasca interna sulla stoffa vide scritto il nome di Jerome. L’assassino era certamente lui! Trovarono anche la corda nascosta nel baule. Lo arrestarono immediatamente. Dopo l’interrogatorio, però, capirono che non era lui il killer, perché era claustrofobico e mai si sarebbe introdotto nei camini. Inoltre non aveva la corporatura adatta: robusto com’era non avrebbe mai potuto entrare nella canna fumaria di un camino. Jerome se ne tornò a casa, i sospetti su di lui però non finirono. Infatti, dalle telecamere, dopo dei giorni, James vide Jerome che entrava nel furgone con qualcuno. La figura accanto a lui era esile, coperta da un mantello nero. Il viso non si vedeva. Chi poteva essere? James e il commissario decisero di avvicinarsi al furgone. Videro dal finestrino che stavano scegliendo sul computer la prossima vittima, cercavano l’indirizzo. Era questione di poche ore e ci sarebbe stato l’ennesimo omicidio. Improvvisamente James e il commissario decisero di agire. Aprirono lo sportello e smascherarono gli assassini: uno era proprio Jerom, l’altro era…Emily, la ballerina, la figlia della signora Mallozzi! Quando la ammanettarono si mise a piangere. Ma perché aveva ucciso tutte quelle persone? Quando la interrogarono lei rispose tra le lacrime: “Erano i miei vecchi compagni delle superiori che mi prendevano sempre in giro per il mio aspetto fisico. Ho sbagliato, lo so, a volermi vendicare, ma ero molto arrabbiata con loro”. James le rispose: “Ora capisco, Jerome ti aiutava tenendoti con la corda mentre tu entravi attraverso il camino nelle case delle vittime. Tu non li dovevi ascoltare, Emily, o magari dovevi parlarne con qualcuno delle loro prese in giro. Sicuramente ti avrebbero aiutata. Adesso invece dovrai andare in prigione. Non bisogna mai farsi giustizia da soli”. Emily e Jerome furono arrestati e James diventò commissario.