Una notte da brivido

Una lunghissima notte di Annalisa Strada è il libro scelto dai ragazzi e dalle ragazze dell’Istituto Comprensivo San Teodoro di Genova per un bel lavoro di gruppo.Dopo l’incontro con l’autrice e il laboratorio di scrittura del giallo tenuto dall’editore,  i ragazzi e le ragazze hanno riscritto il finale del romanzo.

Questo è il lavoro segnalato:

Aurora, Hope, Margherita, Ilaria – 2E

Sentii un rumore provenire dai cespugli e cominciai ad allontanarmi lentamente con Gullo al guinzaglio. Una figura scura che non riuscii ad identificare iniziò ad avvicinarsi sempre di più, fino a quando la vidi in faccia, grazie alla luce del lampione. Mia madre sobbalzò e con uno sguardo molto serio mi chiese: <<Cosa ci fai qua a quest’ora?!>>
<<Sto portando fuori il cane, tu invece?>>
<<Niente, stavo solo cercando la monetina che mi è caduta>>
Un po’ perplessa la guardai da capo a piedi e mi regalò un sorriso che ricambiai, ma mentre si alzava da terra vidi una macchia di sangue sui suoi pantaloni e con gli occhi a palla e la voce a tono basso le chiesi:<<Mamma, tutto bene? Ti sei fatta male?>>
Lei inarcò le sopracciglia come se non avesse capito, allora le indicai la sua gamba ferita e lei capì.
<<Amore, nell’abbassarmi ho battuto su una pietra e ho iniziato a sanguinare, ma non me ne ero nemmeno accorta>>
Mi abbassai per aiutarla tendendole la mano e lei mi tese la sua, ma dalla tasca uscì una cosa inaspettata: un coltello. Un coltello che avevo già visto da qualche parte, ma non ricordavo dove. Aveva il manico nero come la pece, ma era pulito; non c’era nessuna traccia di sangue.
Ci guardammo dritte in faccia, la sua divenne paonazza.
Lo raccolse velocemente, mentre io di colpo mi alzai. Provò a dire qualcosa, ma non volevo sentire spiegazioni. Si mise in piedi e solo in quel momento notai un livido sul collo; sembrava fosse stata picchiata e allora decisi di abbracciarla.
Stavamo per andarcene, ma ad un certo punto esclamò:
<<Ma il cane??>>
Mi accorsi di averlo perso, ma per fortuna iniziò ad abbaiare: era vicino al capanno degli attrezzi.
<<Vado a prenderlo io, lì è tutto buio>> mi disse mia madre.
<<Tranquilla mamma, ci metto due secondi>>
Mi avviai e notai la luce accesa, quindi aprii la porta per spegnerla e la vidi.
Vidi Marzia sdraiata per terra. Dai miei occhi iniziarono a scendere delle lacrime che mi rigavano la faccia.
Ecco dove avevo già visto il coltello: era tra gli attrezzi da lavoro!
Sentii un rumore, mi voltai ed era mia madre che mi attendeva fuori.
<<Mamma? Cos’è successo? Perchè?>>
<<Ti spiegherò tutto, ma ora non posso, andiamo?>>
<<No, hai ucciso una persona. Perchè?>>
<<Non posso spiegarti>>
<<Ok, allora lo dirò alla polizia>>
<<Non puoi farlo, sono tua madre>>
<<Si invece>>
<<Con chi andrai a vivere? Chi baderà a te?>>
Ci ragionai su ed era vero: papà era via, come mia sorella, e la nonna non potrebbe mai, allora mi limitai a seguirla per tornare in casa.
<<Ora mi racconti?>>
<<Va bene. La tua babysitter aveva iniziato a frequentare persone non molto belle, di cui conoscevo madri e padri, anche loro molto aggressivi. Loro sono venuti da me, minacciando di uccidere te e dicendo che se avessi ucciso Marzia non l’avrebbero fatto. Ero confusa e non sapevo cosa fare, non stavo ragionando con la mia testa>> si fermò un istante, per poi riprendere: <<Quindi la chiamai per chiederle di vederci e l’ho fatto. L’ho uccisa ma era solo per proteggerti>>.
Non sapevo cosa dire; ero arrabbiata, spaventata, dispiaciuta, troppe emozioni per me. Di corsa andai in camera sbattendo la porta e chiudendola a chiave. La finestra di casa mia dava sul tetto, quindi durante la notte decisi di prendere il telefono e uscire di casa. Feci tutto silenziosamente per non essere sentita.
Ero fuori.
Chiamai la polizia, che arrivò dopo cinque minuti e mia madre uscì sentendo il rumore. <<Cos’hai fatto?>>
<<Ho chiamato la polizia>>
<<Perchè? Cosa farai senza di me?>>
<<Non lo so, ma sicuramente starò meglio>>
La ammanettarono e nonostante tutto riuscii a non piangere. Andai a vivere con mia sorella e mia madre continuò a chiamare senza risposta a nessuna chiamata.